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Il Processo

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Pensavo che mi sarei sentita meglio dopo la sentenza del processo alla Commissione Grandi Rischi. O al limite indifferente. Invece sto peggio. Come se il senso di quel lutto si fosse solidificato, cristallizzato, in più di qualche punto preciso di varie aree cerebrali: dolore, sgomento, presa di coscienza, senso di colpa … senno di poi.

Quel senso che avevo provato la mattina del 6 aprile, quando con mio figlio mi scaraventai in centro, come altri: “Ci incontriamo in centro, assenti, come a non voler credere, come zombie; sguardi in alto, in basso, per terra e in cielo. Riconoscenti e colpevoli di essere ancora lì.”

Per quante parole io possa ora usare per dire che questo processo non è alla scienza, ma ad una Commissione, composta anche di scienziati, che riunitasi per valutare la situazione di emergenza dopo tanti mesi di scosse sismiche, sentenziò, più o meno, che il pericolo non c’era, non riuscirò a smentire le testate di quasi tutti i giornali mondiali. Che poi si sa, gli aquilani non hanno saputo reagire: la classifica stilata dall’attuale Capo della Protezione Civile ci è giunta, non a caso, a pochi giorni dalla sentenza. Non sappiamo reagire e diamo anche colpe alla scienza invece che ad altri.

Ho letto infatti, tra le altre, le parole di Sergio Rizzo che denuncia responsabilità (diffuse in tutta Italia) e scrive “Sanzioni (condanna della Commissione Grandi Rischi n.d.r.) che invece non hanno mai neppure sfiorato i veri responsabili dei disastri”, riferendosi, per lo più a “certi amministratori che non si sono accorti di palazzine spuntate come funghi nei letti dei fiumi. Per esempio, i politici nazionali che pensando soltanto al consenso hanno approvato tre condoni edilizi, e quelli locali che ne hanno promessi decine, alimentando così la piaga dell’abusivismo: ben sapendo come in un Paese fragilissimo si sarebbero condonate milioni di costruzioni prive di qualunque precauzione asismica.”

E come dargli torto? Ma Rizzo confonde i piani di discussione: qui a L’Aquila sono ovviamente in atto processi anche sulle responsabilità di costruttori (sono arrivate le prime condanne) e soggetti che, a vari livelli, hanno sottovalutato la fragilità di alcune costruzioni. Ha ragione se dice che gli amministratori non verranno giammai sanzionati, così come nessuno si è minimamente preoccupato di applicare in Abruzzo la legge regionale sulla Protezione Civile, sarebbe bastato quello. Ma proprio considerando che in Italia, dopo anni di speculazioni varie, non esiste un territorio che può dirsi “a posto” e, considerato pure che della Commissione Grandi Rischi faceva parte Barberi, quello del rapporto Barberi sulla vulnerabilità degli edifici, bè allora la “tranquillizzazione” della popolazione aquilana diviene addirittura scabrosa, amara, come quel famoso bicchiere di vino che bevemmo quella sera e poi ancora la notte, e poi ancora nei giorni seguenti, per non pensare. Ma i morti di un terremoto si hanno per varie concause, non ultima quella che, fidandomi della mia “invulnerabilità”, rimasi a casa quella notte, con i miei figli: una invulnerabilità che oggi è senso di colpa.

All’Aquila la gente è morta per la combinazione di tre concause :

  • perché un terremoto di magnitudo momento 6.3 ha colpito la città con precisione chirurgica (con l’epicentro sulla città e l’ipocentro a soli 8 km di profondità), sottoponendola a uno scuotimento molto violento;
  • perché alcune case non erano sufficientemente resistenti per reggere alle sollecitazioni ricevute;
  • perché molte persone hanno creduto alle infondate rassicurazioni date dalla Commissione Grandi Rischi sulla presunta natura innocua della sequenza sismica in atto in quei giorni; rassicurazioni che hanno diminuito la percezione del rischio incrementando così la vulnerabilità del luogo.

È per questo che vorrei vivere in un mondo dove si leggono informazioni corrette sulla mia città (e non solo): la magnitudo del terremoto, l’accelerazione locale dell’onda sismica, il non rispetto delle regole di costruzione, la classificazione del territorio aquilano come “zona sismica 1” e relative conseguenze, il rapporto Barberi, le infondate rassicurazioni, il “non miracolo”, il “rattoppo” delle case danneggiate.

Cosa penso della sentenza? Penso che un giudice ha applicato in nome dello Stato Italiano una Legge. E la sentenza di condanna riguarda l’irresponsabilità, solo di alcuni. Non di chi, ad esempio, ha inviato quelle persone a L’Aquila, perché sentiva un fastidio salire, non nella propria coscienza, ma nella sua megalomania. E chi spregiudicatamente, pur avendo la delega alla protezione civile regionale, ci disse “ma vi pare che non vi direi se c’è pericolo?”. Dormono sonni tranquilli. I condannati, invece, comunque andrà a finire, vivranno col dubbio; perché hanno sentito le parole di chi quella notte, non seguendo un istinto “primordiale”, è rimasto a casa, una casa che neanche sapeva fosse sicura, in una città nella quale ancora oggi la sicurezza sismica è un miraggio, perché i soldi non ci sono e allora basta che si arrivi ad un 60% di sicurezza, ad un 60% di probabilità che ce la farai, tra 300 anni, forse.

A tutti i giornalisti chiedo un solo favore: leggetevi, anche distrattamente, gli atti del processo e la sentenza di condanna e poi dite, con onestà, se quello che si è tenuto a L’Aquila è un processo contro la scienza o verso la verità di quei giorni orribili del 2009.

Ricordo che intorno alla metà del 2010, a L’Aquila, si tenne un convegno cui parteciparono molti importanti giornalisti, quelli che, dopo la protesta degli aquilani, cominciarono a scrivere la verità sul cosiddetto miracolo aquilano. Ci chiesero scusa quel giorno, lo ricordo bene, per non aver raccontato prima la realtà.

Non desidero le scuse per l’interpretazione superficiale del processo alla Commissione Grandi Rischi, ma attendo che, invece di spegnere le telecamere e le prime pagine dei giornali sull’Aquila, si possa avviare un dibattito costruttivo e reale su chi quelle rassicurazioni le ha vissute sulla propria pelle e che, come me, ha messo al letto i figli con tranquillità, poi si è addormentata vestita e non sa perché, forse per istinto “primordiale”. Non era la nostra ora, direbbe qualcuno, e quindi siamo qui, a

L’Aquila, per raccontare l’accaduto, sempre che a qualcuno interessi.

Nessuno invoca l’evacuazione in una situazione di probabile rischio, ma almeno un innalzamento del livello di allarme, un invito alla prudenza, una serie di consigli pratici , una segnalazione degli edifici a rischio da parte di funzionari dello Stato, questo doveva essere detto e fatto.

In ultimo, da scienziata, mi spiace molto dover constatare che il potere politico sia riuscito a piegare il rigore scientifico o, se volete, che la scienza si sia piegata ad ordini superiori.

Amen

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Published by
Giusi Pitari