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Il sistema clientelare e mafioso è fallito. E ora un’altra Sicilia è possibile

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Io credo che sia fallito, causa l’estinguersi di risorse, un sistema vecchio, quello che ci ha condotto fin qua, quello clientelare e mafioso.

Un sistema che ha visto complici consenzienti eletti ed elettori. Non nascondiamocelo.

Migliaia e migliaia di elettori in passato si son fatti comprare e han venduto il oro voto e se stesso.

Nessuno si senta offeso, perché chi legge non vive in quelle sterminate periferie che pullulano di vassalli della siciliana e feudale politica.

Era questo il “clima” allegro e pacifico sotto le ere precedenti, caro Orlando, che ha condotto presienti e deputati a palazzo dei Normanni e tu lo sai. Io direi clima tragico e drammatico.

Oggi quel sistema è esploso, e con esso un ceto politico di centrodestra che lo sosteneva e ci ha campato con pratiche da mutuo sostegno da ventenni.

Rimane da costruire un nuovo modello. Limpido, chiaro, onesto. Cosa di difficoltà erculea.

Tutto è da dismettere dalle fondamenta, a partire dal modello istituzionale, che ne sottende uno filosofico etico.

Non funziona oggi, in tempo di crisi e di assenza di risorse, un rapporto tra giunte e presidente da un lato e dall’altro un’assemblea regionale assolutamente allo sbaraglio e dedita al mercato dello scambio ( nessuno si senta offeso individualmente, ma è da ipocriti non a metterlo e riconoscerlo).

Prima funzionava in virtù di quello scambio. Che praticavano tutti in un “clima sereno”, tutti. Ma con un meccanismo e un principio che non era quello degli interessi e dei beni comuni, ma quello degli interessi individuali o di parte. Per forza di cose parziali, discontinui, incapaci di creare sviluppo e direzioni strutturali. Un modello che ha schiantato la Sicilia nell’essere vittima di se stessa e di un paternalismo politico male inteso e pacchiano. Nell’annegare nella spesa improduttiva, chiamata elegantemente così per non chiamarla col suo nome: clientela e corruzione.

Quando Buttafuoco arriva a dire che molti siciliani rimpiangono Cuffaro è bene sottolineare che molti siciliani non rimpiangono Cuffaro in se, o non solo Cuffaro in se, ma quel modello. Il modello feudale del vassallo, che mangia, che poi diventa valvassore, ma sempre un padrone cerca, omaggia e serve. E non è certo economia di mercato o economia produttiva e ricca il sistema feudale.

E’ paradigmaticamente il sistema della lenticchia. Lo dico chiaro, tondo e a testa alta: quel modello paternalistico infame, legale, paralegale, quando non palesemente illegale e mafioso, non è il mio, non può essere il nostro. E mi riferisco al mio partito. Anzi, lo individuo, lo isolo e lo combatto. Nè il mio intellettuale di riferimento può essere Buttafuoco (Francesco, ripeto, con tutta la stima), nemmeno per tentar di comprendere Crocetta. E persino spazierei oltre la Sicilia, perchè mai terra del mondo esistette al pari della nostra.

E allora mi leggerei Stiglitz o Moretti, per dire. Perchè ho bisogno di allargar lo sguardo e avere visioni ampie per comprendere. Tornando alla politica dell’isola non può ridursi tutto il progetto e il piano a una critica a un uomo. Non solo, se la critica a Crocetta comporta la nostalgia di quelle dinamiche, di quelle logiche di scambio strumentale (che sono vive e vegete nei palazzi della Regione, come all’ars), e compagni di partito si trovano coinvolti nell’applauso fragoroso di coloro che vassalli erano e vassalli restano, quando si enuncia chiaramente la probabile nostalgia per Cuffaro, le trovo doppiamente strumentali e pericolose. E come possono non averne nostalgia, in effetti? Han mai conosciuto altro? Ma compito nostro è costruirlo quell’altro e rappresentarlo.

