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Tangenti e camorra, testimone racconta

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Morto che Cammina

Intervista esclusiva all’ex imprenditore che ha denunciato la ditta vincitrice dell’appalto per il carcere di Larino, una società che fa capo alla famiglia Vuolo e che è sotto inchiesta perché sospettata di essere legata al clan camorristico dei D’Alessandro. G.C., oggi testimone di giustizia, ricostruisce la vicenda e racconta quello che ha visto, dai passaggi di denaro ai crolli autostradali, e quello che ha denunciato: «Oggi ho perso tutto: famiglia, affetti. Vivo da invisibile senza futuro».

Qualche giorno addietro abbiamo raccontato la controversa vicenda dei lavori di “adeguamento acustico” del carcere di Larino affidati con regolare gara d’appalto a una società che fa capo alla famiglia Vuolo, sotto inchiesta perché sospettata di essere legata al clan camorristico dei D’Alessandro.

Ora ritorniamo sul ruolo e sugli affari della famiglia Vuolo con la testimonianza esclusiva di un ex funzionario della società Carpenfer di Roma, che fa parte della galassia Vuolo insieme con la P.T.A.M. che si è aggiudicata l’appalto per il penitenziario frenano. Il funzionario in questione – G. C. sono le sue iniziali – era responsabile della sicurezza sul lavoro della Carpenfer e attualmente fa parte dell’associazione “testimoni di giustizia”. Attraverso varie denunce, la prima delle quali risale al 2011, ha fato luce su molti segreti che sono alla base del castello affaristico dei Vuolo. Da lui ci siamo fatti raccontare la sua storia e di riflesso quella della famiglia di imprenditori campani nel mirino di molte Procure.

Signor G. C. partiamo dall’inizio. Come si è trovato ad aver a che fare con i Vuolo?

«Ho conosciuto Mario Vuolo in un congresso politico. Mi fu presentato, da quelle che ancora oggi reputo brave persone, come il re del ferro, come l’uomo che costruiva tutte le pensiline autostradali. In seguito fu lui a cercarmi per iniziare un rapporto di lavoro. Allora ero in cerca di un lavoro e accettai la proposta. All’ inizio mi occupavo delle problematiche aziendali, operai, consegna gare. Insomma ero una specie di tuttofare anche se ero molto marginale rispetto ai veri affari dell’azienda. Questo sino al 2009 quando mi fu dato l’incarico di coordinare la sicurezza sul cantiere».

Quindi è il 2009 lo spartiacque della sua vita…

«In effetti sì. Da quella data iniziò tutto per me. Cinisello Balsamo, vicino a Milano, fu il mio primo cantiere. Nella località lombarda si doveva realizzare una passerella ciclopedonale. L’appalto Anas-Impregilo venne affidato direttamente ai Vuolo (in questo caso figura il nome di Vuolo Mario come amministratore nonostante fosse un sub appalto pubblico di 4 milioni di euro: ma anche in quel caso nessuno controllò) e la Carpenfer di Roma, conseguentemente, realizzò l’opera»

Quando cominciarono i primi problemi?

«Nel 2008 con i primi crolli all’uscita di Cherasco dell’autostrada Asti-Cuneo. Gli inquirenti a seguito del crollo di una pensilina riscontrarono che le saldature erano avvenute in maniera anomala e irregolare. In seguito ci furono altri crolli tra cui quello di un portale sull’autostradale A1 nel tratto di Santa Maria Capua Vetere. In quel caso fu davvero un miracolo se nessun utente rimase colpito perché il crollo avvenne in un momento in cui il traffico era molto intenso. Infine l’ultimo crollo, la pensilina all’uscita Rosignano, in Toscana. A Cinisello Balsamo invece grazie alla mia denuncia e all’intervento della Procura di Monza si è evitato il peggio, infatti dopo il sequestro dell’opera si è provveduto a ripristinare tutte le saldature. Cosa strana perché un precedente collaudo Anas aveva dato esito positivo dicendo che l’opera era stata realizzata in modo adeguato dalla Carpenfer».

Quando la sua prima denuncia?

«La mia prima vera denuncia risale al 2011. La feci alla Direzione Investigativa Antimafia (DIA) ma io cominciai a lamentarmi e a segnalare le incongruenze, che via via riscontravo, già da qualche anno raccogliendo elementi materiali (foto) e ascoltando i racconti di alcuni operai pentiti di aver commesso errori».

