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Morto Eugenio Scalfari. L’uomo che inventò un nuovo giornalismo

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di Gianvito Pizzi

Questo scritto per me è un atto dovuto. È morto uno dei miei padri intellettuali. È morto Eugenio Scalfari. La mia conformazione di pensiero, ha trovato in quest’uomo una prima traccia che poi è diventata illuminazione.

Dopo un girovagare da ragazzino nella lettura di giornali come Il Mattino, quando arrivai alla soglia dei tredici anni, passai a leggere il Corriere della Sera ed a “Il Giornale” diretto da Indro Montanelli.

Nel 1981 venne la svolta de La Repubblica, infatti convogliai tutte le mie energie su essa. E per me è stata una scuola di giornalismo, più della scuola di giornalismo che ho frequentato successivamente.

La Repubblica è un’invenzione di Scalfari. Scrivo invenzione perché fu la proposizione di un giornalismo che aveva un linguaggio non stereotipato sui canoni classici, ma era di stile “parlato'” ed indulgeva anche all’ironia e al sarcasmo. Era una nuova strada che veniva aperta ed io l’ho percorsa.

La cronaca era stata messa in secondo piano, forse anche i fatti, vi era attenzione soprattutto alle opinioni. E così in Italia, nasce un opinionismo da columnist, tipico del giornalismo americano.

Il fondo di Scalfari diventò il punto di riferimento della classe dirigente italiana, del mondo intellettuale e gradatamente si avvicinò al grande pubblico.

Se penso a Scalfari, penso al notismo politico di Giampaolo Pansa della prima ora, alle analisi di politica estera di Sandro Viola, agli interventi culturali di Pietro Citati, al giornalismo di Giorgio Bocca, alla cronaca senza tema del pericolo degli Attilio Bolzoni, poi seguito da Giuseppe D’Avanzo.

Se penso a Scalfari penso a Barbara Spinelli e la sua causticità, alle analisi economico-sociali di Mario Pirani, a Giuseppe Turani che spiegava il capitalismo italiano, alla cronaca di costume sociale di Natalia Aspesi. Penso all’eleganza di Enzo Forcella, agli interventi del garante dei lettori Piero Ottone, ex direttore del Corriere della Sera.

Potrei andare avanti per pagine, se dovessi descrivere La Repubblica, come giornale che per me “è stato” ed ora non è più, da un paio di decenni.

Se scrivo con uno stile elegantemente semplice e con estrema facilità di esecuzione, lo devo alla Repubblica di Scalfari. Poi è giunta la contaminazione di Guy de Maupassant e Voltaire, a forgiare la scrittura letteraria. Ma la base è Repubblica, dove da Scalfari ho imparato l’eleganza del periodo. Sino a divertirmi a “correggere” il suo fondo domenicale, arringando i mei estimatori sulle parti che potevano essere scritte con più perizia.

Eugenio Scalfari è stato l’uomo che influiva sulla vita politica italiana, come nemmeno il più influente dei politici. Quello che lui scriveva pesava e interferiva. Mai nessuno ha avuto questa facoltà. Lui mi ha insegnato l’influsso intellettuale. Il potere dei pensieri.

Aveva 98 anni, non lo leggevo più da circa un decennio. Non leggo gli opinionisti perché non mi aggiungono più nulla. Anzi, a volte provo disappunto per lacune evidenti. Ma questa è un’altra storia.

Eugenio Scalfari, quello degli anni ’80 e ’90, è stata una guida, un padre intellettuale. Sapere che era ancora all’opera mi confortava.

Non sono incline ad osanna, nel mio campo di azione. Piuttosto a critiche. Solo Scalfari, per ciò che mi ha dato, pur non avendolo mai conosciuto, mi fa alzare in piedi e fare un applauso. Lui ha creato il giornalismo italiano moderno.

Sono commosso.

Gianvito Pizzi

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