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Iaccarino: “Amo il Sud ma bisogna battersi per combattere l’indifferenza”
26 Mag 2015 04:23

Non sempre capita, anzi quasi mai. È molto difficile che giungano emozioni così forti. E’ rarissimo che queste riescano ad arrivare attraverso la cornetta di un telefono, eppure, per quest’intervista, è accaduto. Penso a questo mentre faccio l’intervista a Gennaro Iaccarino, un giovane attore nato a Sorrento ma che già da diversi anni vive a Roma. In attesa di risentirlo in occasione della messa in onda nella prossima stagione televisiva di “Baciato dal sole”, la nuova e attesissima fiction di Pepito Produzioni, girata tra Roma, Londra e la Puglia, ho fatto una bella chiacchierata, prima che con un artista, con una persona, vera, che ha la straordinaria capacità di coinvolgere, senza difficoltà. Quello che colpisce nel suo racconto è l’entusiasmo che mette per  il proprio mestiere; ci parla dei suoi esordi, della sua Sorrento, di Roma, la città che l’ha adottato da qualche anno, dei suoi sogni e delle difficoltà di un ragazzo che ha scelto una professione non semplice. La sua filosofia di vita è quella di saper aspettare. Ha 34 anni ma ha ancora una vita da riempire, di lavoro, di emozioni, di amici, l’importante è comunicarlo e non arrendersi, mai.

Chi è Gennaro Iaccarino?

Un attore, spero un buon amico e un buon figlio. Un ottimista.  Ama il suo lavoro. Non finisce mai di stupirti e di farti paura allo stesso tempo. Non sa mai se sarà in grado di fare quel provino anche se sono dieci anni che vive di questo. Abbastanza  estroverso, però poi  in certe occasioni mostra una timidezza che lo spiazza.  Vive il dilemma di  ciò che è  e ciò che vorrebbe essere. Si arrabbia solo quando  vede che le persone che lo circondano non hanno il coraggio di ammettere i propri errori, di cambiare idea,  quando vede mancanza di rispetto. Disciplinato nel lavoro, un po’ meno  nella vita privata. Ama la gentilezza,  il sorriso.  Il sorriso nella vita è importantissimo, ti cambia la giornata, l’approccio alle cose, alle persone; saperlo portare è ancora più straordinario, e più cresci e più ne capisci il valore, perché attraverso una risata si riesce a comunicare anche qualcosa di profondo. Non ama le lamentele continue. Bisogna agire, fare, aprire mille strade, comunicare, chiedere aiuto. Arriveranno momenti migliori ma intanto fatti trovare preparato. Come si dice a Napoli “una sola noc’ in do’ sacc’ nun fa’ rumor”, riempiamo questo sacco di cose meravigliose. Ha spesso compiuto scelte non condivise, anche un po’ assurde ma questo è il bello di essere liberi.

Sei nato a Sorrento ma già da diversi anni vivi a Roma. Cosa rappresentano per te queste due città?

Queste due città mi hanno dato tantissimo. Sorrento è nel cuore, è magica, antica, rappresenta la mia infanzia, la spensieratezza e anche la mia inquietudine. A un certo punto ho capito che mi stava troppo stretta e me ne sono andato. Nella capitale, mi sembrava di essere in un altro mondo. Con il passare del tempo, ho capito che Roma era sicuramente il centro nevralgico per il mio lavoro, di una bellezza davvero unica che mi stupisce tuttora.  Oggi, dopo aver fatto pace con i mostri che si hanno a vent’anni, quando posso, torno a Sorrento per godermi il suo fascino con il profumo inconfondibile dei fiori di fronte al golfo. A volte bisogna partire, perdere qualcosa per riscoprine la bellezza. Credo di aver fatto la scelta giusta. Adesso Roma è la mia seconda casa.

Sei partito con una valigia molto grande. Cosa c’era in quel pesante bagaglio?

Intraprendenza, entusiasmo, tanti sogni e tante domande, che riguardavano non soltanto l’aspetto lavorativo ma anche la mia vita personale, il diploma dell’accademia e tanta confusione. Avevo una gran voglia di cambiamento; grazie agli insegnamenti di mia madre che sono il tesoro più prezioso, volevo costruirmi un nuovo percorso. Nella capitale, sono arrivato in una stanza spoglia, completamente vuota.  Ho cominciato a riempirla lentamente,  prima con un comodino, poi con un piccolo armadio. Sono fortunato, perché ho sempre incontrato tanta gentilezza nella mia vita e cerco di restituirla. Ho cercato di fare tutto quello che potevo per riuscire a vivere a Roma; così, ho iniziato facendo  il cameriere. Cinque  mesi più tardi, ispirato da una collega, scrissi un monologo “Bernarda, come se fosse muta”,  la storia di una donna cinquantenne che lavora in pizzeria e che, una volta tornata a casa, trova lo sconforto di un marito distratto. Se non avessi fatto il cameriere, non lo avrei scritto e non avrei avuto l’occasione di metterlo in scena e andar via da quel ristorante; a volte la creatività è saper sfruttare gli stimoli.