Perché ha atteso 3 anni per recarsi dalla Dia ?

«Premetto che dal 2008 al 2010 avevo un ruolo marginale all’interno dell’ azienda e nessun campanello d’allarme era scattato, se si esclude il crollo di Cherasco. Oltre tutto quando lo stesso fu realizzato io non conoscevo i Vuolo. Aggiungo che non sono né geometra né ingegnere, quindi privo delle conoscenze per poter individuare anomalie strutturali. Ma ciò che ho denunciato è stato frutto di mie indagini personali a cui e poi ho visto personalmente un giro di tangenti».

Tangenti?

«Sì, ho denunciato di aver visto mazzette consegnate per ottenere favori nell’assegnazione dei lavori. Ho consegnato tutto il materiale in mio possesso agli inquirenti, registrazione audio e foto.

Da dove nasce questo potere dei Vuolo?

«Premetto che Mario Vuolo non ha mai avuto, durante il mio periodo di collaborazione, delle frequentazioni malavitose. Anzi era spesso in compagnia del fior fiore della società tra cui qualche alto esponente delle forze dell’ ordine. Infatti attraverso tali frequentazioni i Vuolo hanno accresciuto la loro influenza e potere e si sono accreditati in tutto il Paese nonostante il fatto che formalmente fossero già stati interdetti dagli uffici di Autostrade Italia».

Ma?

«Ma Vuolo era ed è in possesso di una scheda elettronica, un passepartout, che gli permette tranquillamente e senza controllo di entrare e uscire dalla sede generale di Autostrade di via Bergamini a Roma, e come se nulla fosse di partecipare alle gare indette dalla società».

P.T.A.M., ovvero Pasquale, Taddeo, Antonio e Mario Vuolo. I Vuolo, chi sono?

«Giusto, la P.T.A.M. altro non è che l’acronimo di Pasquale, Taddeo, Antonio e Mario Vuolo. Pasquale ha precedenti con la giustizia. Fu arrestato nel 2003 per associazione mafiosa con l’aggravante dell’ articolo 7 del codice penale e traffico di armi e di estorsione. Venne condannato a 13 anni, fu scarcerato dopo 7 anni circa ed ora è sottoposto a sorveglianza speciale. Pasquale è soprannominato ‘capa storta’. Ha sposato Lucia Coppola, figlia di Gaetano Coppola detto a ‘cassa mutua’. Quest’ultimo lavora in una ditta municipalizzata di raccolta dei rifiuti di Castellamare di Stabia . È considerato dagli investigatori un punto di riferimento all’interno del clan dei D’Alessandro, circostanza messa nero su bianco in una sentenza del Consiglio di Stato. Anche i fratelli di Pasquale, Taddeo e Antonio, hanno avuto incriminazioni per diversi reati così come il loro genitore Mario. La loro prima società si chiamava “Carpenteria metallica”, andata in rovina per sospetti rapporti con la camorra, clan D’ Alessandro. Dalle ceneri della Carpenteria nasce la Carpenfer Roma S.r.l. e l’Apf travi elettrosaldate a cui poi si aggiunge la P.T.A.M. Costruzioni S.r.l.».

Il 29 febbraio 2008 il Consiglio di Stato sentenzia (VI Sent., 29 febbraio 2008, n. 756 ) che la signora Giuseppina Cardone, attuale amministratore unico della P.T.A.M. Costruzioni s.r.l. non possiede i requisiti per poter accedere al nulla osta antimafia perché non solo ha legami affaristici con la criminalità organizzata ma anche famigliari. Conferma?

«Confermo e aggiungo altro. La stessa Giuseppina Cardone fu sottoposta a firma periodica per via delle diverse attività illecite compiute negli anni. Oltre a essere la madre di Pasquale ‘capa storta’, è anche la sorella di Davide Cardone, lui pure finito dietro le sbarre per porto abusivo di d’armi. Lei non potrebbe essere neanche amministratore di un condomino, ma nonostante una sentenza del Tar della Campania e del Consiglio di Stato dove si accertarono gli stretti legami tra i Vuolo/Cardone e i D’Alessandro, i Vuolo sono ancora una potenza nel ramo del ferro».

Come fanno?

«Semplice partecipano a tutte le gare con una certificazione falsa o meglio rilasciata da personaggi compiacenti. Ma la cosa peggiore è che chi dovrebbe controllare sulla veridicità dei documenti non lo fa o meglio si ferma a ciò che legge senza effettuare riscontri».

