Camorra, il prefetto disse al clan: “basta, vi ho aiutato troppo”

Leggi l'articolo completo

Aveva avvertito esponenti del clan Polverino che erano sotto indagine, ma loro si erano riuniti ugualmente e la polizia lo aveva scoperto; per questo il prefetto Francesco La Motta (ex vice capo dell’Aisi, il servizio segreto civile) si era “inquietato” e nonostante avesse comunque “sistemato le carte” aveva detto che sarebbe stato “l’ultimo” suo intervento a loro favore.

È l’episodio riferito nell’interrogatorio del 4 febbraio scorso davanti ai pm di Napoli da Roberto Perrone, imprenditore ai vertici del clan Polverino, poi pentito.

Ed è contenuto nelle 288 pagine del decreto con il quale la procura ha disposto il fermo di Eduardo Tartaglia, cugino del prefetto, accusato di aver riciclato presso la banca elvetica Hottinger 7 milioni di euro che il clan aveva ricavato dalla realizzazione di un centro commerciale, un Ipercoop a Quarto; fermo avvenuto martedì scorso, lo stesso giorno in cui a Roma è stato perquisito l’ufficio di La Motta, ex vice direttore dell’Aisi ed ex numero uno del Fondo per gli edifici di culto (Fec) del Viminale.

La Motta è al centro di una doppia indagine: a Roma per corruzione e peculato, con riferimento alla vicenda di 10 milioni di euro del Fec spariti dalle Casse del Viminale che lui avrebbe trasferito in Svizzera; nel capoluogo campano per associazione per delinquere e violazione del segreto d’ufficio.

Il sospetto dei pm napoletani è che dal prefetto sarebbero arrivate “soffiate” agli esponenti del clan Polverino su indagini che li riguardavano. Ed è proprio quello che sostiene Perrone, che cita come sua fonte Nicola Imbriani, arrestato nel 2011 in un blitz contro l’organizzazione camorristica.

L’incontro che fece alterare La Motta – ha fatto mettere a verbale il pentito – avvenne nello studio di Imbriani; a lui l’indomani “Tartaglia riferì che suo cugino si era inquietato in quanto, nonostante ci avesse avvertito che vi erano indagini sul nostro conto, noi ci eravamo comunque incontrati; che tale circostanza era stata appunto appresa dalle Forze di polizia e che lui aveva comunque ‘sistemato’ le carte anche se si trattava dell’ultimo intervento che lui aveva inteso effettuare, vista la nostra imprudenza nel gestire i rapporti fra di noi”.

Perrone racconta anche che Imbriani gli parlò del ruolo a suo dire determinante di La Motta per stoppare le indagini relative alla vicenda Ipercoop e “silurare” il pm che se ne occupava: “mi fece capire che lui era riuscito attraverso il rapporto con questo Prefetto, poiché esponente dei Servizi Segreti, a bloccare le indagini in corso e ‘silurare’ la dottoressa Capasso, all’epoca Pubblico Ministero che si occupava della vicenda”.

Così come gli riferì della sua “frequentazione” con il prefetto, che gli aveva fatto avere i biglietti per il Festival di Sanremo ed era stato ospite a casa sua. Tante delle intercettazioni agli atti dell’indagine di Napoli riguardano un investimento del Fec del ministero dell’Interno attraverso la banca svizzera Hottinger.

Ed emerge con chiarezza la preoccupazione di Tartaglia di fronte alla minaccia del suo socio – il broker Rocco Zullino, sottoposto a fermo anche lui – di rivelare le “trame oscure” intrecciate, con il suo apporto, da lui e da La Motta.

“Sto dicendo di trovare una soluzione, di non puntare il dito su ‘lui’, perché su di ‘lui’ è inutile puntare il dito”, si raccomanda Tartaglia, quando Zullino “messo alle strette dai vertici del Fec” che hanno interessato la banca svizzera Hottinger per avere contezza dello sviluppo degli investimenti effettuati, sentendosi “abbandonato” dal suo ex socio e da La Motta, (come annota la procura) minaccia di vuotare il sacco in occasione di una prossima visita del prefetto Falzone.

Leggi l'articolo completo