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Solo il 4 per cento dei nostri giovani studia e lavora
04 Giu 2014 05:47

L’allarme disoccupazione giovanile ha raggiunto livelli insostenibili: il tasso dei disoccupati tra i 15 e i 24 anni è al 46%. Al 61% al Sud. Stiamo parlando del tasso più alto dal 1977.

Tanti giovani italiani non lavorano, e dobbiamo preoccuparci: senza il loro apporto le nostre imprese e il nostro Paese non cresceranno.

È utile fare una precisazione: i dati Istat sulla disoccupazione giovanile si basano sui partecipanti al mercato del lavoro, ma quanti giovani tra i 15 e 24 anni vi partecipano attivamente? Stiamo parlando di una percentuale che si attesta al 25% della popolazione giovanile totale.

Questo significa che quel 46% non implica che metà della popolazione giovanile sia disoccupata, ma soltanto il 46% di quella parte (minoritaria) di giovani che sono attivi nel mercato del lavoro: attualmente circa 1 giovane su 4 della popolazione totale.

C’è allora una domanda più importante: cosa fanno i giovani tra i 15 e i 24 anni? Oltre il 50% di loro è ancora in formazione, mentre quasi il 25% si può classificare tra i NEET (giovani che non studiano e non lavorano) su cui sta puntando la campagna Garanzia Giovani.

Ma il vero problema sono i giovani under 24 che studiano e lavorano: in Italia sono meno del 3% della popolazione giovanile.

Anche allargando la fascia tra i 15 e i 29 anni il dato è che solo il 4% dei nostri giovani studia e lavora.

In Germania e Regno Unito si supera il 20% e la disoccupazione giovanile, non a caso, è molto contenuta. Siamo il paese europeo dove i giovani più si trattengono negli studi: in media ci si laurea alla magistrale a 27 anni e si entra nel mercato del lavoro a 30.

Sono 5 gli anni di ritardo all’ingresso nei confronti dei giovani provenienti dai paesi europei più avanzati. Va fatta allora una riflessione a monte: la disoccupazione giovanile non è soltanto il frutto della crisi.

In Italia è un problema strutturale che si è manifestato già negli anni ’90.

La disoccupazione giovanile in Italia è frutto del mancato incontro tra istruzione e lavoro. Del mismatch tra la domanda delle imprese e l’offerta formativa.

Come ha dimostrato il Rapporto McKinsey “Studio ergo lavoro” oltre il 40% dell’attuale disoccupazione giovanile nasce da una scuola e un’università che non riesce a collaborare con il mondo del lavoro e dell’impresa.

Laddove le istituzioni educative mettono in campo più alternanza scuola-lavoro, più politecnico-professionali, più ITS, più partnership con le imprese, più lauree triennali professionalizzanti, più dottorati industriali.

Ci sono territori eccellenti in Italia, al Nord come al Sud, che sono dei veri e propri modelli di occupabilità giovanile: è necessario “esportarli” e diffonderli in tutto il Paese.

La crisi occupazionale per i nostri giovani si supera non semplicemente con più scuola e più università, ma con scuole e università in grado di avvicinare i giovani al lavoro già durante lo studio.

Ci si illude che il titolo di studio possa bastare: non è così! Diplomarsi e laurearsi è importante. Non c’è dubbio.

Ma il diploma e la laurea valgono se si è riusciti ad acquisire competenze.

E per farlo l’istruzione, da sola, non basta.


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