No, con tutta la stima per Pierangelo e per la sua cultura, un intellettuale di destra, non può farsi riferimento di dirigenti del Pd. Anche se son contenta del successo, perchè è brillante, simpatico e colto. Una parte del PD che può legittimamente operare critiche al governo critiche deve proporne di nuove e affini alla nostra storia. E alzarsi, abbandonare dibattiti, o alzare la voce contro, là dove scrosciante si leva l’applauso per la “nostalgia di Cuffaro”.

Ma stiamo scherzando? Deve operarle in modo limpido e chiaro e libero le proprie critiche, certo non attardandosi in pericolosissime e insinuanti teorie di nostalgia. Non prestando il fianco al sospetto sempre dietro l’angolo della strumentalità. Ecco, una critica questa è e grande: non possiamo rimanere intrappolati nella strumentalità, come stiam rischiando di essere. Un modello è morto, ed è quel modello la causa dello sfacelo. Un modello permesso anche da un assetto istituzionale imperfetto. Dobbiamo mutare modello prima che persone. Dobbiamo progettare e mettere in campo critiche ai modelli e agli assetti prima che alle persone.

E’ ancora vivo e in piedi un modello che rende possibili la clientela, lo scambio, il mercimonio del singolo deputato all’ars, e può determinare il successo o lo stravolgimento di leggi, di finanziamenti e di finanziarie. Cosa progetti e cosa pianifichi quando ci ritroviamo di fronte a un simile assetto, o a burocrazie incapaci o incancrenite nei privilegi, che rimangono e permangono mentre i governi passano? Quando i loro atti, o non atti, burocratici, fioccano sopra le teste degli assessori come pallottole spuntate, quando si aggirano nei corridoi dei palazzi fiumi di denaro e quando gli assessori medesimi perdono forza, contenuto e valore, qualora lo avessero?

Ecco, denunciare non basta, caro Rosario, si deve smontare il giochino. Con tutte le critiche che ho fatto a Crocetta oggi mi sento di disegnare interrogativi nell’aria. E allargare lo sguardo oltre e altrove alla debordante personalità di un uomo che si ostina ad accentrare su di se migliaia di pregi che si tramutano subito in difetti in chi lo osserva e critica. Un presidente votato da pochi. Chi lo dice che il distacco della massa dal voto alle ultime regionali è stata determinata in larga parte dall’assenza dei grandi elettori mafiosi e paramafiosi che hanno agito per conto e col consenso di politica.

Eletti, grandi elettori ed elettori, in larga misura di centrodestra o ex democristiani? A chi la vogliam raccontare la panzanza dell’elettore indignato lontano dal voto per disaffezione? A un marziano? Ci son stati anche questi certo, ma nella misura non maggiore a un 5%. Lo dirá male, malissimo, ma Crocetta lo ha detto. Governa male? In Sicilia non governano i presidenti o gli assessori, ma un combinato disposto di 90 deputati, variamente orientati, le cui azioni e dichiarazioni e voti non dipendono certo solo dalle geometrie variabili, ma dagli umori sempre variabili dettati da interessi immutabili. E allora, caro Orlando, è fallita la regione o sono falliti i siciliani e quel rapporto perverso tra politica e siciliani che sarebbe bene sviscerare a fondo a costo di scorticarci tutti la pelle? E cosa e come sta mutando quel rapporto se la clientela non si può praticare, causa assenza di fondo pubblico, e quei siciliani medesimi, che, se la son mangiata a furia di ingoiare lenticchie, la Sicilia intera, oggi rimangono quasi “traditi” da quel secolare rapporto fiduciario tra padrone e vassallo?

Le colpe maggiori le ha avuto la politica è vero. Ma non mi si parli di “clima” se prima non si aggrediscono dalle fondamenta le radici delle perversità: assetto istituzionale, burocrazia, amministrazione. Non mi pare che Palermo e la sua gente godano dello stesso “clima” che forse alberga dentro il consiglio comunale, di cui parla Orlando. Non vorrei scambiato per la sala da ballo del Titanic quel consiglio comunale. La città che io conosco e vivo e di cui mangio polvere e munnizza è un’altra. E’ quella dell’esercito di poveri che non possono rimanere confinati nella retorica, ma devono irrompere in quel bel clima consiliare. Irrompere con azioni di politica collettiva e di bene comune. In questo sì la mia critica a Crocetta. Ma lui continua a ripetere al mio partito, a me: aiutami, dammi una mano. Dimmi come e troviamo i modi. E cosa risponde il mio partito? Ti diamo due assessori. E intanto ci teniamo il giochino.

