Il calcio di Socrates e il calcio delle televisioni e dei procuratori

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Questo articolo è scritto principalmente per i Millenials appassionati di calcio e per tutti coloro che non hanno potuto vedere dal vivo il calcio di Socrates, ma soprattutto non hanno potuto conoscere l’uomo e il suo pensare.

Socrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieria de Oliveira, conosciuto da tutti come Socrates è stato il capitano del Brasile ai mondiali di calcio del 1982 e del 1986, in una squadra che schierava calciatori del calibro di Zico, Falcao, Junior, Cerezo, Eder. La sua storia professionale e umana è magistralmente raccontata da Lorenzo Iervolino in Un giorno triste così felice, giunto alla sua quarta edizione, edito dalla casa editrice 66THA2ND.

È la storia di un ragazzo di provincia nato per giocare al calcio, ma con il fuoco della politica che gli ardeva dentro. Un ragazzo, diventato poi uomo, che ha sempre anteposto gli interessi collettivi, la lotta per la democrazia e l’alfabetizzazione nel suo Paese, agli interessi personali e che fino alla fine ha fatto sentire la sua voce al fianco dei meno forti.

Laureato in medicina, elaborò una proposta di legge per la riforma dello sport per il governo di Lula che non fu approvata. Troppo di sinistra anche per quel governo. Proponeva di destinare tutti i soldi della Coppa del mondo di calcio del 2014 alla costruzione di impianti sportivi per le scuole e, contestualmente, imponeva lo studio obbligatorio fino ai diciotto anni per chiunque volesse fare sport a livello professionistico.

«Quello che volontariamente ignorano, e vogliono che anche noi ignoriamo, è il potenziale di questo fenomeno giocato coi piedi: un potenziale di trasformazione sociale.». Il calcio di Socrates non è il calcio di oggi, governato e gestito dalle televisioni e dai procuratori, ma un sano divertimento e uno strumento di riscatto sociale. Uno strumento per accompagnare e accelerare i processi di trasformazione sociale di una nazione, il Brasile, ieri ostaggio della dittatura militare e oggi in lotta contro la crisi mondiale che attraversa tutti gli stati e tutti i continenti. Giocava e segnava tanti gol e capì fin dal suo esordio che la popolarità che il calcio gli aveva regalato poteva essere utilizzata per aiutare il suo popolo.

Lorenzo Iervolino per scrivere questo libro è stato in Brasile. Ha incontrato gli amici di Socrates, chi gli ha voluto bene. Nel suo raccontare descrive, minuziosamente, tutti gli appuntamenti e gli incontri che gli sono serviti per ricostruire la vita del capitano della nazionale carioca. Le sensazioni. La commozione. Le attese. Ripercorre le stesse strade percosse dal Magrão, uno dei tanti soprannomi di Socrates, si siede agli stessi tavoli, frequenta gli stessi bar. Si immerge nel mondo del Doutor da bola per comprenderne fino in fondo il suo pensare.

Il risultato di questo lavoro è sorprendente anche per chi già conosce la storia di Socrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieria de Oliveira. La storia di un bambino innamorato di Pelé che sogna di diventare bravo come Pelé, ma che non esita a condannare l’atteggiamento omertoso del più grande calciatore brasiliano di tutti i tempi.

«I loro coetanei stavano subendo torture, venivano assassinati. E questo perché lottavano per un Brasile democratico. Nessuno di loro disse nulla. Neanche Pelé disse una parola, e questo mi deluse molto.». In questo caso si riferisce ai mondiali vinti dal Brasile in Messico nel 1970. Vittoria che servì a nascondere ai più la deriva autoritaria e le violenze del governo militare del generale Médici che imbarbarivano il paese. Quell’anno in Brasile sparirono nel nulla tantissime persone proprio come in Argentina durante i mondiali del 1978. Nessuno dei calciatori del Brasile utilizzò la propria popolarità, in quel momento ai massimi livelli, per denunciare la dittatura, proprio come nessuno dei calciatori dell’Argentina denunciò le malefatte di Videla.

