Cari docenti della #buonascuola vi prego non parlate di #deportazione

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L’8 agosto del 1956, a Marcinelle, 136 italiani, quasi tutti del Sud, moltissimi provenienti dal mio amato Abruzzo, morirono nel crollo di una miniera di carbone.
Italiani che avevano lasciato “al paese” mogli incinta, bimbi piccoli, fidanzate, amicizie, padri e madri.
Al netto di tutti gli errori fatti negli anni precedenti sui precari della scuola, fossi un insegnante che da Napoli deve andare a Milano, da Lecce è stato trasferito a Brescia o da Palermo a Padova, starei zitto.
Non parlerei di deportazione e mi concentrerei a fare bene il mio mestiere, sforzandomi di formare una generazione migliore di quella precedente.
Per rispetto dei morti di Marcinelle, oltre che di tutti i miei coetanei che, con una laurea in tasca, hanno fatto i bagagli e sono stati costretti ad andare in giro per il mondo anche a lavorare come lavapiatti, camerieri, pizzaioli e raccoglitori di frutta.

Luigi Quercetti

Nato in Abruzzo nel 1980, giornalista professionista, vivo e lavoro a Roma. Ho scritto per le agenzia di stampa ASCA e Italpress, per Il Messaggero e per Libertiamo, occupandomi di politica, esteri, economia, cronaca e sport. Attualmente alla Farnesina, collaboro con il magazine Stradeonline.it.

Comments (12)

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    vivavoce

    3 Settembre 2015 - 14:07

    Siamo al limite del ridicolo oltre che del patetico. Come si può difendere ancora l’operato di questo governo negando addirittura l’evidenza: uno stipendio che non arriva a 1300 euro al mese e per averlo ci si deve trasferire a migliaia di chilometri di distanza dalla propria famiglia!! Non ci sono paole.

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      Lucia Carcione

      3 Settembre 2015 - 18:50

      Critichiamo il Governo per altri motivi!
      Mio marito è stato a Milano per tre anni e io vivevo a Roma, con una figlia neonata e lavoravo!
      Ci sono persone che per 1300 euro si trasferirebbero, pur di avere un posto di lavoro!

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      lorenzo

      3 Settembre 2015 - 23:05

      Infatti. quelle che hai scritte sono inutili. rimani a casa tua per 0 euro. Sarai più contento vedrai..

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    franco casadidio

    3 Settembre 2015 - 16:54

    Non so se lei ci crede a quello che scrive o fa finta di crederci ma penso che abbia fatto un pò di confusione e forse non ha ben compreso il concetto. Io non sono ne un insegnante ne un giornalista però mi rendo conto che una cosa è il giovane insegnante che viene assunto oggi e può scegliere se accettare o no le attuali condizioni, un conto è chi insegna da vari anni e ha messo su famiglia con figli, ha iniziato a pagare un mutuo, ecc. e, all’improvviso cambiano le regole e ti dicono che non gliene frega niente di avere messo su radici, ecc. Insomma, i diritti acquisiti valgono solo per le pensioni d’oro, i privilegi dei politici, i maxistipendi dei manager, ecc?

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    Giuseppe Luigi Nonnis

    3 Settembre 2015 - 17:22

    Veramente le parole ci sono: i posti di lavoro sono al nord, nel senso che al nord vi sono più posti che precari da sistemare, mentre al sud vi sono più precari che posti. Va da sé che al sud una parte, maggioritaria, avrà la cattedra nella sua regione ed una parte, minoritaria, avrà davanti questo dilemma: accettare di andare in sedi di altre regioni al centro nord oppure sperare ancora una volta di fare il supplente precario sotto casa, per il quale si è giustamente lamentato per decenni e, se capita, prepararsi bene per il prossimo concorso del 2016, senza dire che di concorsi non ne vuole sapere, perché sento anche questo. Le proposte che vengono fatte di inventare organici con eccedenze di docenti, che di questo si tratta al di là di frasi dotte o arzigogolate, servirebbero solo a confermare che il sud inventa posti di lavoro parassitari ed inutili. Certo se in questi anni molti collegi dei docenti avessero fatto progetti seri, e non tutti li hanno fatti, per il recupero della gravissima dispersione scolastica e per lo sviluppo di nuove competenze, forse ci sarebbe stata qualche possibilità in più di non viaggiare

