';

A Rosarno la squadra di calcio è tutta africana. Con tanta voglia di riscatto
19 Feb 2014 08:00

Di giorno raccolgono le arance, alla sera giocano. A Rosarno il riscatto passa dal calcio per gli immigrati del Koa Bosco, grazie a un’idea del parroco don Roberto Meduri. Koa, sta per “Knights of the altar” (cavalieri dell’altare), nome di un gruppo di gospel composto da immigrati e che, come la squadra, fa parte di Uniti contro le frontiere, progetto umanitario che include anche formazione e alfabetizzazione. I giocatori sono tutti immigrati africani stabiliti a Rosarno e la squadra è regolarmente iscritta al Campionato nazionale dilettanti (terza categoria).

Un calcio al razzismo, alla miseria e all’isolamento: il calcio è riuscito a scaldare i cuori di alcuni ragazzi immigrati che vengono dal Senegal, dal Ghana, dalla Costa d’Avorio e dal Burkina Faso, e quest’avventura per loro è una possibilità, una speranza che un giorno potrebbe portarli a lasciare gli agrumeti per trovare un lavoro vero.

Così il desiderio di don Roberto Meduri, parroco 37enne nella chiesetta di Sant’Antonio, è diventato realtà, tempo fa decise di cercare i fondi per mettere in piedi una squadra.

Non è stato facile – spiega don Roberto -, ma io ci ho creduto fin dall’inizio perché gli aiuti come cibo o vestiti sono fine a se stessi, per quanto utili, mentre questo progetto avrebbe fatto uscire fuori questi giovani, avvicinandoli alla società e aiutandoli a sentirsi cittadini. Anche tra loro c’era scetticismo e un po’ di paura, perché l’idea di esporsi troppo li faceva sentire vulnerabili. Oggi sono contenti, e lo sono anch’io con loro. In parte si sono ripresi la loro dignità e si sentono orgogliosi quando la gente li saluta per strada“.

Ma la Koa Bosco è nata grazie alla sensibilità di alcuni benefattori: a Torino, un gruppo di cittadini originari di Rosarno ha raccolto i 2.800 euro necessari per l’iscrizione al campionato, mentre il presidente della Viola Basket Reggio Calabria, Giancesare Muscolino, ha donato il kit di divise, tute, scarpe e borse, per 25 giocatori spendendo 3.500 euro.

Lo sponsor è una nota impresa locale di vendita di stoccafisso, e che in seguito ha anche assunto due calciatori, strappandoli alla malpagata fatica della raccolta nei campi.
Grazie a loro – conclude don Roberto – Khadim, Sar, 
Cheikh e Mbaye si sono ritrovati a giocare in una squadra vera“.

Per loro, parte di quel popolo di migranti che allo scoccare dell’inverno si ritrova nella cittadina calabrese per la raccolta stagionale delle arance, la domenica è diventata un giorno speciale: in venti, a rotazione, indossano la divisa del Koa Bosco e scendono in campo. Partita dopo partita ci hanno preso gusto, e dentro quelle maglie hanno cominciato a sentirsi a casa.

L’unico tra i migranti ad aver avuto una vera esperienza nel calcio agonistico è il 26enne senegaleseKhadim Seye, che nel suo Paese ha anche collezionato qualche presenza con la nazionale Under 17 e ora è il capitano del Koa, il punto di riferimento tecnico per tutti i suoi compagni.

La maggior parte di loro giocava solo a livello amatoriale e a qualcuno mancavano anche i fondamentali”, racconta Domenico Bagalà, studente di Teologia e presidente della società. “Per questo è una grande soddisfazione vedere questi risultati dopo tre mesi di campionato“.

La loro avventura ha già avuto un’eco nazionale da quando a novembre 2013 la Juventus li ha invitati a Torino per seguire una partita di Serie A e visitare il museo della storia bianconera.

Con una guida d’eccezione come Pavel Nedved, i giocatori del Koa hanno sognato un po’, chiacchierando con il campione ceco e chiedendogli anche consigli tecnici.

Guidati da Domenico Mammoliti, allenatore di Gioia Tauro con già diverse esperienze in panchina, ormai i ragazzi frequentano gli allenamenti sempre più determinati e grintosi.


Dalla stessa categoria

Lascia un commento