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Giuseppina, immolata al matrimonio

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“Ormai hai vent’anni, qui nessuno bussa alla porta. Il tempo passa!”

“Mammà…e che ci posso fare io…vuol dire che so’ brutta!”

“No…sei solo sfortunata. In queste cose ci vuole la fortuna!”

“No mammà….io sono brutta e nessuno mi piglia!”

“Il mestiere ce l’hai…il corredo pure….io non capisco.”

A quel punto intervenne il padre. “Ma non ti voleva quel Diomemede…..il falegname….. figlio di zio Carlo Fruscio.”

“Quelloooo?” replicò indignata la ragazza, “Quello pure in galera è stato! Ha rubato!”

“Mha! Dice che era uno sbaglio dei Carabinieri!”

“E tu a una bestia del genere mi vuoi dare?”

“Ma figlia mia, quando si mette male…..tieni vent’anni!”

“Ma non mi posso mettere con un mascalzone come quello. Sai quante botte mi darebbe!”

“Meglio quello che rimané zitella!”

Giuseppina si mise a piangere e prese la via della camera. Un luogo misero come la cucina.

Il padre e la madre si guardarono negli occhi.

“Qui dobbiamo rassegnarci. Diamoci un altro anno di tempo. Poi la promettiamo a Ravello, quello li’ aspetta sempre.”

“Ehe se aspetta! Ormai sono due anni che fa proposte!” Rispose la moglie. “Ora ha aumentato la posta…ha detto che gli intesta la casa ed il podere sotto.”

“Eh…Giuseppina deve cedere. Se non trova marito deve cedere….Ravello ha sessantacinque anni, ma sta’ in forma. Può campare pure trent’anni. E se Giuseppina rimane vedova ….comunque è vedova! E non zitella. E poi si sistema per la vita. Ravello ha tre case e venti ettari di terreno.”

“Ma ha sempre quella macchia….dicono che è stato lui a uccidere quella donna trovata al monte.”

“Ma no! Fu uno sbaglio dei Carabinieri! Poi fu rilasciato. E’ rimasto un sospetto….solo un sospetto.”

L’anno passò e Giuseppina rimase senza pretendente. Una sera il padre la fece sedere di fronte a se’ e le parlò.

“Giuseppì…qui il tempo è passato. Ormai in paese ti vedono come una zitella!”

La ragazza iniziò a piangere. “E che ci posso fare? Mi devo ammazzare?”

“Non piange Giuseppì…ascolta….tu sai che c’è Ravello che ti vuole….ha una brutta nomea, ma sono tutte chiacchiere, senti a me…tutte chiacchiere!”

“A me Ravello fa schifo e paura!”

“….ti deve far più paura il tuo destino!”

“Ma che ho ucciso qualcuno?…..Mi faccio monaca di casa!”

“Ma noi non ti possiamo mantenere! Filomena si deve sposare! Gisella si deve sposare! Dove li prendiamo i soldi?….Se ti sposi Ravello risolviamo tutto. Quello non vuole nemmeno la dote. E poi ci ho parlato io! Se ti tocca un capello gli ho detto che lo scanno come un maiale!”

La ragazza si trovò stretta al muro. Accettò.

Passò un anno, il matrimonio avvenne in pompa magna. Il padre accompagnò la figlia all’altare. Giuseppina divenne ottima femmina di casa, usciva la domenica per andare a messa, era vestita come una signora elegante, aveva anche una donna a servizio. Ma quell’uomo gli faceva schifo e litigavano di continuo. Finirono anche per dormire in camere separate. Ma nessuno doveva saperlo.

Un giorno fu vittima di una caduta per le scale. Morì. Ravello venne arrestato e portato a processo.

La gente in paese attendeva la sentenza e nel contempo commentava nelle case: che padre sciagurato! Ma che poteva fare? Dice che sarebbe rimasta zitella!

Ed in piazza: che padre sciagurato? Ma che poteva fare? Dice che sarebbe rimasta zitella!

Ed il 2 novembre al cimitero: che padre sciagurato! Ma che poteva fare? Dice che sarebbe rimasta zitella!

Gianvito Pizzi

Gianvito Pizzi, filosofo, scrittore, storico, studioso di psicanalisi, ha dedicato l’intera vita agli studi. Collaboratore per decenni di riviste specializzate, si è occupato in particolare dei rapporti tra psicanalisi e filosofia, Medievalismo e Questione Meridionale. Nato a Napoli, ha vissuto sino a vent’anni in un paese dell’appennino sub-dauno: S. Bartolomeo in Galdo (Bn). Twitter: https://twitter.com/gianvito_pizzi

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