La sindrome di Peter Pan del Governo Letta. Mentre l’Italia chiude

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Governo Letta

Adesso sta alle imprese. Non hanno più alibi, possono assumere giovani”! Ecco svelato l’alibi del Governo che gli permetterà, s’illude, di porsi al riparo delle critiche che i nuovi picchi di disoccupazione, giovanile, adulta o senile, susciteranno nei prossimi mesi.

Per il Presidente del Consiglio, stanziati i fondi europei per complessivi “9 miliardi di euro” destinati al progetto ‘Garanzia per i giovani’, di cui l’Italia avrebbe “un miliardo e mezzo”, “come discende da impegni politici e calcoli fatti” (!!!), le assunzioni sarebbero automatiche! Se non è ingenuità è confusione di idee, scartando l’ipotesi che si tratti di malafede.

Di certo è un comodo alibi per la compagine governativa. Si noti, intanto, che i fondi saranno disponibili solo a partire dall’inizio del prossimo anno, e noi siamo appena a metà di quello in corso. Se, come dice Letta, saranno assunti 200 mila giovani grazie a quegl’incentivi, forse altrettanti lo perderanno il posto di lavoro, da qui a fine anno! In secondo luogo, prima di esultare, andrebbero indicati i meccanismi burocratici attraverso i quali si darà concreta possibilità di godimento dei vantaggi previsti. Non sempre la tempistica della burocrazia coincide con quella del legislatore che, pure, non è un fulmine di guerra.

Non può non essere, poi, stigmatizzata la sollecitazione rivolta da Letta alle imprese. “Non hanno più alibi”! Come se, finora, ne avessero avuti e se ne fossero fatti schermo! È stato un generalizzare e un parlare, quello di Letta, implicitamente, ma inopinatamente, polemico. Allude, in modo chiaro, a una “comoda scusa” che, strumentalmente, le imprese avrebbero fin qui accampato per non assumere giovani.

Che la politica avverta la necessità di enfatizzare e valorizzare, all’inverosimile, la merce che vuole o che può vendere, è ben comprensibile da tutti, ma la condizione invalicabile deve essere quella di non scadere nel ridicolo e, men che meno, nella presa in giro dei destinatari della sua “comunicazione”.

A quali alibi si riferiva Letta, chi li ha agitati? Ma andiamo! Se la pubblica amministrazione, violando vagonate di norme di legge, non ha pagato le imprese per 130 miliardi di euro, quali assunzioni si aspettava da esse il Presidente del Consiglio? Tutto ciò premesso, che da solo sarebbe sufficiente per consigliare una maggiore misura nell’esultanza, rispetto a quella esternata in conferenza stampa dal Premier, va ben tenuto da conto che, in assenza di politiche economiche orientate allo sviluppo, in assenza di provvedimenti di ampio respiro e di coraggiose innovazioni in campo fiscale, burocratico e amministrativo, le assunzioni rimarranno al palo.

Se non c’è crescita, non aumenterà la produzione e di quei 200 mila giovani, è molto facile, purtroppo, che non ci sarà bisogno. La nostra opinione è che vada abbattuto il cuneo fiscale e che vada ridotto il peso dei tributi che gonfia i prezzi di ogni prodotto in modo osceno.

L’Europa, piuttosto che stanziare quattrini per politiche settoriali che lasciano il tempo che trovano, essendo la disoccupazione dei 40/50enni, con figli a carico, altrettanto tragica di quella giovanile, e rappresentando il sostegno alle sorti degli uni o degli altri un cinico alibi per fuggire da responsabilità ben più ampie, dovrebbe armonizzare, verso il basso, s’intende, il peso fiscale, per esempio, delle accise sui carburanti o dell’iva sui prodotti, in particolare su quelli che direttamente incidono sulla competitività delle merci.

Per esempio, ben 11 Paesi comunitari applicano, sui carburanti, un’iva inferiore al 21%; l’Italia, inoltre, si colloca al secondo posto per tassazione (accise) sia per il gasolio sia per la benzina. Ciò da una buona spinta a mettere a margine dei mercati i nostri prodotti perché la competitività è frutto anche dei fattori di costo relativi al trasporto.

L’energia elettrica, da noi è pagata molto più profumatamente che nei Paesi europei nostri “concorrenti” e, come se non bastasse, l’iva applicata sull’energia è, per fare un altro esempio, oltre 4 volte superiore rispetto a quella applicata a Malta (5%). Se non si è capaci di annullare questi gap, gli incentivi non servono pressoché a nulla, com’è stato sperimentato molte volte in passato. Se il debito pubblico aumenta e il Paese deve pagare più interessi su quel debito, questo è un comodo alibi per tutti i Governi per non ridurre, come non è mai stato ridotto, il peso fiscale che grava su imprese, famiglie e cittadini.

Da noi, per esempio il quoziente familiare si applica per gonfiare le entrate dello stato, quando “cumula” i redditi dell’intero nucleo familiare per stabilire, per esempio, se a uno studente spetti o non spetti un sostegno economico ma non si applica se in quello stesso nucleo vi sia un solo lavoratore, per diminuire le tasse pagate su quel monoreddito rispetto alle tasse pagate su un reddito di cui goda un analogo nucleo famigliare trattandosi della seconda fonte di entrate.

L’Europa deve accelerare l’armonizzazione delle politiche fiscali, contributive e previdenziali, altrimenti il rigore che imperversa nel vecchio continente, aggiunge iniquità su iniquità per più Paesi, e l’Italia, dal canto suo, deve operare per agevolare i percorsi che la conducano, rapidamente, alla “normalità”.

Illudersi che non pagare le imprese, non far funzionare i cargo, non far funzionare i serviti pubblici locali, avere infrastrutture obsolete o non averle affatto, come spesso è vero al Sud, avere una burocrazia che si pone come obiettivo, evidentemente in funzione della propria sopravvivenza e della perpetuazione del proprio potere, di complicare ogni più semplice pratica, avere una sanità con liste d’attesa degne di Paesi del quinto mondo, avere l’87,3 percento degli edifici scolastici fuori norma, avere un sistema bancario che, ormai, paga dipendenti per non lavorare e, quando li faceva lavorare, vendeva in una parte del Paese il denaro ad un costo più elevato che in un’altre zone, consentire alla PA di sottrarsi alla perentorietà dei termini e flagellare imprese e cittadini di scadenze di ogni tipo, e via elencando, metta il sistema Paese nella condizione di aumentare le proprie chances produttive e, dunque, di assumere anche giovani; illudersi che ad onta di tutto ciò, un po’ di euro elemosinati alle aziende possano risollevare le sorti dell’occupazione, significa credere di vivere sull’isola che non c’è.

In realtà viviamo sulla Penisola che si avvia a non esserci più, economicamente e socialmente parlando, se le Istituzioni non abbandonano il complesso di Peter Pan che le spinge a giocare alle spalle del Paese, facendo quello che gli pare e come gli pare, mentre imprese, famiglie e cittadini arrancano e sfiniscono davanti ai suoi sportelli, dietro ai suoi call-center, sopra i suoi modelli, e succhiando risorse poderose rispetto alle quali il miliardo e mezzo, se confermato, di cui si pavoneggia il Premier Letta per l’occupazione giovanile è poco più che argent de poche.

Daniele Toto

Nato a Roma il 10/10/1972, laureato in giurisprudenza all’Università Cattolica di Milano con tesi sul Diritto Internazionale, imprenditore, deputato alla Camera nella XVI legislatura.

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