E’ duro e terribile ciò che dico, perchè lo dico da vicesegretario e non da commentatore della domenica. Ma non è la critica a Crocetta e il cambio di giunta che muterà il verso, Caro Pierangelo. Compito nostro, difficile, difficilissimo, di classe dirigente di partito, e io sono dirigente di partito e null’altro, non ho cariche, non sono eletto, non ho “potere”, sono dirigente volontario a gratis in un partito che è la prima forza politica in Sicilia e non lo comprende ancora, o meglio son dirigente di un partito in un’era in cui la funzione di quadro intermedio democratico demandata al partito, in Sicilia più che mai, è nulla. Perchè il rapporto si gioca direttamente tra eletto ed elettore. E chi non è eletto vive fuori dai meccanismi perversi dello scambio e del rapporto difficilissimo tra eletto ed elettori, però cerca di costruirne di diversi, da anni, in un disperato tentativo di mantenere con rigore la chiarezza delle cose che si possono fare e di quelle che non si possono fare.

Riabilitare Cuffaro, no, non si può fare. E riabilitare non lui con le sue colpe, ma il modello politico del paternalismo che ha affogato la Sicllia, no, è ancor più indegno. Nascondersi dietro il dito no, non si può fare. E quando puntiamo l’indice non puntiamo Crocetta, per quel che non gli appartiene. Colpe ne ha, la sua confusa confusionarietá. Ma, e io posso dirlo perché tanto l’ho criticato e lo critico, e posso dirlo perchè non chiedo, nè aspetto nulla, ne comincio a intravedere coraggio, libertà e solitudine. Pur con tutti i limiti di un’azione non ancora chiara nel progetto economico, politico, ma chiarissima nell’andare contro, a ruota, tutti. Riconosco la sua enorme capacità nel farsi nemici dentro il recinto della sinistra. Il che me lo rende all’improvviso vicino.

E, camminando per le strade tutti ce l’hanno con Crocetta. Posso interrogarmi come mai ce l’hanno con lui, mi riferisco ai compagni di partito, più che con Cuffaro e Lombardo? Una volta mi ghiacciò il sangue un piccolo alunno di 12 anni, Alessandro. Bravissimo nel disegno.

Mentre miracolosamente riproduceva la Madonna col Bambino di Cimabue, mi dichiarò tronfio di sicurezza: professoressa mio padre dice che la mafia è bella perchè mangiamo poco ma mangiamo tutti ed è puntuale. Volevo dirgli che però suo padre aveva la mollichina del cane di bancata sempre affamato, gli altri, su, intorno al banchetto mangiavano molto ma molto di più, il piatto di portata e con una voracità sempre insaziabile. Io non mi sono mossa un millimetro da quelle aule e posso assicurarvi che quello era e quello è “il clima”, se non riusciamo a invertire le radici dei bisogni. Se pensiamo che i bisogni da quel giorno ad oggi sono aumentati, triplicati, quintuplicati, io mi ritrovo a disegnare interrogativi nell’aria quando camminando per quelle strade e quella polvere molti rimpiangono Cuffaro e detestano Crocetta.