È un’accusa grave questa, lo sa?

«Sarà anche grave ma è la verità. Le faccio qualche esempio. Non prenderò in esame chissà quale documentazione. Mi fermerò a citarle la SOA (certificazione obbligatoria per gli appalti pubblici di lavori) che è obbligatoria e la regolarità del DURC. Su tale documento deve essere indicato l’ubicazione di un capannone adibito non solo a sede legale ma anche a sede industriale della stessa. I Vuolo per Carpenfer Roma hanno come indirizzo Via Fratelli Bandiera a Latina. In quella via non vi è nessun capannone bensì c’è la sede della Questura».

Perché l’architetto Pino Celotto si è dimesso dalla carica di amministratore della PTAM?

«Lui si dimette nel 2012, nel giugno del 2012. Nel 2009 fu vittima di un’estorsione da parte di Olga Acanfora, ex presidente della piccola industria di Napoli la quale è imputata nel procedimento con alcuni componenti della famiglia D’Alessandro anche per l’omicidio del consigliere comunale Tommasino . Però…»

Però?

«Ancora oggi non riesco a comprendere come un professionista quale l’architetto Celotto, persona per bene, residente a Castellammare e nativo della stessa città abbia potuto intraprendere rapporti con i Vuolo, per lo più in concomitanza con la scarcerazione di Pasquale Vuolo. Lo stesso Celotto è anche impegnato politicamente e riveste una carica come rappresentante dell’imprenditoria con Futuro e Libertà. Mi chiedo: come ha potuto lo stesso sottostare a simili compromessi visto che la gestione era sempre diretta da Mario e Pasquale Vuolo? Io non so darmi una risposta»

Lei invece come vive?

«Io non vivo, ma sopravvivo. Nonostante il totale abbandono non mollo e malgrado tutto continuo a denunciare. Attualmente vivo in una località segreta tutto a mie spese e devo ringraziare il dottor Turri e le associazioni dei cittadini contro la corruzione e le mafie che mi sostengono e mi spronano ad andare avanti e a non mollare».

Come è cambiata la sua vita negli ultimi anni?

«Ho perso tutto: famiglia, affetti. Vivo da invisibile senza futuro».

A che punto sono i processi?

«Molti sono i procedimenti aperti. Potrei dire in tutta Italia ma, c’è conflittualità tra le varie procure coinvolte e, nonostante i Vuolo fossero sotto processo a Monza e Alba hanno continuato a costruire e i crolli purtroppo lo dimostrano».

È stato minacciato?

«L’ultima volta pochi giorni fa. Vede, io ho subito di tutto, anche avvertimenti che mi hanno lasciato il segno. Oggi nessuno parla più con me. Volontariamente non ho cambiato il mio numero di cellulare, ma dei 70 dipendenti con cui lavoravo nessuno mi risponde o mi chiama. Anzi, qualcuno di loro mi ha minacciato addossandomi la colpa di aver mandato per strada 70 famiglie».

Lo Stato come si sta comportando per la sua sicurezza personale?

«Non voglio toccare questo tasto».

Perché?

«Ho un grosso rispetto per la divisa e per le istituzioni e vorrei che tale fosse anche per i testimoni. Il resto della riflessione lo lascio a voi. Io posso solo affermare che sono un morto che cammina. Posso e devo ringraziare alcuni giornalisti liberi che danno risalto alla vicenda e l’associazione “Testimoni di giustizia”, di cui faccio parte, che vede uniti tanti testimoni abbandonati dallo Stato. Ringrazio Ignazio Cutro e Pietro Di Costa Pietro, presidente e vice presidente dell’associazione, che mi sono vicini in questo duro percorso. E il Dottor Turri».

Fonte: primonumero.it

Alessandro Corroppoli

Alessandro Corroppoli, esperto in Comunicazione Aumentativa Alternativa è giornalista pubblicista molisano. Attualmente collabora per la testata giornalista telematica Primonumeo.it. In passato ha collaborato e scritto per: Il Ponte Molise (del quale ha diretto anche il sito web), La Voce del Molise Quotidiano, La Voce del Molise Settimanale, L'Infiltrato.it, Il Settimanale del Molise, Il Bene Comune. Si occupa di inchieste e cronaca politica.

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