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Giuliani, la caserma Diaz e la ferita mai rimarginata

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Ri-leggere oggi Genova sembrava d’oro e d’argento riapre una ferita che non si è mai rimarginata. Una ferita con il sangue a fior di pelle, pronto a riversarsi sulle nostre coscienze ogni qualvolta la mente torna a quei giorni caldi e afosi del luglio 2001. A Carlo Giuliani e alla caserma Diaz.

Non è importante sapere se le storie raccontate in questo libro siano vere ovvero se il protagonista le ha vissute nella realtà. Sappiamo infatti che quelle giornate sono state anche peggio, molto peggio, di come Giacomo Gensini le racconta in questo libro. Giornate che ci hanno riportato con la memoria al Cile di Pinochet. Giornate in cui in Italia ci fu una sospensione della democrazia.

Ma andiamo con ordine e facciamo qualche passo indietro.

La storia che Gensini racconta è una storia che destabilizza e getta un’ombra scura, scurissima, sulle forze dell’ordine e sulle istituzioni che avrebbero dovuto garantire l’ordine pubblico.

«È così che la pensa? Crede davvero di essere un buon poliziotto?».

«No. Credo di essere un buon celerino. E questo lei lo sa bene. Il resto non m’interessa. Vuole scartarmi…? Lo faccia…ma mi risparmi le cazzate. Altre domande?».

E così quando inizia il reclutamento per formare una squadra speciale da mandare a Genova durante il G8, la selezione la si fa cercando candidati in grado di obbedire senza fare troppe domande. La preparazione fisica per questi ragazzi sarà dura, durissima. Una preparazione che serve per attaccare e non per contenere. Una preparazione, fisica e comportamentale, gestita con piglio da vero condottiero da un dirigente di nome François, figura che si riscatterà in un finale molto romanzato, e che lascia aperta la porta alla speranza.

«Mi chiedevo se la determinazione che metteva nel compito non era un modo di fuggire. Un rifiuto del lutto. E se questo non avrebbe influito sul suo modo di condurci. Non sapevo cosa pensare».

Man mano che ci si avvicina alla data fatidica la tensione sale, così come sale la temperatura di un’estate che resterà per sempre, incisa, nella memoria collettiva.

«In quel periodo cominciarono ad arrivare anche le veline dei servizi segreti. All’inizio ce n’erano una, due la settimana. Poi di colpo diventarono venti al giorno. Parlavano di sangue infetto, arance con lamette, deltaplani e catapulte».

Come in tutte le pagine poco chiare della nostra storia repubblicana irrompono i servizi segreti. E insieme ai servizi segreti la stampa che influenza e orienta l’opinione pubblica.

«Giorno dopo giorno ero sempre più concentrato su quello che ci attendeva. Sempre più sicuri che sarebbe stato un meraviglioso incubo. Era straordinario infatti il ruolo svolto dalla stampa nel caricare la tensione. Era straordinario osservare come le veline dei servizi fossero sui quotidiani il giorno stesso che ci venivano comunicate. Era straordinario vedere i giornalisti premere sempre sull’aspetto peggiore della storia. Di qualunque storia si trattasse. Da qualunque parte la si vedesse».

La tensione ormai si percepisce e si respira in ogni momento. Si sa che succederà qualcosa, che dovrà succedere qualcosa. Ognuno sembra recitare la parte che il copione gli ha assegnato. Tutto sembra procedere su binari che già si conoscono. Ma ecco improvviso e inaspettato che irrompe l’amore. L’amore che farà vedere al nostro protagonista il mondo con occhi altri, «Salii sul ponte. Il cielo era limpido e Genova, bellissima, sembrava d’oro e d’argento», ma che non sarà in grado di cambiare il corso delle cose.

«Nonostante questo finale drammatico, eravamo tornati sulla nave piuttosto perplessi. Bé tutto qui? Una bottiglietta, una marcetta. Che fine aveva fatto il popolo di Seattle? Se continuava di questo passo, le istanze degli antagonisti avrebbero avuto un grande risalto. Se continuava così, tranquilla e civile, la protesta poteva lasciare un segno».

E perciò quando tutto sembra volgere verso un finale meno drammatico e senza morte ecco invece che arriva, incalzante, il racconto e la cronaca di una morte annunciata. Una cronaca che abbiamo ascoltato tante volte e in tante versioni diverse. Versioni che seppur diverse non riescono a modificare quel finale e soprattutto a cancellare dalla mente quelle immagini terribili di un giovane uomo, inerme, con la testa in un passamontagna intriso di sangue. Un giovane uomo che resterà nella memoria di tutti per sempre un ragazzo. Carlo Giuliani, ragazzo, così come una mano tremolante aveva scritto con un pennarello blu, il giorno della sua morte, sulla targa di Piazza Alimonda, l’ultimo luogo che gli occhi del giovane ragazzo hanno visto.

Oggi Carlo Giuliani avrebbe compiuto 36 anni: auguri ragazzo e un bacio bello ovunque tu sia.

Il libro è Genova sembrava d’oro e d’argento, di Giacomo Gensini Mondadori 2009

Oscar Buonamano

Direttore editoriale di Carsa Edizioni ed Editor di Lector in fabula, European cultural festival. Gli studi di architettura, l’interesse per la letteratura contemporanea e la voglia di capire il mondo sono le passioni con le quali convive sul suo blog, Culture metropolitane, de L’Espresso. Tra le sue pubblicazioni, L’Aquila. La città e il nuovo millennio (2018), Pescara città giardino, le case della Pineta (2014), Il Pescara di Zeman (2012). È vice presidente dell’Ordine dei Giornalisti d’Abruzzo.

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