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La Campania deve tornare ad essere una terra felice

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Nostra madre terra langue. Soffre. Agonizza. Non vuol morire. Alcuni dei suoi figli, criminali senza scrupoli, le diedero da bere veleno: arsenico, cadmio, zinco, toluene, cloroformio. Gli altri, i buoni, lasciarono fare. Diverse sono i motivi per cui non corsero ai ripari. La maggior parte perché ignorava lo scempio che si andava consumando. Altri per pigrizia, ignavia, o per interessi personali. Mentre nostra madre gridava dal dolore, nostro padre, lo Stato, era latitante. O diceva che tutto andava bene. “ Occorre badare al bicchiere mezzo pieno, piuttosto che a quello mezzo vuoto”, ripeteva. Un modo come un altro per rassicurare i pochi illuminati che, preoccupati, lanciavano l’allarme. “Smettetela di impaurire la povera gente. Non rovinate la nostra economia”.

Il tempo, si sa, smorza le passioni. Quando la clessidra si riempie cento, mille volte e non succede niente, anche ai più volenterosi cascano le braccia. E lasciano perdere. Al povero, i ricchi furbi e avveduti, non hanno mai fatto mancare il pane. Sanno che se succede è pericoloso. Quando per la fame al povero bruciano il ventre e le budella, si fa violento. Fa lega con i suoi eguali e chiede i suoi diritti. Prima con le buone. Poi – la storia ce lo dice – anche con le cattive. Non conviene. Conviene, invece, dargli un piatto di fagioli e un bicchiere di vino. Magari accompagnati da un sigaro e un po’ di svago la domenica, all’imbrunire. Che so: un palo della cuccagna. O la corsa nel sacco. O fargli colpire una brocca di terracotta con gli occhi bendati. Quando raggiunge il fondo l’uomo – tutti gli uomini, di tutti i tempi, di ogni dove – trova in se stesso una forza straordinaria. La forza della disperazione. La forza dello sdegno.

Ecco, credo che a noi, abitanti delle province di Napoli e Caserta, sia successo proprio questo. Ci siamo svegliati dal sonno e ci siamo accorti di essere entrati in un incubo spaventoso. La mamma che ci ha sempre amato sta per morire. Ma – lo sappiamo – se muore ci trascina con sé nella tomba. Siamo legati a lei da un vincolo indissolubile. “Quello che Dio ha unito, l’uomo non separi”. Con lei viviamo un rapporto così stretto da non poter fare a meno l’uno dell’ altra. La paura allora ci ha sfiorati. Poi ha preso a farci compagnia. Infine è diventata nostra ospite abituale. Non ne possiamo più. E abbiamo gridato. Siamo andati a bussare alle case di chi venne da noi per essere eletto. Al Comune. Alla Regione. Al Parlamento. In Europa. L’abbiamo fatto prima con rispetto sommo e voce bassa. Poi con la voce sempre più alta e il rispetto meno sommo. Le loro parole, cui credemmo tante volte, ci sono diventate insopportabili. Le loro passerelle, inutili e bugiarde, stomachevoli. Abbiamo capito che la nostra sorte deve stare a cuore a noi.

In Campania ci si ammala di cancro più che altrove. E perché mai? C’è forse caduta la luna in testa? O, all’improvviso, è impazzito il nostro genoma? Niente di tutto questo. Terra, acqua, aria e salute umana stanno insieme. Soffrono insieme. Gioiscono insieme. Muoiono insieme. Lo sapeva perfino la mia nonna analfabeta. Perciò dobbiamo dire  no ai camorristi con coppola e pistola e a quelli con cravatta e computer. Per chiedere a nostro padre, lo Stato, di fare il suo dovere. Di prendere di petto il dramma che ci affligge e farci ritornare a vivere. Sabato è stata una giornata storica per Napoli. Come 70 anni fa, il tiranno deve essere cacciato fuori. I cittadini campani faranno di tutto perché la loro mamma ritorni a essere fertile e felice.

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Published by
Maurizio Patriciello