“Lampedusa”, un paradiso con una cicatrice al cuore. Intervista a Carolina Crescentini

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Questa sera e domani arriva su Rai1 un appuntamento davvero imperdibile. In prima serata, infatti, vedremo “Lampedusa”, la miniserie diretta da Marco Pontecorvo che racconta il viaggio carico di speranza di profughi che hanno lasciato il loro Paese per raggiungere le coste lampedusane. Tra i protagonisti, oltre che Claudio Amendola nelle vesti di un ufficiale della Guardia Costiera coinvolto nella drammatiche vicende degli sbarchi clandestini, troviamo un bravissima Carolina Crescentini nei panni di una volontaria. Questa volta Rai1 ha un compito molto importante, quello di accendere i riflettori su quello che di fatto accade quotidianamente sulle nostre coste da svariati anni ma che probabilmente molto spesso ci sforziamo ancora di non vedere.

Chi è Carolina Crescentini oggi?

È una donna adulta che, rispetto a chi ha una vita regolare e abitudinaria, risulta essere un po’ bizzarra per la sua continua vita girovaga. Credo tuttavia che sia finalmente in pace con sè stessa.

Nel 2016 cosa vuol dire essere attrice secondo te?

Secondo me, vuol dire: lottare! Questo è un mestiere meraviglioso ma che non si può mai dare per scontato. Essere attrice significa essere una precaria di lusso; oggi il lavoro ci può essere e il giorno seguente non esserci più, dipende dal proprio impegno ma anche dagli altri.

Il 20 e il 21 ti vedremo in “Lampedusa”, un progetto televisivo di Rai1 molto importante. Posso chiederti cosa ti ha spinto a dire di sì a Marco Pontecorvo?

Posso dirti che è la terza volta che lavoro con Marco e per me è stato un vero piacere. Mi trovo molto bene con lui, so che mi posso fidare! Nasce come direttore della fotografia, perciò è prima di tutto un uomo di set con ha una splendida umanità. Adoro la sua schiettezza che a volte può apparire brutale ma che risulta essere in realtà un modo per dire la verità. Ho accettato questo progetto televisivo anche per Lampedusa; ero stata nell’isola ben quattro volte in vacanza e mai ero venuta in contatto diretto con quanto accade realmente lì, tutto ben nascosto e mascherato a causa anche di una cattiva informazione.

Secondo te, nei confronti di una tematica così forte ma allo stesso tempo così delicata, qual è il compito del cinema?

Credo che il primo compito sia quello di informare; oggi ci troviamo dinnanzi a una strumentalizzazione dell’informazione per un fenomeno, quello dell’immigrazione, che inizia ad essere conosciuto ai più da qualche anno, anche se di fatto è presente nel nostro Paese da oramai quindici anni. Il secondo compito credo sia quello, indipendentemente dal proprio colore politico, di fermarsi dalla propria routine per capire cosa sta accadendo laggiù, sull’isola di Lampedusa, non così lontana come sembra.

Interpreti Viola, responsabile di un centro di accoglienza. Come ti preparata?

Ho guardato tutti i video possibili che la rete offriva; cercando accuratamente, ho trovato filmati girati dagli stessi migranti sui barconi. Ho deciso poi di andare sull’isola, di andare al centro di accoglienza, assistere agli sbarchi, parlare con la Guardia Costiera e con i lampedusani cercando di vivere sulla mia pelle quello che stavano vivendo loro. Inizialmente mi commuovevo di continuo ma successivamente è scattata l’emergenza di aiutare.

Ci racconteresti meglio di questa donna che ha il tuo volto?

Viola è una donna che lavora per il centro d’accoglienza di Lampedusa; precedentemente aveva lavorato per diverse onlus. È una donna che ha un passato molto difficile che si ritrova da sola in un meraviglioso scoglio in mezzo al Mediterraneo a rimboccarsi le maniche. Si ritroverà a soccorrere ed aiutare, ma anche a selezionare e capire chi potrà avere o meno asilo politico; da dire c’è che la maggior parte non vuole avere asilo politico per il fatto che non potrà più far ritorno a casa propria; le persone fuggono da guerre e carestie ma in cuor loro sognano sempre di poter far ritorno nella propria terra. Viola deve anche gestire le possibili rivolte, interne al centro d’accoglienza che, seppur organizzato nel migliore dei modi, racchiude un vasto numero di persone in un recinto. I migranti potrebbero uscirne, ma non tentano perché da un momento all’altro potrebbe arrivare il pullman per il loro trasferimento.

Questa fiction è stata girata a Lampedusa, un punto di arrivo ma anche di partenza, oltre che speranza per i tanti migranti che vi giungono. Per te cosa rappresenta?

Quello che ho notato era la speranza e la gratitudine che si potevano leggere sui volti delle donne una volta arrivate sull’isola nei confronti dei soccorritori. Ecco perché posso confermarti quanto i Lampedusani siano persone semplici ma forti, perché danno una seconda possibilità a persone che stanno cercando scappare da una morte certa per conquistare la propria libertà con i denti. Per me, Lampedusa è un paradiso ma con una grande cicatrice nel cuore.

Dopo quest’esperienza, oltre che professionale, anche umana, cosa ti è rimasto? Ha influito nella tua quotidianità?

Combatto sempre di più, battendomi per il sociale. Quello che ho imparato dopo Lampedusa è che siamo una comunità e, come tale, dobbiamo aiutarci e sostenerci. Oggi mi capita spesso di scambiare quattro chiacchiere con i migranti che incontro a Roma perché a volte basta un sorriso per rendere positiva una giornata e scaldare un cuore. Sono rimasta profondamente colpita da quest’isola e anche dai migranti che hanno fatto la comparsa nella nostra miniserie. Ricordo quando dovevamo girare la scena in cui alcuni migranti portavano sacchi che sarebbero dovuti essere pieni di cadaveri ma che, essendo un film, erano pieni di stracci. Non potrò mai dimenticare il dolore e le lacrime di quelle comparse che, essendo arrivati in Italia sette anni fa, girando quella scena, stavano rivivendo quanto avevano dovuto sopportare, perché in quei sacchi c’era il fratello o il padre.

Cosa desidereresti arrivassi al pubblico del piccolo schermo di “Lampedusa”?

Vorrei che questa breve fiction fosse vista da più persone possibili, in modo tale da avere una corretta e sana informazione di quanto accade su quell’isola.

Quest’intervista verrà pubblicata in Resto al Sud. Che rapporto hai con la parola Sud?

Io amo il Sud. Ho vissuto tre mesi a Napoli per lavoro, vado spesso in Puglia e adoro la Sicilia. Appena posso, scappo in quei luoghi. Per me, sono calore, umanità, gente amabile che ne percepisci il cuore.

I tuoi prossimi progetti?

Nel 2017 uscirà “I bastardi di Pizzo Falcone”, una fiction girata a Napoli i cui personaggi hanno una doppia identità. Mi vedrete nel nuovo film di Massimiliano Bruno, “Beata ignoranza” e nel film di Max Croci dal titolo “La verità, vi spiego, sullamore”.

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Published by
Giulia Farneti