“Il sindaco è stato eletto!” “E’ la figlia di Marcoberarducci.” “Una donna!”

“Ma è capace?’ “E’ laureata in filosofia, insegna in un liceo!”

“Una donna….che fine abbiamo fatto!” “Povero paese….”

In piazza il chiacchiericcio era serrato Per la maggioranza anziani. I giovani erano a festeggiare nella sede della lista civica. Era la prima volta nell’entroterra di quel pezzo di Calabria che una signora accedeva alla poltrona di primo cittadino.

Il perché era in quel: “figlia di Marcoberarducci”. Un uomo arcigno che aveva tenuto la carica di sindaco per più di quarant’anni. Ed avendo una sola figlia, non aveva avuto altra scelta.

Ma c’era stato bisogno di tutta la sua forza elettorale per farle prendere 2600 voti su 4100 votanti. Lui ne rastrellava 4000. Ma votare una donna, per molti, era parso un abominio. Questo succedeva nel 1970, su quei monti impervi.

“Ora che siamo di nuovo nel Comune, tu devi continuare il mio lavoro. Le famiglie le conosci, si tratta solo di mettere nelle caselle giuste i lavori da dare. Per il resto ti puoi divertire. Perché comandare è una bella sensazione. Vedrai.”

Marta Marcoberdarducci era una donna in via di formazione. La sua personalità non era ancora delineata. Si trovava su quella linea di confine dove le speranze possono diventare certezze, i dubbi diradarsi e i desideri tramutarsi in timide azioni.

Una linea dove puoi gettare di colpo vecchie zavorre mentali che non servono più. Forse il padre era una di queste. E per farlo, accettare la canditatura era stata una tappa terapeutica.

Da sindaco, per qualche mese accondiscese ai codici non scritti. Poi iniziò a prendere qualche iniziativa personale. Infine andò a fiuto. Faceva ciò che gli pareva giusto.

Il padre lasciò fare, poi una sera la prese a casa in disparte.

“Ma che c…. hai combinato oggi! Hai messo in vendita il demanio della Fecarella a bando d’asta?….. Ma lo sapevi benissimo a chi doveva andare! Ma sei impazzita! Sai che c’era un accordo! Sai che adesso saltano molti accordi?…Sai che casino succede!”

“Quella è roba pubblica. C’è chi ha bisogno di quel fondo per sviluppare un progetto importante. E me ne ha parlato. Non potevo tenerlo fuori.”

“Progetti importanti? Ma come parli! I nostri progetti sono importanti! Degli altri chi se ne fotte!…. Che ti ci ho messo a fare al mio posto! Per fare Giovanna D’Arco?”

“Senti papà. Io credo che tu della vita non hai capito molto. Fai le stesse cose che faceva nonno. Non hai cambiato nulla di una sola virgola. Sei stato un…..burattino.” Fece una pausa. “Tu ti senti forte….corri, corri, ma non sai nemmeno dove vai. Io credevo che fossi un uomo con grande personalità. Invece mi trovo davanti ad una cartapesta….mi dispiace dirtelo….ma sei troppo vecchio per cambiare… non sei troppo in ritardo per capire.”

L’ex sindaco Marcoberarducci, il padrone incontrastato di quel pezzo di Calabria, era frastornato. Sia da quelle frasi, ma anche dalla pacatezza con cui erano state pronunciate. “Una donna….una donna mi viene a fare lezioni di vita…” E ciondolava il capo guardando verso il basso.

“Non è questione di donna o uomo…è questione di credere in se stessi e di aver imboccato una strada attinente alla morale.”

“La morale?….E cosa è la morale?”

“La morale è la propria vita, ma è la vita che ti disegna la logica. L’intelletto porta verso comportamenti di buon senso. Sono i prevaricatori che deviano i percorsi. Ed i prevaricatori son le persone che nella vita non ce l’hanno fatta. Sono molte volte persone riuscite fuori se stessi, ma fallite dentro. Forse è il tuo caso. Forse”

Marta vedeva le spalle del padre ingobbirsi.

“Allora secondo te noi siamo un mondo di perdenti!’

“L’utile che serve per vivere è un grosso volano di confusione. E fa credere che la ogni strada è lecita per portare il pane a casa o procurare il benessere alla propria famiglia. Il Sud soffre un gigantesco problema culturale. La miseria in cui sono vissute per secoli i sudditi del regno di Napoli, ha potato ad una cattiva strutturazione del pensiero. Molti che nella vita sono “riusciti” non sono stati capaci di fare meglio dei feudatari sanguisuga che ci hanno governato. Tu sei stato un loro emulo, in un regime di democrazia. Forse hai fatto peggio.”

“Ma tu chi sei? Non sembri mia figlia? Chi ti ha insegnato a parlare così?”

“Papa’, io ho studiato. Ho una laurea in filosofia. E quando studiavo non pensavo a prendere buoni voti, ma a migliorarmi, a scoprire chi sono. Ed ho pensato ai mali della società in cui sono vissuta….Ora è il mio momento. Avvierò una rivoluzione culturale. E se mi va male, me ne andrò al Nord. Ma continuerò la mia battaglia.”

“Favole. Sono solo favole. Parlo così perché non conosci la vita.”

“E la stessa cosa che ho detto io a te. Ma tu non sei passato per la cruna dell’ago. Tu non hai mai pensato, tu hai solo copiato. Ma considerato come è ridotto il Sud, credo che cambiare si deve.”

L’uomo andò a letto confuso. Lei no. C’era un testimone che passava di mano. La staffetta continuava, ma su un’altra corsia.

Leggi l'articolo completo
Share
Published by
Gianvito Pizzi