Brindo con la tintilia alla fine del ventennio berlusconiano. Ma forse non è così…

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Tintilia

Che giornata.

Alla fine della convulsa conversione di Silvio alla fiducia al governo Letta, ho deciso di aprire una bottiglia di tintilia. La tintilia è un vino tipico delle colline centrali del Molise.

Secondo alcuni il vitigno venne portato qui dai Borboni, verso la metà del ‘700. Secondo altri sarebbe ben più antico, addirittura portato dai Greci in epoca preromana. Poco importa, almeno in questa sede. Per quello che ricordo io, mio padre, suo padre e il padre di suo padre, la tintilia è sempre stata qui, quando si chiamava tintiglia, non perché richiamasse il tinto di origine spagnola, ma semplicemente perché se ti cadeva una goccia sulla camicia era come vernice allo zinco-mercurio: non andava mai più via.

Ho letto tutto o quasi tutto quello che è stato scritto su quella giornata: l’analisi più spregiudicata, e naturalmente più miope e fuori strada, è quella del nostro fiore all’occhiello, il senatore Roberto Ruta: è finita la Seconda Repubblica. Da domani tutto sarà diverso, dice il buon Roberto, non ci saranno più nemici da abbattere, al massimo avversari politici, tutto in un clima civile e democratico. Beato lui, che sguazza felice nelle larghe, larghissime intese, non si rende nemmeno conto dell’enorme fronda che cova tra i suoi compagni nel PD, figuriamoci.

Poi ho letto che è la sconfitta, la morte del berlusconismo, la fine di un epoca, e milioni di altre castronerie. Bene, verrebbe da dire, benissimo. Persino le foto, le foto rubate a Palazzo Madama e a Montecitorio avevano un che di già visto, di antico.

Intanto è venuto fuori un signore su tutti: Gaetano Quagliariello. Quagliariello era un giovanissimo assistente quando io ero all’università, e già allora si distingueva per certi suoi studi su De Gaulle. Trovo che sia il politico del centrodestra di domani, un centrodestra che finalmente andrà verso Grandi e non più verso Mussolini: perché cos’era la lista delle firme nelle mani di Quagliariello se non qualcosa di tremendamente identico all’elenco delle firme sull’ordine del giorno Grandi, la notte del Gran Consiglio?

Viene da chiedersi: allora è davvero finito, questo ventennio? Scordatevelo. Ho già avuto modo di dire altrove che i danni del berlusconismo dureranno ben più di un paio di generazioni, che la devastazione culturale e morale sarà un fardello enorme, che smaltiremo con durissima fatica, e chissà se mio figlio piccolino riuscirà a vedere una luce in fondo al tunnel. Perché il berlusconismo è come la una goccia di tintiglia su una camicia bianca.

Esempio: due giorni fa c’è stata una manifestazione davanti a Palazzo Moffa, sede del consiglio regionale del Molise. Centinaia di persone, senza stendardi né colore politico, si sono radunate e hanno preso a insultare a più non posso tutti i consiglieri, perché, secondo i promotori della manifestazione, il 25 luglio scorso i lorsignori si sono aumentati ancora lo stipendio, innalzando nel contempo le tasse ai cittadini.

La manifestazione è subito degenerata. Lanci di pomodori (che peccato), urla assatanate, insulti e ancora insulti. Pareva quell’adunata sediziosa che il 26 dicembre del 1719 i cittadini di Cercemaggiore tennero contro il Marchese Doria, barone del luogo, che tanto aveva promesso senza mantenere. Urlavano allora: “Tenete pede, non vi fate avvelire. Domani tutta Cerce vada al bosco e ite ad infocare vivo sto becco fottuto de lo marchese: con tutto lo palazzo mandamelo sottosopra!” Stesse identiche maldicenze di oggi.

Sono stato invitato alla manifestazione, com’è ovvio, ma mi sono ben guardato dal partecipare. Come la penso lo sanno tutti, non ho alcun bisogno di esternare il mio pensiero con quell’enfasi tra la sagra di strapaese e il furore di piazzale Loreto. Gli unici che avevano il coraggio di parlare con i cittadini erano i consiglieri del Movimento 5Stelle, ovvero Antonio Federico e Patrizia Manzo, per la verità gli unici che si sono ridotti davvero lo stipendio. Bravi, bravissimi. Addirittura sono stato dalla parte di Grillo quando questi si è presentato alla Rai per chiedere le dimissioni di Gubitosi e per segnalare lo scandalo inverecondo delle produzioni affidate ad appalti esterni. Bravissimi.

È vero, il M5S è capace di slanci meravigliosi. Poi però vedi quella ragazza so tutto io che prende a insultare nell’aula solo perché 18 cristi l’hanno votata su internet, vedi un’intera compagine assembleare minacciare con violenza quell’altra poveracrista che ha deciso di votare la fiducia a Letta e tutte le belle cose del movimento vanno a farsi benedire. Eppure basterebbe così poco: basterebbe capire che l’autoriduzione dello stipendio, questo contentino che i grillini danno al popolo bue non è il vangelo, non è la via maestra indicata da Lenin, e che uno può dissentire pure dalla verità rivelata, pure dall’evidenza, persino dalla fine del berlusconismo. Si chiama democrazia, e il giorno che i ragazzi del M5S riusciranno a capirlo avranno tutto il mio appoggio, per quel poco che vale.

Intanto la tintilia è finita, nella cripta dell’abate Epifanio a San Vincenzo al Volturno non si può ancora accedere, lo scempio sul territorio continua, l’autostrada oggi non la fanno, forse domani, ma più probabilmente lunedì.

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