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    Francesco

    3 Settembre 2015 - 20:45

    Io, medico ospedaliero, come molti altri mi sono trasferito, dopo 15 anni di lavoro più che soddisfacente (il lavoro, non lo stipendio) vivo tranquillo. Mi fa specie che alcune persone, magari precarie da anni, che adesso avranno finalmente il tanto agognato posto fisso statale a tempo indeterminato (un lusso oggigiorno) protestino per una cosa del genere. Assurdo, tanto vale che si crei una scuola di ogni ordine e grado per quartiere, così non si allontanano (magari con moglie e figli) da mammà!!!!! Perchè non ne parlano con quei tizi che arrivano dall’Africa tutti i giorni? Magari quelli una qualche motivazione ce l’avranno…….

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    Simone

    3 Settembre 2015 - 21:56

    Usare la parola “deportazione” mettendola su chi ha subito più danno, su una graduatoria, finirebbe solo in una sterile polemica. Ad esempio chi è stata deportato nei campi di concentramento ha subito una morte molto più cruenta dei lavoratori Abruzzesi. Se poi parliamo dei numeri, non ci sono confronti. L’atteggiamento del giornalista è una riflessione sull’uso del termine. Una definizione dato sul Garzanti on-line è “trasferimento d’autorità di un condannato lontano dal territorio d’origine” – l’altra è riferita alla deportazione nei campi di prigionia o concentramento. Sia gli insegnanti che gli operai emigrati non erano condannati da un capo d’accusa da un’autorità, ma entrambi sono “condannati” in altro senso. I primi da un’autorità che li obbliga al ricatto di accettare l’assunzione fuori casa o nulla, pure se da anni è supplente nella sua provincia. I secondi alla mancanza di lavoro in Italia. Quali sia più grave come caso c’entra poco.

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    lorenzo

    3 Settembre 2015 - 23:02

    Non lo ordina il medico di fare l’insegnante, specialmente nel Sud. Se lo fai, magari insegnante di lettere, sai già che avrai problemi con il posto di lavoro. La scuola è per gli alunni o è per gli insegnanti? Non ti vuoi trasferire? rimani a fare il supplente, forse, e arrangiati. Piantatela con questi piagnistei.

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    juri gagà

    4 Settembre 2015 - 06:48

    Questa decisione e’ come dire,annate a fanxxlo….Precari.
    Chi insegna in Italia ,si puo’ ritenere un poco poco ignorante. Poi ci mettono anche i precari col veleno nel fegato.Ma cosa ne deve venire fuori ?

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      Orazio Fichera

      4 Settembre 2015 - 10:07

      Esattamente un paese senza sapere. Che è esattamente il paese-merce che a loro interessa.

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    Orazio Fichera

    4 Settembre 2015 - 17:27

    …e per fortuna che il nome del sito è “restoalsud”…
    Non mi aspettavo di avere così presto l’opportunità di tornare, giusto l’impegno preso nel mio commento al post di Roberto Alajmo sui pappagalli mediatici, sull’ispirazione e finalità di questo sito
    e sull’utilità del dibattito sui social in generale. Me ne offre lo spunto, e la possibilità di cavarmela con non molte battute, il post del buon Luigi Quercetti giornalista professionista abruzzese (come
    il ben noto Vespa), attualmente alla Farnesina (che colà si occupi di nuove schiavitù?), il quale con olimpica confusione (mi si perdoni l’ossimoro) associa nel suo cervello (Dio lo riposi) lo sciagurato
    mercimonio italo-belga del primo dopoguerra che tanto ha “favorito” gli italiani al di là e al di qua dei patri confini, i laureati lavapiatti globetrotter, e i riottosi precari over 30 della scuola (piagnucoloni sottola gonna di mamma, dicono più in basso). Nell’etica comparazione, per sovrammercato, intimando a questi ultimi il silenzio con piglio mezzadrile (sempre più in basso, a casa a 0 euro).
    Altro che blog! Occorrerebbero fiumi di inchiostro, vero o virtuale, per disaggregare i tre temi, analizzarli con rigore e confrontarli con la pacatezza necessaria dovuta alle storie di sudore e di dolore.
    Mille e più ragionamenti non basterebbero per chi indulge a certe commistioni. Per cui mi perdoni il buon Quercetti , che comunque ringrazio per l’occasione offertami, se stendo un velo e passo oltre.