Il punto è che non serve nemmeno odiar, o criticar Crocetta, questa è il mio sospetto e il nodo delle mie riflessioni. Il peggio dell’ars e della politica siciliana non sono le giunte in sé e nemmeno un presidente in sé, ma quel salone di soloni spesso sgrammaticati non solo nel linguaggio ma nei contenuti e nelle pratiche che quel linguaggio sottende. Preferiti da noi in un colmo democratico infame e tremendo. Votati uno ad uno. Il peggio della politica e della gestione della Sicilia sono poi quel piccolo esercito di burocrati inamovibili e veri burattinai delle nostre vite, di cui simbolo ideale e reale è l’uomo più potente della Sicilia, ignorato dal fine intellettuale, quanto ovvio, tanto si ferma alla superficie dei mali senza immergersi dentro, Buttafuoco: Patrizia Monterosso. L’uomo più potente della Sicilia, Patrizia Monterosso, non viene mai citata nel libretto giallo della Sicilia Buttanissima. Teniamo in conto che ogni assessorato reca una Patrizia Monterosso. Pratiche bloccate, leggi approvate e non applicate, azioni programmate male, firme non messe. E la Sicilia si blocca. Quelle pratiche io dico sono fallite, perchè han fatto fallire la Sicilia, ma non son morte, perchè sono ancora là, intatte. E sono ancora la le gambe che le rendono possibili. Sono quelle a far fallire ogni progetto, ogni pianificazione, ogni riforma. Onestà mentale è iniziare a dirlo e a prenderne coscienza. I politici siciliani di vecchio stampo come la gran platea dei disperati che a ogni tornata si posizionavano col cappello, determinando fortune e flussi elettorali, dovrebbero trarne le conseguenze, e anche l’intellettuale che vede il fuscello e lo scambia per la trave dovrebbero tenerne conto che tutto ciò che è vero non si vede e quel che si vede non è. Sì, il clima deve cambiare. Ma non per come pensa Orlando, il quale propone una sorta di “tregua acifica tra giunta e assemblea” come ha fatto lui meravigliosamente nel consiglio comunale.

Perchè per pacificare i rapporti tra Giunta, Governo e Assemblea regionale, per come funziona ancora oggi, le modalità son quelle infime di cui sopra, quelle delle logiche di scambio. E certo il patto non si fa sul bene comune, ma sul proprio bene. La propria roba, il proprio elettorato, il proprio sostenitore. Scusate il pessimismo, ma aspetto ancora che i fatti mi smentiscano. Come se ne esce? Tentativi. Come nelle vecchi miniere. Prima che il “clima” devono mutare l’assetto istituzionale del governo della regione, i modelli di raccolta del voto e la macchina burocratica amministrativa regionale. Se no il verso rimane sempre quello, la logica di scambio, con l’aggravante che non ci son soldi e lo scambio perde di senso tenendo immutati i bisogni.

Con l’aggravante che abbiam ridotto l’antimafia a una macchietta giornalistica da scontro elettorale o da dibattito dei giardinetti, mentre il mio alunno ve la racconta più lunga e più reale la verità. Perchè là dove non si vede e non se ne parla cresce eccome. Senza far questo, senza andare alle radici dei malanni, all’anamnesi completa, spariamo pure su Crocetta, intanto. Se ci sazia e ci piace il gioco. Posso farlo anche io salturiamente, e di argomenti ce ne sono a iosa, c’è che quando una cosa la fan tutti non mi convince più. Rilasciamo interviste magnifiche e graffianti, pubblichiamo libri dalla copertina giallo pericolo, in cui l’unico pericolo reale, l’unica denuncia graffiante è solo quel giallo e nero ape. Che però punge inutilmente se non colpisce gli organi vitali di ciò che non va. Presentiamoli in parterre rigorosamente maschili tanto per dar forza al titolo buttanissimo, perchè si sa, di buttane son grandi esperti (o finti esperti) gli uomini e le donne non devono parlarne, di buttane.

