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La mafia a Bari risolve anche le crisi matrimoniali

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Una ‘giustizia‘ parallela controllata e gestita da un capoclan. ‘Savinuccio’ Parisi, ritenuto in passato dalla Dda il ‘capo dei capi‘ della malavita barese, non si occupava e preoccupava soltanto dei traffici illeciti gestiti dalla sua organizzazione criminale. Faceva di più. Risolveva le controversie interne al clan, i litigi tra gli affiliati e persino i conflitti sentimentali.

La sua parola, per la gente del suo clan – ha fatto intendere un ‘pentito‘ al tribunale di Bari – valeva come quella di un ‘giudice‘, e come tale andava rispettata. ”Ricordo che fu chiamato ad intervenire in alcune ‘cause’ di separazione”, ha detto durante un processo a Bari, il collaboratore di giustizia Cosimo Capasso che ha deciso alcuni anni fa di voltare le spalle al clan di ‘Savinuccio’.

Il ‘pentito‘ ha raccontato delle attività usurarie della famiglia Parisi. Lui che ai parenti del boss aveva chiesto prestiti per salvare la sua attività imprenditoriale e che spesso si era rivolto a Parisi per chiedere di dilazionare i pagamenti. Lui che per un periodo è stato una sorta di autista del capoclan del quartiere Japigia. Capasso descrive il boss come un capo indiscusso. ”Si sapeva che era il capo di tutti” dice in aula, sentito in videoconferenza, rispondendo alle domande del procuratore aggiunto Pasquale Drago.

Nel processo, ‘Savinuccio‘ è imputato con altre 46 persone per i reati, a vario titolo, di associazione mafiosa, traffico internazionale di droga, usura, turbativa d’asta e riciclaggio. Un’altra quarantina di imputati è già stata processata con riti alternativi. Il primo dicembre 2009 le indagini della Dda di Bari consentirono di disarticolare l’organizzazione mafiosa con l’arresto di 82 persone: tra queste Parisi, scarcerato per scadenza termini un anno fa e attualmente detenuto per altri fatti.

Uno dei motivi per i quali il boss è ancora in cella è proprio attribuibile ad un suo intervento da paciere. Secondo l’Antimafia il boss sarebbe intervenuto per mettere fine alle richieste di soldi a due imprenditori da parte di pregiudicati, affiliati al suo clan, fatte quando lui era detenuto. In cambio le presunte vittime dell’estorsione, però, gli avrebbero dato gioielli del valore di 100mila euro.

Ma Savino Parisi interveniva per risolvere le controversie interne al clan e non solo. ”Un giorno – dice Capasso in aula – ricordo che accompagnai Parisi alla sua villa di Torre a Mare. C’erano tanti ragazzi ad aspettarlo perché era in corso un conflitto tra il pregiudicato Michele Stramaglia (vicino al clan Parisi, ndr) e un altro boss di Carbonara, Tonino Strascinacvert (soprannome di Antonio Di Cosola, ndr) che Savinuccio doveva risolvere”. Ma oltre a questi episodi, strettamente legati agli equilibri tra gli affiliati, Savino Parisi doveva occuparsi anche di ‘intervenire nei conflitti matrimoniali”. Come un giudice del clan contro le cui decisioni, però, non si poteva presentare ricorso.

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Redazione