    Dunque, lo spunto.

    Primo. Caro direttore Zarriello, il manifesto di questo sito è tanto lodevole quanto zeppo di, mi perdoni, retorici luoghi comuni tutti riconducibili al nobile impeto d’animo: “per il sud bisogna lottare qui”.
    Ora, non che i luoghi comuni siano disdicevoli, ma spesso dicono tutto e il suo contrario, dando talvolta effetti esilaranti. Per esempio il suo blogger Quercetti intima il silenzio ai precari della scuola
    trasferiti dal sud al nord, gente con un lustro e più di precariato, radicata nel territorio con coniuge e figli a carico che, invece, null’altro vorrebbe, come recita in grassetto il suo manifesto, che “rimanere e prendersi cura di questa terra”. A meno che, sempre per citare un altro grassetto del suo manifesto, ciò non debba accadere “con l’aiuto delle menti più lucide e capaci: giornalisti, imprenditori,docenti universitari, artisti, professionisti, attivisti del mondo del sociale e del volontariato”. Questi sì e quelli forse? A buon intenditor…

    Secondo. Non saprei se “restoalsud” sia una zattera o una grande nave. Mi piace pensare che sia un grosso barcone con più di duecento volenterosi imbarcati. Ma quando l’armatore imbarca i naviganti sulla base di un encomiabile ma non meglio qualificato accademico volontarismo “per il sud”, può accadere che tutti costoro, in buona fede, per carità, e con buona lena, remino ognuno per conto proprio convinti che quella sia la direzione giusta, ma, di fatto, mantenendo l’imbarcazione immobile in mezzo ai flutti. E addio finalità. Se poi, in mezzo a loro, qualche maldestro marinaio, ce ne sono sempre in giro,apre incautamente la falla delle contraddizioni, il barcone cola a picco. E addio finalità .
    Il fatto è, caro il mio direttore, che non esiste nessun sud in cui restare o da cui scappare. O, meglio, tutto il pianeta è un grande, immenso sud in cui siamo stati precipitati da questa cieca, spasmodica caccia ad una fantomatica crescita senza fine e senza speranza che lo ha ridotto ad un putrescente insostenibile immondezzaio che presto ci sommergerà.
    Per ripristinare l’originale accezione geografica di nord e sud e respirare a pieni polmoni, per liberarsi da quella culturale di un sud maleodorante che sta contando i nostri giorni, occorre, allora, rimboccarsi le maniche e lottare, stavolta sì, per un modello di sviluppo alternativo a quello liberistico, che sta infestando la nostra povera Terra condannandoci all’estinzione.
    Utopistico, lei dirà. Forse. Ma consideri l’utopia di ordine superiore della crescita insensata e illimitata: la prima impallidisce al confronto. Io tengo e lotto per quella dal finale meno certo.

    Terzo. E allora, un modesto suggerimento. Lasci perdere i social media di cui, nel cuore, avrà verificato il modesto impatto sulle dinamiche eterodirette del nostro mondo contemporaneo.
    La sua tempra, la sua intraprendenza consentiranno sicuramente al suo mestiere un più robusto approccio quale quello, ad esempio, dell’inviato. Ma non, per intenderci, alla Giulia Innocenzi,
    occasionale e con zainetto in spalla. Bensì quello di chi risiede nei luoghi del proprio operare e confronta le proprie esperienze con l’humus indigeno traendone arricchimento e linfa per la trasformazione della realtà. Di questo abbiamo bisogno per invertire la tendenza, di scelte come questa. Le sarò sodale nello spirito.

    E non si preoccupi del destino dei suoi blogger. Sono in gamba e, pure in un mondo in cui i gattopardi hanno ceduto il passo agli sciacalli ed alle iene, avranno sicuramente l’astuzia di non incappare in questi ultimi nel cercare nuove allocazioni. Magari qualcuno potrà fermarsi, secondo un’antica locuzione, alla vita campestre. Magari al sud. Cordialità.

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    salvatore mancuso

    7 Settembre 2015 - 18:31

    Il capitalismo liberista, finanziario, ha vinto. Nessuno più si oppone realmente. al vincitore. La speranza è che il vincitore sia vinto dall’esplosione delle enormi sue contraddizioni.

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