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Abbiamo bisogno degli immigrati. Anche per la crescita economica

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In questi giorni l‘immigrazione è tornata al centro del dibattito pubblico grazie alle polemiche suscitate dalla proposta del Ministro Kyenge sullo ius soli e, in maniera diversa, al terribile caso di Mada Kabobo. Anzitutto, c’è bisogno di sgombrare il campo da alcuni equivoci e dire con chiarezza che l’immigrazione, cioè lo spostamento di grandi masse popolari per motivi nella maggior parte dei casi economici, è un fenomeno storico che ha i caratteri della inevitabilità e della normalità.

È inevitabile perché nella storia dell’uomo mai nessuno è riuscito ad impedire ai popoli di cercare una vita migliore, anche lontano dalla propria terra natia. È del tutto normale perché rientra nella necessaria evoluzione dei rapporti tra i popoli. Siamo noi che in questa epoca attribuiamo al fenomeno dell’immigrazione un carattere di tale eccezionalità da farne sempre e comunque un terreno di scontro e di divisione.

Diciamo la verità, sulla pelle degli immigrati in Italia si combatte una guerra di posizionamento dove ogni partito e partitino cerca di piantare una bandierina, chi in un senso chi in un altro. La conseguenza è che in questo modo si perdono di vista i fatti e il dibattito diventa aleatorio, demagogico, buonista, fumoso. La strumentalizzazione è sempre dietro l’angolo e chiunque voglia andare al di là dei caratteri cubitali deve difendersi esercitando il senso critico.

Ne sono esempio perfetto i titoli e gli articoli che in questi giorni sono stati dedicati alla terribile vicenda di Kabobo, l’immigrato clandestino che ha spaccato la testa a tre persone con un piccone nelle vie di Milano. Fate attenzione alle parole, perché sono importanti, le parole sono orizzonti: avete appena letto le parole “immigrato clandestino” e probabilmente questo non vi ha stupito. Bene, volete sapere una cosa? Non solo Kabobo non è un clandestino ma la figura del “clandestino” in quanto tale non esiste sul piano giuridico. È una semplificazione giornalistica, uno slogan, che a forza di essere ripetuto è diventato luogo comune, modo di dire e ha finito per deformare la nostra realtà.

Kabobo in verità è un richiedente asilo ricorrente, cioè uno che ha chiesto asilo, gli è stato negato e, come suo diritto, ha fatto ricorso. Era in attesa di sapere se sarebbe stato o meno accettato come rifugiato. Questo iter giuridico, paragonabile ai tre gradi di giudizio cui va incontro un cittadino italiano, viene sancito dal diritto internazionale; è evidente che non ha nulla a che vedere con la categoria della clandestinità, ammesso che così si voglia chiamarla. Nessuno pensi che si tratti di inutili distinguo perché è in questi dettagli che poi sta la sostanza delle cose.

Domanda: questo toglie qualcosa al fatto che si tratti di un omicida? Niente ovviamente. Ma forse attribuire il senso di un gesto così orrido alla qualifica di immigrato e per di più “clandestino” ha aiutato tanti a farsene più facilmente una ragione. Nessuno può ignorare che il ruolo giocato dall’informazione nel creare questi corto circuiti tematici e politici è assolutamente cruciale.

Come se questo non bastasse, aggiungiamo che ormai gli italiani sono abituati ad una classe politica che si ostina a trattare questo tema in maniera sbagliata: la destra da anni cavalca la paura del diverso mentre la sinistra da sempre produce giustificazioni sociologiche che lasciano il tempo che trovano.

Il punto è che noi abbiamo bisogno di immigrati, questa è una verità che non possiamo in alcun modo negare. Qualcuno a questo punto aggiungerebbe anche: abbiamo bisogno di qualcuno che sia disponibile a fare tutti quei lavori che noi non vogliamo più fare. Vi invito un attimo a riflettere su quanto sia ingiusta questa frase perché contiene in sé un giudizio di predestinazione pesantissimo per chiunque si affacci sulle nostre coste.

Colgo l’occasione anche per sfatare un altro luogo comune che normalmente si sente al riguardo dell’immigrazione: non che gli immigrati portano malattie. Provate voi ad immaginare cosa significa fare un viaggio di migliaia di chilometri portandosi sulle spalle le aspettative di una intera famiglia che rimane a casa. Ecco voi chi scegliereste di far partire? Probabilmente il più forte e sano del gruppo. Ed è così che succede infatti. Il problema è che una volta in Italia gli immigrati finiscono per vivere in condizioni di tale degrado da trasformarsi in ricettacoli di malattie che pensavamo dimenticate, come ad esempio la tubercolosi.

E proprio sul lato della prevenzione sanitaria, dei servizi per la salute degli immigrati, bisognerebbe spendere risorse ed energie perché alla signora Maria che sale sull’autobus in fondo non dovrebbe interessare molto se la persona che ha accanto è clandestino oppure no ma sicuramente le interessa sapere se può trasmetterle la tubercolosi. Le amministrazioni locali dovrebbero iniziare da qui, da massicce ed efficaci campagne di educazione sanitaria rivolte agli immigrati, per aiutarli a tenersi in salute: è nell’interesse non solo loro ma anche delle nostre comunità cittadine.

Il Terzo Settore, le associazioni di volontari, le parrocchie, da anni si battono per affermare una visione realistica delle cose, senza pregiudizi ma anche senza inutile buonismo. Si tratta di un patrimonio prezioso in termini di esperienza che può utilmente trasformarsi in proposta di fronte a orecchie attente e intenzionate ad ascoltare.

L’Italia ha bisogno della ricchezza economica e culturale che deriva da una sana immigrazione, ben gestita certo e ben regolata. Se invece si continuerà sulla via dello scontro ideologico, con legislazioni che subiscono una insopportabile oscillazione tra rigorismo e permissivismo a seconda di chi governa, allora continueremo a rimanere indietro tra i paesi civili e perderemo preziose occasioni di crescita.

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Published by
Katia Stancato