';

Con Giulia Cannada Bartoli alla scoperta della Napoli dove si mangia bene. Con pochi soldi
05 Giu 2014 05:49

Laurea in giurispudenza, master in commercio internazionale, funzionario dell’Istituto per il commercio con l’Estero a Napoli per due anni, export manager di un’azienda storica nel campo dell’artigianato del corallo e dei cammei per otto, donna del vino, sommelier degustatore ufficiale, componente della Condotta Slow Food Napoli, giornalista e blogger, consulente per la comunicazione e l’organizzazione di eventi, convinta sostenitrice di un mondo più equo e sostenibile.

Si chiama Giulia Cannada Bartoli, è nata nel 1963, è una donna del Sud, e se le chiedi chi sono i suoi maestri ti risponde senza esitazione Luigi Veronelli e Enrico Berlinguer.

Perché vi raccontiamo tutto questo?
Perché donne così fanno bene al Sud, alla sua storia e al suo futuro. E perché Giulia ha da poco scritto un libro, Guida alle trattorie. Storie, luoghi e ricette della tradizione di Napoli (Edizioni dell’Ippogrifo), che tu ti aspetti di trovare una guida, come suggerisce il titolo, e invece trovi il racconto di una Napoli che c’è, esiste, è fatta di persone autentiche, donne e uomini che provano piacere a fare bene il loro “nobile” lavoro, dar da mangiare alle persone, e che perciò non sono ossessionati dalla necessità di fare soldi, non sparagnano (risparmiano) sulle semplici materie prime, cucinano, come racconta l’autrice, “pasta in tutti i modi della tradizione, parmigiane di melanzane, polpette, braciòle, frittate, baccalà, trippa”, e se volete qualcosa che non c’è nel menù quasi sempre vi accontentano lo stesso, perché molte delle trattorie raccontate da Giulia “si trovano nei pressi di famosi mercati rionali a cielo aperto e basta uscire un attimo per soddisfare il desiderio del cliente”.

E’ così, racconta ancora l’autrice, che “poco alla volta ho scoperto una Napoli diversa, ho ritrovato la cucina della memoria, ho avvertito il bisogno di approfondire e inquadrare la storia di tanti quartieri della mia città che non conoscevo, raccontando e descrivendo piazze, vicoli, chiese e monumenti”.

Perché sì, questa guida che non è una guida “si propone, attraverso racconti e leggende del passato, di descrivere le singole trattorie (l’ambiente, le persone, le pietanze) nel proprio contesto storico e socio-culturale. Il legame fra le trattorie, la vita di quartiere e quella dei clienti, quasi sempre abituali, è strettissimo”.

Perché “a Napoli, come in poche altre città, c’è ancora l’usanza dell’asporto del ‘cucinato’: mamme in difficoltà, impiegati, operai, vengono qui a comprare porzioni del menù del giorno, invece di rovinarsi la salute in fast food o in rosticcerie improvvisate. Ho visto anche persone in difficoltà, che non potevano pagare, ricevere sempre un piatto caldo o la classica marenna (il pane farcito con il ‘cucinato’)”.

Perché “l’oste o l’ostessa, a conferma dell’etimo (ospes, ospite) accolgono tutti con grande calore, senza differenze di sorta, imparando velocemente nomi, gusti e orari dei singoli clienti e ricevendo, con la stessa confidenziale gentilezza, anche i nuovi avventori, in virtù dell’innato senso della convivialità e cordialità del vero popolo napoletano”.

Perché le cinquanta trattorie raccontate da Giulia, “pur trovandosi, nella maggior parte dei casi, in quartieri in difficoltà, sono diventate rifugio di sana umanità; sapori e ricette che sopravvivono grazie alla fatica di queste persone che, per restare in pari, lavorano anche diciotto ore al giorno con instancabile passione ed entusiasmo”.

Cosa aggiungere ancora?
Sicuramente che la bella Napoli raccontata da Giulia merita di essere letta, visitata, assaporata. E che se pensate di avere altri posti da proporre o segnalare non esitate a farlo scrivendo nei commenti.

Le donne come Giulia non smettono mai di cercare, di verificare, di valutare, di imparare, è per questo che ci piacciono, è per questo che ci fanno sperare in un futuro migliore.

Buon appettito.

guida-alle-trattorie-di-napoli-e1382772177239


Dalla stessa categoria

Lascia un commento