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Castelvolturno, la rivolta degli umiliati ed offesi
16 Lug 2014 09:08

Castelvolturno ha fornito un verdetto: così non va. Bisogna cambiare.

La miccia di questa esplosiva verità, è stato un episodio gravemente banale. Infatti, poteva essere anche un altro.

In un pezzo di Sud, dove il dominio del potere psicologico, vede pendere la bilancia verso le organizzazioni criminali, in luogo dello Stato, il multiculturalismo si riduce ad un barlume.

Se non c’è diffusa cultura dello stato, la propensione alla tolleranza dell’altro in quanto straniero, è ridotta ai termini di utilizzo di esso. Cioè la mera forza lavoro.

Se poi nell’elemento straniero s’insinua l’elemento delinquenziale, che vuole mercificare il proprio connazionale, costruendo una sovra-struttura criminale, per ulteriori affari illeciti, ecco che avviene una dinamica perversa.

Ovvero il cittadino ligio allo stato di diritto, diviene ostaggio di una doppia sopraffazione. Ma trova possibile solo alimentare la propria frustrazione sull’elemento straniero, in quanto il potere criminale locale incute terrore, perché antistato.

La rivolta di Castelvolturno è un trasfert di massa, anzi di masse. Quelle soprafatte dall’elemento criminale locale e quelle del potere delinquenziale locale e connazionale.

Castelvolturno è un inedito problema del Sud, che si aggiunge agli altri. Cioè il pericolo che le sovrapposizioni criminali si alimentino in altre zone del Meridione.

Il multiculturalismo rischia di diventare una multinazionale del crimine, spendibile in vari parti del territorio. Ma a pagarne le spese, sono sempre le parti che aderiscono al contratto sociale.

Con una rivolta degli onesti, degli umili, dei sopraffatti.


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