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Toma Italian Brands, una storia pugliese: dal riciclo tessile al multi-brand

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Ottant’anni di storia d’Italia. Sono quelli dietro la nascita e il successo di Toma Italian Brands. Oggi un’impresa dal format innovativo, l’azienda – nata a Taranto negli anni ’40 – riscuote tanto successo da esportare in tutto il mondo.

L’economia circolare di Brigida e Salvatore, una storia d’altri tempi

E pensare che tutto è nato da un’idea di Brigida, signora di Sava, in Puglia, e suo marito Salvatore, che di mestiere faceva il sarto. Il loro progetto, che oggi chiameremmo un piano di business, era quello di commercializzare gli indumenti usati e, allo stesso tempo, condurre la sartoria di famiglia.

Gli americani, infatti, avevano portato con sé vestiti usati e dai tagli diversi rispetto a quelli utilizzati al tempo in Puglia. Una sorta di economia circolare ante litteram. Dall’amore di Brigida e Salvatore nacque così un’impresa che già allora voleva unire diversi ambiti – il commercio dell’usato e la sartoria, appunto – e soprattutto produrre e commercializzare abbigliamento.

E nacquero anche sei figli, di cui tre – Gino, Michele e Angelo – decisero di portare avanti l’impresa. Negli anni ’60 quindi iniziò il processo di specializzazione: commercializzazione di capispalla, ma anche total look uomo e donna. Il mercato era quello del Sud Italia.

La nascita di Gruppo Sviluppo Tessile, rivoluzione anni ‘90

Nel 1994 le redini furono prese dai figli di Angelo, Salvatore e Sergio, che in quell’anno decisero di fondare il Gruppo Sviluppo Tessile, al quale affiancare dei brand proprietari: Havana&Co., che si occupava di total look per uomo, e Julian Keen, la sua versione femminile. Il mercato così si ampliò fino a raggiungere l’estero.

Questa “pazza idea” dei brand made in Italy della famiglia Toma piacque, e fu per questo che vennero col tempo raggruppati in quella che oggi si chiama Toma Italian Brands, un’azienda che produce vestiario interamente prodotto in Italia (e al 70% in Puglia) e che ha raggiunto persino la quarta generazione della famiglia, quella di Verdiana e Angelo Toma.

Toma Italian Brands e il significato dell’anti-monomarca

La proposta di Toma Italian Brands è quella di andare oltre i negozi monomarca. “Durante la pandemia abbiamo lavorato ad un format in cui Toma Italian Brands diventi un multimarca-contenitore dei brand di proprietà e in licenza in seno al nostro gruppo – spiega in un’intervista a Fashion Network Verdiana Toma, che si occupa principalmente dell’ambito marketing e comunicazione dell’azienda – Molti negozi nei mall in Cina, Russia, Emirati, con la pandemia hanno chiuso. Chi possiede questi spazi cerca di restituirli a nuova vita. In quest’ottica abbiamo pensato di riempire nuovamente tali ambienti con l’insegna Toma Italian Brands”.

Oggi Toma Italian Brands si occupa soltanto di abbigliamento da uomo, al punto da fornire un vero e proprio total look. La scelta di allontanarsi dal mercato femminile è stata ponderata nel corso degli ultimi anni. Il menswear, spiega ancora Verdiana Toma, “è sempre stato il nostro core e abbiamo ritenuto che specializzarci in un settore che offre maggiore spazio di manovra rispetto ad un abbigliamento femminile saturo di proposte fino all’inverosimile ci avrebbe dato maggiori risultati. E ciò è avvenuto”.

Le marche di Toma Italian Brands

I brand nati all’interno del gruppo sono diversi: Havana & Co., Angelo Toma (linea di abiti sposo) e Angelo Toma Celebrity, questi ultimi che portano il nome del nonno. Ma non solo. Poi le licenze acquistate per la produzione e distribuzione di altri marchi. Nel 2012 Alessandro Dell’Acqua, nel 2019 Ungaro. “Ogni brand per non cannibalizzarsi internamente si basa su fasce prezzi e mood stilistici differenti”, racconta Verdiana Toma.

L’impresa pugliese ha 50 dipendenti diretti, ma dà lavoro a un totale di 400 unità attraverso i laboratori del distretto locale. Ancora oggi, infatti, le manovalanze sono quasi completamente sul territorio Pugliese, e tutte in Italia, a differenza di altri grandi aziende che nel corso degli ultimi anni hanno spostato le proprie sedi produttive fuori dal Bel Paese.

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Published by
Chiara Venuto