Le otto fiabe di Calvino che raccontano la Calabria

foto Italo Calvino
 

C’è tanta Calabria nelle fiabe che piacquero a Italo Calvino, uno dei più apprezzati scrittori italiani. In questi giorni si sono appena concluse le iniziative per i novant’anni dalla sua nascita. È stato lui il curatore del primo volume antologico delle fiabe italiane, uscito nel 1956 nella collana I millennidi Einaudi, in particolare attraverso otto racconti, sui duecento intramontabili, ancora oggi possiamo apprezzare leggende e storie calabresi.

Il titolo completo dell’opera, che ne chiarisce la natura, è “Fiabe italiane raccolte dalla tradizione popolare durante gli ultimi cento anni e trascritte in lingua dai vari dialetti da Italo Calvino” e contiene le fiabe suddivise per regioni di appartenenza. Un ruolo centrale in questa antologia lo conserva la tradizione narrativa calabrese con ben otto racconti (I tre orfani, La bella addormentata ed i suoi figli, II Reuccio fatto a mano, La tacchina, Le tre raccoglitrici di cicoria, La Bella dei Sett’abiti, II Re serpente, La vedova e il brigante, II granchio dalle uova d’oro) che furono tradotte da Calvino dal dialetto alla lingua italiana.

L’interesse per la fiabe – affermava lo stesso Calvino - non ha nulla a che fare con una fedeltà a una tradizione etnica o con una nostalgia delle letture infantili, ma ha come obiettivo precipuo l’interesse all’economia del ritmo e la logica essenziale con cui le fiabe sono raccontate. Il mio obiettivo è scavare le radici di un’Italia moderna e cosmopolita, che conserverà sempre radici e problematiche identiche nel corso dei decenni“.

L’autore de “Le città invisibili” ha  saputo mescolare una grande curiosità intellettuale al rigore logico e pratico. Proprio la ricerca di questo legame tra fantasia e realtà, tra immaginario e contemporaneo, spinse lo scrittore negli anni ’50 a iniziare il lungo lavoro di raccolta di fiabe regionali, iniziando dall’analisi dei testi in precedenza raccolti dallo studioso di tradizioni calabresi Luigi Bruzzano, ma anche affrontando alcuni viaggi nel territorio calabrese, che fecero successivamente parte della sua summa poetica sulle città. Lo scrittore, in particolare, analizzando le fiabe calabresi si concentrò sulla natura archetipica dei rapporti sociali, mescolati alle credenze popolari, alla religione e al legame con il territorio.

Particolarmente rappresentativa è la favola La tacchina”, che ha un registro complesso e articolato, avendo secondo Calvino un’origine cronologicamente più recente, anche per la presenza nel sistema dei personaggi di un lord inglese, che nell’immaginario collettivo del Sud aveva una certa rilevanza. “La tacchina”, è solamente un elemento simbolico di legame che permette ai due orfani (un maschio ed una femmina), protagonisti della fiaba, di ritrovare il proprio tessuto dinastico nobiliare e di fuggire ad anni di privazione e povertà.

Ne “La tacchina” ci sono alcuni topoi molto ricorrenti anche nelle altre fiabe, come la lotta alla povertà che ritroviamo ne i Tre orfani, Le tre raccoglitrici di cicoria e La Vedova e il brigante. Un problema sociale da sempre avvertito in Calabria e al sud. In tutte le fiabe calabresi selezionate da Calvino, si scorgono già degli elementi tipici un sistema di potere deviato e corrotto, che in ogni occasione cerca di rovesciare un destino positivo, quello che più avanti prenderà il connotato di ‘ndrangheta.

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