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Don Maurizio Patriciello: “Vi racconto la mia battaglia per salvare la nostra terra”

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Don Maurizio Patriciello è il parroco anti-veleni, uno dei simboli del risveglio dei 70 e passa comuni intossicati dai roghi. Quella puzza ha riempito le prime pagine dei giornali nazionali, ha spinto il governo a varare  un decreto, a mandare l’esercito. Quella puzza è finita anche sotto i riflettori di San Remo, con la vittoria del giovane salernitano, Rocco Hunt e del suo rap sulla Terra dei Fuochi.

Don Maurizio Patriciello racconta per istantanee la sua storia. Che non è affatto finita. Fra qualche giorno busserà alla porta del nuovo inquilino di Palazzo Chigi, Matteo Renzi. “E’ venuto in Episcopio appena eletto segretario del Pd, ci siamo dati del tu. Possiamo dire che siamo amici. Gli telefonerò nei prossimi giorni, per ricordare quella giornata ma anche per fargli sapere che l’emergenza non è stata superata”. Don Patriciello parla senza prendere fiato. Racconta e ricorda.

Qual è l’episodio che ha fatto più male nel suo rapporto con le istituzioni?

“Durante un vertice a Napoli, mi ero rivolto al prefetto di Salerno chiamandola così:  signora… A quel punto c’è stata la reazione terribile del suo collega  di Napoli, de Martino: “Non si parla così alle istituzioni…”. Nessuno dei presenti ha fiatato. Sono andato via con un nodo in gola. Mi aveva accompagnato un giovane volontario che ha ripreso la scena con il telefonino e l’ha messa su you tube. E’ successo di tutto: il video ha fatto il giro del mondo, è stato tradotto in inglese. Sono intervenuti Saviano e Gramellini.  Il prefetto ha chiesto scusa e c’è anche chi voleva le sue dimissioni. Quando mi sono trovato a parlare con il ministro dell’Interno, Cancellieri, le ho subito spiegato che quella storia era già chiusa. E le ho mostrato le fotografie della mia terra. E’ rimasta senza parole. Anzi, per la verità, ha detto una cosa che mi ha davvero colpito. Ha detto che le avevano raccontato che era tutto finito e il problema era risolto”.

E invece?

“C’è stato un ministro – ricorda Don Patriciello – che ha detto che qui, in Campania, ci si ammala di cancro perché si fuma troppo, per gli stili di vita. Ma quante sigarette hanno ucciso i bimbi di appena pochi anni portati via dal cancro? Sono cose che offendono un popolo, una comunità. Sono parole che fanno ancora più male del dolore. Così abbiamo formato un gruppo, “noi genitori di tutti”, con le mamme della Terra dei Fuochi e abbiamo mandato 150mila cartoline al Papa e al presidente della Repubblica. Su ognuna, la foto della madre con la piccola vittima. Ogni mese, quando battezzo i neonati, mi si stringe il cuore: quale futuro stiamo dando ai nostri ragazzi”.

Però, qualcosa si è mosso: sono arrivati anche i Parlamentari a visitare la Terra dei Fuochi…

“Quando sono venuti i deputati della Commissione parlamentare d’inchiesta, li ho voluti portare alla Resit, in quel viottolo della vergogna dove i bambini giocano fra le macerie di amianto, fra i veleni che stanno per arrivare alla falda acquifera. Una puzza insopportabile: i deputati sono rimasti basiti, sconvolti. E pensare che c’è stato anche qualcuno che mi aveva suggerito di saltare quella tappa, di passare oltre. Il problema dell’amianto non è meno grave. Si trova dappertutto, sotto i cavalcavia, lungo le strade, nelle discariche nate come funghi sul nostro territorio. Inconcepibile”.

Poi c’è stato il decreto Terra dei Fuochi…

“Un decreto piccino piccino, lo sappiamo tutti. Che senso ha mandare l’esercito per un anno. E dopo? Tutto torna come prima. E poi, perché non si è avuto il coraggio di aggredire i “mandanti” dei roghi, serve a poco punire con il carcere chi accende per 50 euro i rifiuti. Sono scarti che arrivano dalle industrie sommerse, quelle che lavorano al nero, non potranno mai essere smaltiti legalmente. Se non si capisce questo è tutto inutile”.

Qualcuno ha giudicato eccessive le sue denunce.

 “Mi hanno accusato di aver danneggiato l’economia e i prodotti della Campania con il mio allarmismo. Ma, mi chiedo: possibile che siano state le mie parole a spingere il governo a varare un decreto, a stanziare oltre 50 milioni di euro per la sanità? Sono state solo le mie parole a far riemergere quei fusti tossici seppelliti della Camorra nei terreni di Caivano? Ha ragione il presidente Caldoro quando dice che l’emergenza riguarda solo l’1% del territorio. Ma lei, sapendo che in un cesto c’è una mela avvelenata, continuerebbe a mangiare o butterebbe tutto via? Per questo è necessaria la mappatura. Se si è finalmente deciso di realizzarla forse, il mio, non era solo un allarme esagerato”.

Continuerà la sua battaglia?

 “Sono un uomo di fede. E la Chiesa, con il Vescovo e il Cardinale Sepe ha fatto moltissimo in questi anni. Capisco il momento politico, ma fra qualche giorno chiamerò anche Renzi. Non possiamo fermarci ora. L’emergenza non è finita, qui si continua a bruciare e si continua a morire di cancro. Mi fa piacere che Orlando, dal ministero dell’Ambiente si è trasferito a quello della Giustizia. Da lì può fare molto per fermare i mandanti della strage. Per me, anche questo fa parte di un disegno divino. Davvero non è concepibile che ci possa essere la prescrizione per reati così gravi. Qui c’è gente che ha bruciato il futuro di milioni di persone”.

Antonio Troise

Antonio Troise. Napoletano doc, dopo 27 anni di carta stampata, quasi tutti al Mattino ma con qualche incursione nei settimanali (Panorama, Mondo...) e sporadiche collaborazioni sul piccolo schermo (Rai e Tv locali) ha deciso di voltare pagina, fulminato dalla rivoluzione digitale. Web, blog, social network sono gli strumenti che offrono ai giornalisti la possibilità di riconquistare autonomia e creatività. E dare voce anche al Sud, avvolto da una cappa di assordante silenzio. E, invece, proprio la Rete offre un’occasione in più per narrare e per restare al Sud.

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