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La prima notte

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Mariella cuciva e ricamava pregiata biancheria per corredi. Se una ragazza del posto voleva ben figurare con la dote, la madre si rivolgeva a lei. A otto anni c’era già la possibilità che Mariella ricamasse per un bimba.

Nei paesi del Sud, il corredo era un’assioma e le suore insegnavano a ricamare a torme di giovinette. Le insegnavano un mestiere, oltre la religione.

Ora et labora.

Ciò sino a tutto il 1970, e generazioni di ricamatrici erano uscite da questa scuola.

Mariella aveva imparato a dodici anni a ricamare, ma lei rispetto alle altre, aveva talento. Un talento proverbiale, se c’era gente che percorreva cento chilometri di distanza, per farsi ricamare un pezzo del corredo.

Mariella era piena di lavoro ed essendo scrupolosa, aveva solo un aiutante di cui si fidava. Un suo lavoro costava tanto, ma ci volevano anche otto mesi per la consegna.

Tasse? Non sapeva cosa fosse un lavoro dichiarato. Lei ricamava per i fatti suoi. Non gli sfiorava la mente di dovere qualcosa alla società.

La sua aiutante era una donna strana. Non si era sposata, nonostante molti pretendenti e si definiva “monaca di casa”, che corrispondeva ad una categoria che aveva fatto una scelta religiosa, ma laica. Comportamento da monaca, ma in casa e non in convento. Un fai da te a proprio uso e consumo.

Freud avrebbe detto: un’ottimo escamotage per risolvere un conflitto sessuale. Ma non era luogo da cultura psicanalitica, il Sud dell’entroterra.

La monaca di casa era avida di denaro. Oltre a cucire per Mariella, cuciva in proprio, e si dava da fare come dama di compagnia per qualche vecchia nobildonna, raccogliendo pettegolezzi e doni di ogni genere. Da mobili antichi a gioielli. Poi riponeva tutto in uno stanzone e diceva che un giorno avrebbe donato la roba ai nipoti. Bha!

Un giorno da Mariella si presentò la capostipite della famiglia più nobiliare del posto, una vera autorità.

“Signora, le devo chiedere una cosa. Posso parlare davanti……” e indicò la monaca.

“Se è per un lavoro, certo.”

“Si si tratta di un lavoro. Ebbene, io ho da farvi vedere questa” e tirò fuori una coperta.

Era qualcosa d’incantevole. Un pezzo raro, con filamenti in oro, merletti lavoratissimi, un tessuto quasi indecifrabile, un colore azzurro che alternava le tonalità.

Mariella rimase di stucco. “Signora, mai visto niente di simile!”

“Apparteneva ad una mia antenata, forse è del 1600, è uno dei pezzi migliori che ho…..Il problema è che si è danneggiata in alcuni punti ed ora che vorrei donarla a mia nipote, avrei necessità di ripararla. Mi hanno consigliato dei maestri fiorentini, ma a me non va di dare questa coperta a degli sconosciuti, a cinquecento chilometri di distanza. E poi vale più di cinquanta milioni. Mi hanno detto che lei è bravissima e onestissima. Ora le spiego degli aggiustamenti.”

Mariella rimase interdetta, non tanto per il lavoro da compiere, quanto il costo del pezzo. Cinquanta milioni di quel tempo, erano ben oltre i duecentomila euro di oggi. Una responsabilità troppo grande per lei.

“Cara signora, questa coperta ha una storia particolare. La mettevano la prima notte di nozze le discendenti della mia famiglia, scelte in base a un calcolo dinastico. Poi venivano riposte e passavano di mano. Ora tocca a mia nipote. Ma ha bisogno del restauro.”

Mariella dopo un paio di giorni si mise al lavoro. E dopo un po’ di ritocchi diede la coperta alla monaca.

Questa la respinse.

“Ma che fai? L’ho imbastita, devi solo cucire la linea!”

“No. Questa coperta non la tocco. Questa è la coperta della perdizione. Io sono monaca di casa. Questa coperta è stata usata solo per fare peccato!”

“Ma Giovanna, sei scema? Ma che ti viene in mente?”

“Io con questa coperta non ci voglio avere a che fare!”

Mariella fece a meno del suo aiuto.

Dopo qualche settimana la contessa venne a far visita a Mariella.

“Allora, come vanno i lavori?”

“Bene. Può già vederli.”

“E stese la coperta.

“Bene. Sta venendo bene.”

Si era arrivati alla fine del lavoro. Oltre la vecchia contessa venne la nipote a guardare l’esito del restauro. Ella era una ragazza alta quasi un metro e ottanta, aveva i capelli corti, un paio d’orecchini in perla neri, che staccavano sul rossetto pronunciato. Vestiva un cappotto anch’esso nero e aveva un paio di scarpe con tacco alto e lucide.

Bella ed elegante.

“Ci siamo nonna. Abbiamo risolto il problema. Ora è pronta!”

“E tu sei pronta?”

“Si nonna.”

Mancavano tre settimane al matrimonio e i preparativi fervevano.

La bella contessina si sposò in un tripudio di luci e colori, sfarzi e lacrime.

La prima notte di nozze stese la coperta e mentre le dava gli ultimi ritocchi, notò una croce nera, ricamata su un lato estremo. Poi un’altra. Visionò il terzo e il quarto lato: altre croci lugubri.

La monaca aveva colpito. Era stato più forte di lei. L’invidia le aveva fatto perdere i freni inibitori.

Freud avrebbe sorriso. La contessina pianse.

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Published by
Gianvito Pizzi