Spero la metafora non sia troppo nascosta e il sostantivo, legato a categorie vecchissime e non è un caso, non offuschi le fragili menti maschie quando si citano certi termini. Insomma: non han capito nulla ma gestiscono tutto. E trascuriamo che le fila in Sicilia, delle case come dei grandi e profondi cambiamenti, nel bene o nel male, che hanno investito la Sicilia, le tessono le donne. E anche su questo ci sarebbe da scrivere: quale cambiamento stanno scavando adesso le donne della Sicilia che non hanno ipocrisie? No, non è femminismo. E’ verità. Ne dico solo una: Franca Viola ha abbandonato quell’autocarcerazione personale in cui s’era confinata dopo aver determinato la più grande rivoluzione del 20 secolo in Italia, il cammino che portò alla legge sul divorzio e al cambio degli assetti sociali. Ha ricevuto la cittadinanza onoraria a Sambuca di Sicilia. Piccolissima notiziucola laterale. Quattro righe in eventi insomma. Sbagliate bersaglio spesso, Buttafuoco o Orlando che siate, quando commentate o individuate colpevoli troppo passeggeri nella politica siciliana, lasciando immutati e incommentati gli scheletri istituzionali che reggono la morte delle azioni sane. Provocate azioni o reazioni tanto fiammeggianti quanto brevi. Così passeggere da intravederne la strumentalità di passaggio o di carriera. Mentre sbagliate bersaglio, il gattopardo che c’è in ogni siciliano, il vassallo che si chiama bisogno e incapacità di darsi verso da solo, incapacità di allontanarsi un millimetro dalla bancata, corre a rispolverar la coppola, a capovolgerla e a rimettersi in fila, e la fila è oggi pericolosamente quella di Alessandro se non diam subito fiato alle azioni. Non son contro l’autonomia. Il peggio che si è insinuato nell’autonomia siciliana non è l’istituzione dell’autonomia, ma l’assetto mentale sociale profondamente feudale, e intimamente corrotto, su cui nessuno ancora si decide a mettere mano e testa per rifletterci. Se la son mangiata l’autonomia, coi soldi e le dinamiche del potere che genera potere e non ricchezza. L’autonomia della povertà fa da contraltare all’autonomia della ricchezza di province come Trento e Bolzano. Province ricche e province colte. Buttafuoco si chiede: chi va nei musei siciliani? Che fruizione culturale praticano i siciliani? Caro Pierangelo, perchè non ti fai un giretto tra i muri scrostati delle scuole così capisci il ghigno beffardo del mio Alessandro, quando mi dice: e io perchè dovrei credere nella scuola se ha queste pareti scrostate? Ci voleva Renzi a dircelo che il decoro di una scuola è la sostanza della collettività e dell’identità culturale? E perchè non lo dite in quei salotti che il disamore per la cultura e la scuola lo praticate in questo snobismo perenne per quel tema? E’ un tema da maestre, da precari e da donne? Lo vedi come non avete capito un bel nulla di questa terra, dei suoi mali e di come li alleviamo a pane e brodo questi mali, lungi dal volerli abbattere? E allora tieniti i musei vuoti, i teatri vuoti. Di popolo intendo, non di intellighenzia borghese.

Il Mart di Rovereto è pieno di popolo. Perchè la loro autonomia è servita per allevarla e bene nelle classi la cultura, e tutti se ne occupano, tutti. Non è materia del precario insomma la Scuola. Ben venga quell’autonomia. Perchè i soldi son serviti per formare tutti e bene, per crescerli tutti e bene, per farne cittadinanza attiva e operosa. Mi ricordo il mai troppo rimpianto Vincenzo Consolo che si precipitò da Milano, vecchio e stanco, in un viaggio reale e privo di retorico, a un mio invito in difesa delle scuole. Quanto mi manca Consolo in questo momento buissimo? Non ci sono mutamenti univoci sotto questo sole e quest’afa.

Per cui quel che ho scritto è solo una piccolissima parte di ciò che accade. E spesso sono movimenti e mutamenti in contraddizione stridente. Ci sono le pesti come ci sono i germi. Le esperienze marginali, generalmente ignorate da una stampa di carta, incartapecorita e sempre meno capace di volgere sguardi complessi e complessivi, come profondi e di dettaglio, son quelle che recheranno frutti. Eran tempi bui ma proficui quanto complessi, diceva Sergio Bettini in un piccolissimo e magistrale libricino sullo spazio architettonico tra roma e bisanzio tra sfacelo dell’impero romano e primo medioevo.

