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Meno sanità per tutti. La riforma invisibile che sta cambiando il Paese
17 Lug 2013 09:30

Liste di attesa infinite, prestazioni sempre più onerose soprattutto per il caro-ticket, ma anche perché si è costretti a pagare per non attendere troppo a lungo, fino a indebitarsi (soprattutto per il dentista) per potersi permettere le cure. Ma anche strutture sempre più fatiscenti, personale non sempre attento, e malcontento per presunti errori medici in aumento.

È il quadro poco confortante della sanità pubblica che emerge dal XVI Rapporto Pit salute del Tribunale per i diritti del malato-Cittadinanzattiva, intitolato non a caso nel 2013 ‘Meno sanità per tutti, la riforma strisciante’.

“A chi dice che bisogna ripensare il concetto di universalismo (garantire tutto a tutti), rispondiamo che ciò è già stato realizzato nei fatti attraverso una riforma ‘non formalizzata’ “, anche a causa dei 30 miliardi di tagli che incombono sul Servizio sanitario nazionale per il triennio 2012-2015, ha spiegato il coordinatore del Tdm Tonino Aceti, secondo il quale “uno degli aspetti peggiori, è il ricorso ai prestiti personali per far fronte alle spese sanitarie, l’ennesimo aspetto della crisi del servizio sanitario nazionale”. Secondo una analisi dei siti Facile.it e Presiti.it (comparatori di prestiti) infatti, sono in aumento le richieste di finanziamento per le spese sanitarie. E non solo per qualche ‘ritocchino’ estetico, ma anche per le cure odontoiatriche, specie per i figli, o per la gestione di terapie di lunga durata.

Nel frattempo l‘accesso alle cure nella sanità pubblica è sempre più una chimera, almeno analizzando le segnalazioni dei cittadini (oltre 27mila). E per la prima volta proprio le difficoltà di accesso, con il 18,4% delle chiamate, superano la presunta malpractice medica (che si attesta al 17,7% comunque in aumento rispetto all’anno precedente).

In primis ci sono le liste di attesa per visite ed esami troppo lunghe (fino a 13 mesi per una mammografia, un anno per una visita urologica o pneumologica) che portano spesso a richiedere prestazioni in intramoenia (care pure quelle) o a rivolgersi al privato-privato. Anche perché, oltre ad attese insostenibili, c’è anche il ticket da pagare, che spesso rende più conveniente ‘uscire’ dal servizio sanitario.

E poi ci sono le spese per i farmaci (in media oltre 1000 euro tra differenze tra griffati e generici o medicinali passati in fascia C, quindi totalmente a carico dei cittadini), o per protesi e ausili (fino a 944 euro annui per avere prodotti di qualità o in quantità accettabili). Senza contare l’assistenza agli anziani malati, che costa quasi 14mila euro l’anno nelle strutture residenziali o almeno 8mila se si ricorre alla badante.

A essere penalizzati, secondo Federanziani, sono soprattutto i cittadini più avanti con l’età e i pensionati, costretti “a eliminare anche l’acquisto di alcuni farmaci, non potendoseli permettere in quanto oramai in fascia C” o a rinunciare “a visite mediche specialistiche e a semplici analisi. Come ribadiamo oramai costantemente – dice il presidente Roberto Messina – sono gli anziani i pilastri della sanità, che attraverso ticket spropositati, e superiori al costo delle prestazioni a pagamento, ne sostengono i costi”.


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