Dopo un esordio brillante nel Botafogo di Ribeirão, Socrates si trasferisce al Corinthians, la squadra del popolo per eccellenza e una delle squadre di Rio de Janerio. Qui, oltre alle importanti vittorie sportive, scriverà una delle pagine più singolari e importanti del calcio mondiale, realizzando una vera e propria rivoluzione politica che attraverso il calcio parla all’intera nazione.

«La Democrazia corinthiana è stata l’unica cosa importante della mia carriera, tutto il resto sono stati calci ad un pallone.».

Socrates e i suoi compagni di squadra realizzano una vera e propria autogestione della squadra, prendendo ogni decisione in modo autonomo e democratico, votando nello spogliatoio. Un calciatore dunque non solo esecutore di belle giocate, ma conscio del proprio ruolo nella società e dell’importanza che può assumere ogni suo gesto, ogni sua parola pronunciata. Questo nuovo modo di essere personaggio pubblico diventa ancora più consapevole quando il Corinthians decide di disputare tre partite con la scritta sulla maglia: DIA-15-VOTE. Un invito esplicito ad andare a votare alle elezioni politiche che si tennero in Brasile nel 1982. Per la prima volta dal 1964 si poteva votare liberamente. Socrates s’impegna direttamente nella campagna elettorale a favore di Lula con grande generosità, pur non essendo iscritto al PT, Partido dos Trabalhadores, mantenendo però un’autonomia politica e partitica. Il motto era andate a votare perché è importante per il ripristino della democrazia nel nostro paese.

Ma Socrates non si è speso solo per l’emancipazione politica e per l’avvento della democrazia nel suo Paese, è andato oltre. Si è impegnato, coinvolgendo anche in questo caso i suoi compagni di squadra, affinché ognuno e tutti si sentissero coinvolti in prima persona nel cambiamento.

«I soldi che guadagnate col futebol non dovete spenderli in automobili o case […] Dobbiamo contribuire tutti a cambiare questo paese, migliorando la nostra consapevolezza, risparmiando per l’istruzione die nostri figli.».

Un vero e proprio maestro, un leader, così come ricorda Maurinho S., amico di Socrates ed ex calciatore, una delle tante testimonianze raccolte e proposte da Lorenzo Iervolino.

«In campo lui ci guidava. In poche parole, era quello che ci garantiva il bicho, il nostro premio partita. In campo il Magrão parlava in continuazione; se dovevamo difendere un risultato ci guidava, ci dettava i passaggi. Se dovevamo spingere, faceva il ritmo della partita. In tutte le squadre hai una líderança, qualcuno che ti guida in campo. E noi avevamo lui.».

Un uomo «innamorato dell’innamoramento», sempre positivo e disponibile con tutti. Sono tantissimi gli episodi citati nel libro che raccontano di come era solito fermarsi con persone appena conosciute a tirar tardi in compagnia dell’immancabile birra, gioia e soprattutto dolore della sua vita.

Un uomo complesso che ha saputo lasciare traccia di se in una società veloce e distratta come la nostra. Per certi versi uno sciamano, una persona molto sensibile.

Socrates muore di domenica, il 4 dicembre del 2011. Quello stesso giorno allo stadio Pacaembu, il suo stadio, si gioca la partita che vale il titolo nazionale. Corinthians contro Palmeiras. Quando l’arbitro fischia e da inizio al minuto di raccoglimento per ricordare il Magrão, tutte le persone presenti allo stadio e i calciatori del Timão, il nomignolo della squadra del Corinthians, alzano al cielo il pugno chiuso. In quel gesto simbolico è racchiusa tutta la vita di Socrates, il Doutor da bola.

Quasi trent’anni prima rispondendo a un giornalista che gli chiedeva di come vedesse la sua morte, Socrates rispose: «La mia morte? Se ci penso vorrei morire di domenica, e col Corinthias campione.».

Il 4 dicembre del 2011 la partita terminò 0-0, un risultato che consentì al Corinthians di vincere il campionato. «Um dia triste muito feliz» avrebbe detto il Magrão. Un giorno triste così felice.

Lorenzo Iervolino, Un giorno triste così felice. Socrates, viaggio nella vita di un rivoluzionario, 66THA2ND

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Published by
Oscar Buonamano