Ora i tuoi desideri si sono realizzati?

Ne ho ancora moltissimi, il mio non è un cassetto ma un vero comò. Posso dirti che certi desideri neanche me li sarei immaginati.

Hai sempre voluto fare l’attore? Come e quando nasce questa tua passione?

Da sempre! Vedevo i miei fratelli più grandi recitare le poesie a Natale. Era ingiusto che io non potessi fare quello che facevano loro solo perché a quattro anni non sapevo leggere. Ricordo  di avere fatto un sogno da bambino, un sogno che non cancellerò mai, ovvero quello di essere in un film. Ricordo molto bene la sensazione di totale appagamento la mattina successiva e, ancora oggi, non mi sono allontanato più da quell’idea.

Hai prestato la voce al protagonista de “Il Postino Pat” in versione canora, oltre che a diversi personaggi de “I Simpson”, “I Griffin” e  “Ha Ha Haires”. Cosa ti ha spinto a dire di si? Cosa c’è di affascinante nel doppiaggio cantato?

Aver incontrato Valerio Gallo Curcio, direttore di doppiaggio, è stata una vera fortuna. Mi è sempre piaciuto cantare, l’ho scoperto in accademia, ho poi fatto diversi provini per musical. Ho scoperto di avere un buon timbro e un buon orecchio, così ho cominciato a studiare canto facendo piccoli ruoli, personaggi di vario genere. Valerio ha creduto in me e mi ha dato l’opportunità di cantare ne “I Simpson”, ne “I Griffin”, fino ad arrivare al “Postino Pat” per il cinema, sarei stato pazzo a dire di no. La cosa fantastica di quando sono in uno studio di registrazione è  la tranquillità e il divertimento che provo  nel proporre i caratteri e le voci ai vari personaggi.   Nel doppiaggio cantato, fanno la differenza un buon orecchio, la velocità e l’attorialità. Credo tuttavia che la recitazione dia la possibilità di esprimerti, di scavare dentro di te, di dare vita a mille maschere che abbiamo dentro di noi e restituirle al pubblico.

Hai lavorato negli ultimi anni al Teatro Eliseo ne “Le allegre comari di Windsor” con Leo Gullotta. Cosa ti ha lasciato quest’esperienza?

La disciplina. Mi ha reso più forte, umanamente e professionalmente. Calcare i palcoscenici più importanti d’Italia (con una strizza non indifferente) con Leo Gullotta non può che farti questo effetto.  Lui è un professionista forte, lucido e molto esigente. Alla sera si faceva a gara per stare seduti accanto a lui per morire dalle risate.  Lui è un serio professionista, di una forza e di una lucidità davvero unici.  Guardarlo in scena tutte le sere mi ha chiarito quanta forza e tecnica debba avere un attore perché qualsiasi cosa accada nella tua vita il pubblico non deve mai risentirne. Sembra un concetto banale ma non lo è. Di Fabio Grossi, il regista, mi restano la giocosità e la grande ironia con cui affronta il lavoro, è stato un altro grande insegnamento. In compagnia, tante amicizie sono nate, amicizie che durano ancora oggi, ma questo mestiere è fatto di stagioni. Crei una famiglia e dopo un po’ la devi lasciare per farne spazio a un’altra.

Collabori anche con “Fabrica”, ci racconteresti meglio di cosa si tratta?

E’  una rassegna di musica e letteratura in costruzione, un modo per tessere una trama di musica e testi intorno a un tema scelto per l’occasione, un’occasione per arricchirci, un incontro di idee e cuore per fabbricare pensieri nuovi e antichi. E’ una scuola. Nasce dall’unione artistica di un’attrice, un cantante e un’archeologa; con il passare del tempo si sono poi aggregati altri attori e cantanti, tra cui io;  il “capo” è Francesca Caprioli. Lei, con un’onestà incredibile di intenti e una cultura vastissima, sceglie tematiche mai banali. Fabrica è una fonte inesauribile di sapere. C’è uno scambio costante di idee, di onesto lavoro e anche di sano divertimento.

Teatro, cinema, televisione, canto. Cosa ritieni accomuni questi quattro ambiti apparentemente distanti l’uno dall’altro?

