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Saranno sempre meno i soldi dell’Europa per il Sud. Ecco perché
09 Ott 2014 05:30

L’Istituto per la Finanza e l’Economia Locale dell’ANCI ha misurato la taglia finanziaria dei progetti europei del settennio 2007-2013 attuati dai Comuni: si tratta prevalentemente di una XS o di una S, e non è una cosa positiva come potrebbe sembrare.

In una prima decade di ottobre ribollente sul fronte dell’economia e del lavoro,  alla Camera dei Deputati, si è discusso per un’oretta del portafogli vero dei prossimi sette anni, calcolato nell’informativa urgente del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri, Graziano Delrio, che ha la delega alle politiche di coesione territoriale e che, fino all’anno scorso, era il presidente proprio dell’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani.

Sui ritardi italiani nella spesa dei fondi europei, Delrio ha ripetuto che «sulla base dei dati aggiornati a settembre, il residuo di spesa al dicembre 2015 è pari a 20,2 miliardi di euro, di cui 15,3 miliardi nell’ambito dei programmi nazionali e regionali. Questo vuol dire che dobbiamo spendere un miliardo al mese, solo di fondi finanziati dall’Unione europea e 5 miliardi vanno certificati e spesi entro la fine del 2014. È necessario quindi uno sforzo di efficienza amministrativa notevolissimo per cercare di recuperare i ritardi».

L’accumulo di risorse non spese ha avuto una conseguenza: lo Stato italiano aggiungerà meno soldi alla quota dei soldi europei ma ha deciso di metterli in un salvadanaio riservato a quelle regioni che non dovessero farcela a spendere i fondi UE, vedendoseli perciò revocati.

Discorso da specialisti ma che Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo hanno inquadrato, col solito tono da invettiva civile, in “Se muore il Sud”, uscito a maggio per Feltrinelli.

Nel breve dibattito di ieri a Montecitorio, il problema dell’efficienza e della frammentazione della spesa comunitaria è stato lamentato con identica intensità.

Salvatore Matarrese, imprenditore barese che ha avuto ruoli preminenti in Confindustria e che ora è deputato per Scelta Civica, intervenendo ha detto che «noi, soprattutto al Sud, abbiamo bisogno di queste risorse. Queste sono risorse che molto spesso sostituiscono l’impegno e l’investimento dello Stato. Quindi è evidente il danno doppio che il Sud va a sostenere. Però è anche importante che si analizzi il perché si è arrivati a queste condizioni. Molto spesso la Comunità europea ci accusa di avere una programmazione molto frammentata a livello locale, a livello regionale, a livello dei Ministeri, a livello dello Stato. Credo che questo sia già un primo grande problema, un problema di governance, di controllo, di rivoli di progettazione. Registriamo 700 mila progetti comunitari, rispetto ai quali molto spesso le amministrazioni non hanno neanche le risorse per avviare una progettazione esecutiva che consenta di mettere a finalità il progetto stesso».

Così va nella realtà. Progettare costa e, al crescere della taglia dell’intervento o del programma che ci si vuol far finanziare, maggiore è il costo del progetto: programmazione, sviluppo, rilevazioni, analisi, studi di fattibilità, tutte voci che, specie quando si tratta di opere pubbliche, lievitano spesso sensibilmente.

Chi riesce a sostenere questi costi che servono semplicemente ad accedere al finanziamento pianificato e stanziato?

Secondo il rapporto dell’IFEL, elaborato sui dati OpenCoesione aggiornati al 28 febbraio di quest’anno, i progetti a valere sui Fondi Europei di Sviluppo Regionale 2007-2013 non ancora avviati sono l’8,8% del totale. Tuttavia sono le amministrazioni regionali che trovano le difficoltà maggiori a far partire gli interventi: in media, dei progetti che attuano, 1 su 4 è ancora fermo ai blocchi di partenza. I più “virtuosi” sono scuole, università, istituti di ricerca, privati e imprese: insomma chi know-how e soldi ce li ha in casa e, con quelle materie prime, può progettare meglio e in fretta. Perché migliore è la progettazione e meno lontana al momento in cui le risorse sono state pianificate,  e più fecondi sono gli effetti cercati e le politiche di coesione.

Anche i Comuni battono il passo. Dei progetti che attuano sono fermi 1 su 5, anche perché sono i sindaci quelli che più soffrono della penuria di soldi da destinare all’elaborazione dei progetti stessi.  E una conseguenza di questo grave difetto di “capability” è, appunto, la frammentazione che le “nuove” Province, che stanno costituendosi, potrebbero provare a superare.

Attenzione a questa combinazione di dati del ciclo 2007-2013.

In Campania ci sono 654 progetti attuati dal 43,7 per cento dei 551 Comuni, in Sicilia 433 affidati alla responsabilità del 59,2% dei 390 sindaci dell’Isola. In Puglia i progetti attuati a livello municipale sono ben 1.312 e coinvolgono il 96,9% dei 258 Comuni. In Calabria sono 2.061 progetti attuati dal 98,8% dei 409 Comuni, quasi l’en plein in Basilicata dove ci sono 485 progetti attuati dal 99,2% dei 131 Comuni.

Logico che (questo è l’altro dato da combinare) i progetti finanziati con i FESR attuati dai Comuni per il 70,8% non superino il mezzo milione di euro, il 43,3% addirittura che si ferma a 150 mila. Solo l’1,4%, ossia 124 progetti, va oltre i 5 milioni di euro.

Significa che è una spesa che con lo sviluppo c’entra pochissimo, quasi niente. C’entra, e parecchio, con la riduzione ai minimi termini delle risorse ordinarie di bilancio. Perciò, ogni volta che leggiamo inorgogliti che il nostro comune ha investito nella priorità “Competitività e attrattività delle città e dei sistemi urbani”, possiamo scommettere si tratti del marciapiede rifatto sotto casa.


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