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La Cina e quel rapporto sofferto con il Vaticano
23 Giu 2013 21:53

La Cina ha reagito in maniera composta all’indubbio successo diplomatico di Taiwan in occasione dell’insediamento di Papa Bergoglio. Alla messa inaugurale a Roma non era presente nessun esponente cinese perché Pechino e la Santa Sede non hanno relazioni diplomatiche.

Non si sono ancora infatti ristabiliti i rapporti interrotti dal 1951, poco dopo la conclusione della guerra civile in Cina, quando il Vaticano decise di schierarsi con i nazionalisti e dunque con Taiwan. Anche se Pechino è ormai riconosciuta come unica rappresentante della Cina da quasi tutte la cancellerie e dalle Nazioni Unite, la Santa Sede rimane uno dei 23 paesi che ancora mantiene rapporti diplomatici con Taipei.

Quando il Presidente di Taiwan Ma Ying-Jeou è atterrato a Roma, ha avuto la possibilità di stringere la mano a personalità politiche con le quali i rapporti sono preclusi dal veto sostanziale di Pechino. Nella sua prima visita in Europa dalla sua elezione nel 2008 – in un territorio formalmente neutro – ha discusso con Angela Merkel e Joe Biden, mentre proprio l’assenza della Cina tra le numerose delegazioni contrastava con l’ecumenismo della cerimonia.

Di fronte a questa soddisfazione taiwanese – che si aggiunge ai benevoli riflettori puntati sull’Oltretevere per l’intronizzazione – la Cina non è andata al di là della protesta formale, dai toni neanche infiammati. Pechino ha inviato le sue congratulazioni al nuovo Papa, mentre un portavoce del Ministero degli Esteri affermava: “Noi speriamo che il Vaticano prenderà misure concrete per rimuovere gradualmente gli ostacoli e creare le condizioni per il miglioramento delle relazioni sino-vaticane”. Gli ostacoli – probabilmente più d’immagine che sostanziali – sono le relazioni con Taiwan (che secondo Pechino devono essere recise) e la titolarita’ nelle nomine ecclesiastiche.

È una disputa politico-religiosa che non trova un’apparente soluzione. Proprio in coincidenza con la cerimonia, la Chiesa Patriottica Cinese (l’unica avviata e riconosciuta dalla Cina) ha ordinato due nuovi sacerdoti.

Il provvedimento – avvertito come una sfida – non è stato riconosciuto dal Vaticano che lo considera illegale, anche se la Cina ha affermato l’innocente coincidenza tra i due eventi. La posizione cinese non va dunque oltre la ripetizione liturgica delle proprie posizioni, in una cornice di prudenza che non vuole innanzitutto raffreddare i rapporti con Taiwan che hanno recentemente raggiunto un’accelerazione inimmaginabile fino a pochi anni fa.

Segnala inoltre prudenza, in attesa che Papa Bergoglio esprima le sue posizioni. Una Chiesa universale non può trascurare la Cina, perché il declino delle vocazioni e dei fedeli le impone scelte innovative. Anche la scelta del nome papale lascia aperta l’interpretazione che si riferisca al gesuita Francesco Saverio, morto nel 1552 al largo delle coste cinesi in una missione di amicizia che sarebbe stata poi completata da Matteo Ricci.

Tuttavia Pechino non può trascurare il primo Papa Latino-Americano della storia che si preannuncia carismatico e che potrebbe avere una forte influenza anche negli Stati Uniti dove il voto dei 50 milioni di immigrati latini determina la corsa alla presidenza; il presidente Obama è stato infatti tra i primissimi a congratularsi con Papa Francesco. Sopratutto la Chiesa non può derogare dalle posizioni di principio che ne hanno sorretto l’azione verso la Cina in questi decenni.

Dopo una timida apertura durante il Pontificato di Ratzinger, è ritornata la contrapposizione, aiutata peraltro dalla determinazione di Pechino. L’incertezza dunque ancora prevale e i vantaggi per le due parti appaiono ugualmente importanti dei rischi da correre.

Pechino sarebbe in grado di ridurre la percezione della sua eccentricità nel contesto internazionale, ponendosi come potenza globale e non solo economica. Anche se i tempi appaiono maturi per ristabilire un reciproco riconoscimento, ciò non significa che avverrà necessariamente presto.

Due civiltà millenarie sanno attendere come hanno fatto in questo interminabile dopoguerra, fino a quando le richieste della politica coincideranno con i voleri del cielo, ma questa volta è forse Pechino ad avere più fretta del Vaticano.


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