Possono essere linguaggi diversi, un primo piano al cinema ingrandisce anche un piccolo particolare, a teatro è l’attore che dà volume alle cose, ma in tutte le situazioni devi esserci totalmente.  Credo accomuni cinema e teatro il voler emozionare il pubblico, il riuscire a filtrare la tua vita e farla arrivare a coloro che ti seguono, esattamente come quando senti una canzone che tocca le corde del tuo animo, come quando leggi il testo di una canzone e ripensi a una tua esperienza, come quando vedi le lacrime di un attore, le fai tue ricollegandoti a qualcosa che ti è capitato. Questo, secondo me, vuol dire far arrivare l’emozione al pubblico.

La tua più grande soddisfazione fino ad oggi?

Essere più’ autocritico. Decifrare meglio i miei limiti. Tutto ciò che ha accresciuto la conoscenza di questo lavoro. Sono fiero di non essere un attore ossessionato dal lavoro. Lo posso sviluppare in mille modi e forse questa serenità mi ha sempre premiato inaspettatamente. Tante volte.

Cos’è rimasto di quel giovane ragazzo partito con la valigia piena di domande?

Di quel ragazzo mi resta un bellissimo ricordo, dal quale non  mi allontanerò mai. Mi resta un pizzico di quell’ingenuità, quel modo di lasciarsi affascinare da tutto il mondo che ti circonda, quel sano timore di cercare sempre di fare la cosa giusta, quell’imbarazzo e quella sana speranza a non arrendersi mai.

Dove ti vedremo prossimamente?

Mi vedrete in “Baciato dal sole”, la nuova attesissima fiction di Pepito Produzioni. Interpreto Diego Randaccio, un giovane autore, molto simile a me quando avevo vent’anni, con un cast eccezionale. Secondo me, la cosa davvero straordinaria di questa fiction è l’importanza delle origini, sane , salde, che vincono su tutto e  trionfano a dispetto di mille difficoltà che il mondo ti pone davanti. Restare fedeli a un’idea, a un principio di onestà e armonia, esattamente quello che fa il protagonista e tutti noi che gli ruotiamo intorno. Sebbene il lavoro e la società in cui oggi viviamo ci portino ad arrancare, ad arrabbiarci, non dobbiamo mai dimenticare la speranza e l’entusiasmo iniziale. Il nostro mondo è fatto di tanti lustrini che devono essere vissuti, ma con leggerezza; quando ci accorgiamo che questi diventano troppo grandi e che finiscono con il diventare parte integrante della nostra vita, ecco che dobbiamo fare un passo indietro e riflettere. Non bisogna perdere il contatto con la realtà.

Quest’intervista verrà pubblicata nella testata giornalistica Resto al Sud che, oltre che essere un giornale, è anche un movimento culturale. Invita, a non lasciare le terre del Sud alle mafie e all’ignoranza. Per quali motivi secondo Gennaro Iaccarino non si dovrebbe mai lasciare il Sud o , per lo meno, non dovremmo mai lasciarlo solo?

Manderei via quelli che il Sud lo maltrattano, perché i giovani sanno fare gruppo e hanno tanta voglia di bellezza. E’ bellissimo quello che hai detto, è proprio così: non deve essere lasciato solo! Il Sud, esattamente come il Nord, è costituito da molte realtà; in alcune di queste, regnano l’ignoranza, il silenzio e la totale indifferenza. Ecco, quando a farla da padrone sono queste realtà schifose, vorrei davvero che gli uomini di domani lasciassero queste terre, anche se splende costantemente il sole, perché la vita è un dono prezioso. Mi intristisce enormemente quando giovani ragazzi non riescono a inseguire i loro sogni perché costretti a scontrarsi con una mentalità che non riesce ad andare oltre; non sopporto il voler conservare, oltre alle tradizioni (quelle ben vengano),  un’ignoranza che non fa i conti con una società che va avanti. Se cresci in un piccolo paesino, in qualunque parte d’Italia si trovi,  in cui ci sono solo discoteche, una libreria mal messa, un cinema che trasmette tre film in croce, un teatro che rischia la chiusura, come cresci?  A 15 anni non riesci ancora ad avere la coscienza di cambiare ciò che ti circonda. In quel caso, è meglio andarsene. Posso dirti che io me ne sono andato perché il mio mestiere me lo imponeva se vogliamo; oggi vi faccio ritorno appena posso e ne sono felicissimo. Il Sud ti arricchisce, ti riempie, ti regala forti emozioni, è la bellezza, la poesia, la cultura, la storia, è un’esplosione di colori caldi, di profumi e di sapori! Chi resta ha l’obbligo morale di migliorare la propria terra, esattamente come chi lo maltratta ha l’obbligo di andarsene.


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