Quella frase vale quanto un’intera biblioteca di storici medievalisti. Cosa travolse quei germi di tardoantico che poi risorsero solo coi comuni? I barbari e noi li stiam vedendo arrivare. Che poi non sono barbari ma sono i ricorrenti e strutturali flussi di merci e persone. Più frequenti in alcuni periodi quando si creano aree di fragilità e vie di fuga o di sosta. La Sicilia lo è da sempre, via di fuga o di sosta, e perchè allora ce ne stupiamo oggi e ci troviamo impreparati quando è la nostra identità culturale e geografica. Il flusso attuale non viene dalla Normandia con Federico Barbarossa, arriva dal Sud africano, o dall’est siriano o afghano, iraniano, iraqueno, e sarà di dimensioni sempre più consistenti e con meccanismi tanto più decisivi quanto invisibili.

Gli sbarchi invisibili ai più ma palesi a molti di noi sono oggi nelle classi e la cittadinanza globale che muterà l’Europa la stiam vedendo già. Qua, adesso, ora. Sono intelligenti, educati, vispi e amano studiare, a differenza dei nostri ai quali abbiamo trasferito l’amore per l’ignoranza e l’accidia, chiamandola furbizia, al di là degli slogan finti sulla scuola. Ho trascorso del tempo nella scuola che occupa i minori non accompagnati ad Augusta. Cosa cerchi, cosa vuoi fare? Bimbi da soli per il mondo. Tutti mi han risposto: andare a scuola. Scacco matto alla Regina. Migliaia e migliaia di nuovi europei che studieranno come matti e meno male. Siciliani. O anche i nostri migliori che vanno via e che si stan dando verso altrove, oltre la narrazione della fuga. I flussi, che tipo di persone e che faranno, i nostri altrove, oltre l’oceano, nelle americhe, in cina, in africa, e i figli degli altri in Europa. E noi ci avvitiamo sulle questioni inessenziali.

La applicherei intera e intonsa a questi giorni e a questa terra la frase di Bettini. Sono tempi bui, ma proficui. Il buio che c’è è enorme, ma piccoli dettagli, piccoli germi, ne fanno tempi proficui. Morta la politica, viva la politica. Mai come oggi in Sicilia s’è visto un interesse e un furore partecipativo. Pur nello sconforto. Pur nei bollettini di guerra sulle corruzioni. Il mio partito, per quanto attraversato da tutto e il contrario di tutto, riesce comunque a raccogliere in un sabato arso dall’afa di fine luglio, 400 dirigenti, amministratori e sindaci. Poi non è capace di farne tesoro e farne esercito, quello sì. Per mala organizzazione e stramba progettazione, ma sono venuti in massa. Lungi dall’essere pacificati son pieni di curiosità e sospetto, ma pronti a partire. A darsi verso prima che a cambiarlo. E a condividerlo.Là dove sono, là dove siamo abbiamo a che fare con quello scontro immane tra individuale e collettivo in modo sempre più pressante, sconfortante. Non è nemmeno un bicchiere mezzo pieno, c’è però dell’acqua e abbiamo un bicchiere.

E’ il più grande partito d’Europa, di Sicilia, ed è perfettamente organizzato nel territorio. Scusate se è poco. Io direi che è tantissimo visto che oltre c’è il nulla. Il punto è che è ingabbiato ancora e anche esso in una politica che ripete lo schema vassallo, valvassore, signorotto, signore. Non sarà facile smontarlo e romperlo quello schema. Ci vogliono coraggio e libertà, e, subito dopo, perizia, competenza e amore per la collettività, prima che per se stessi.

Devo dirlo chiaro? Non vedo tanti portatori di coraggio e libertà, liberi dalle autostrumentalizzazioni, mi duole dirlo, perché smentisco me stessa, ma sono onesta, lo vedo in Crocetta. Che più volte ho visto far saltare tavoli e commensali. Ma si accompagni a perizia e competenza.

Lo porti all’estremo quel coraggio e rompa gli ultimi vincoli, gli ultimi ormeggi di feudalesimo che abbiamo. Perizia e competenza che ancora non vedo. Siano i suoi soli amici fidati.

So quali strali mi comporterà ciò che ho scritto e quali nemici avrò raccolto ad ogni riga. Ma lo san tutti, dentro il pd raccolgo nemici da sempre. Fuori dal pd non so.

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Published by
Mila Spicola