Il Sud che sa chiedere perdono e che lo merita

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“In fin dei conti hai ragione, quella palazzina non la compriamo”

“Il prezzo è alto e poi possiamo aspettare. Ne capiteranno di occasioni!”

I coniugi Beccucci erano interessati  a comprare un appartamento per ognuna delle tre figlie. La palazzina in questione, l’aveva tirata su un commerciante di abbigliamento. Ma ne aveva costruita una più grande, mettendo in vendita la precedente.

In quel paese degli Appennini meridionali,  alla metà degli anni ’80, tutti costruivano case. Ognuno finalmente poteva emulare i nobili che avevano popolato quei luoghi e che poi si erano trasferiti nelle metropoli.

Ognuno sognava un “palazzo” di casa ed inconsciamente costruiva in estensione ed in sequenza continua, non immaginando che quel paese non dava prospettive di lavoro per i propri figli.

“Maria viene ad abitare sotto, tempo un anno ed è tutto pronto.”

Ma Maria, una volta finita l’università, non tornava e la casa rimaneva vuota.

Ed i genitori: “Maria tempo due anni e ritorna. Si libera quel posto al liceo ed è qui!”

Il posto al liceo si liberò, ma Maria si era abituata a vivere in città e non venne.

“In questa casa si sta facendo la muffa. Dobbiamo darle una mano di pittura. E fuori l’intonaco è tutto malmesso. Cadono i calcinacci”.

La palazzina iniziava a mostrare le stimmate del tempo. Senza essere mai stata abitata, senza che un camino abbia mai scoppiettato al suo interno, senza aver ospitato un briciolo di vita.

Ed i genitori al telefono: “Maria! Tuo padre ha lavorato una vita per fare quella casa! Si è anche ammalato per essa…. a lavorare notte e giorno, notte e giorno. E tu nemmeno ci vieni a trovare!”.

Mamma Assunta, ormai agiva sui sensi di colpa, senza nemmeno volerlo. Ma la vita di Maria procedeva spedita su altri binari. Quella casa era come se non esistesse. Eppure i suoi genitori avevano puntato tutto su essa. Per Maria, Amalia e Michela.

Ma anche le ultime due figlie, che si avviavano  agli studi universitari, mostravano lo stesso atteggiamento indifferente. Quelle case per loro non esistevano, non erano nemmeno motivo di vanto. Per loro non era certo il numero di case a poter illuminare la strada d’accesso verso il privilegio della vita.

Le tre ragazze, dai genitori, avrebbero preferito altro: maggior rispetto, un amore manifestato con le parole, qualcuno chiedesse loro i desideri della propria vita.

Ma per quei genitori, per quella gente nata nelle intemperie del Sud, quelle case era il maggiore gesto di amore.

Un problema culturale, difficile da dipanare.

Gente a cui i padri non avevano dato nulla materialmente, ora si sentivano offesi dal non essere ringraziati per aver creato benessere.

Essi pensavano: dal nulla al benessere. E che fa Maria? Se ne va! E preferisce vivere con il marito in 70 metri quadrati, in un luogo in cui nessuno ti conosce, ti rispetta, ti apprezza!

“Ma che vita fanno i nostri figli? Come sono venuti fuori così strani?… Possibile? Dove abbiamo sbagliato? Abbiamo sbagliato?”

Problemi generazionali di un Sud verso un altro Sud, più avanzato, più alfabetizzato, forgiato dalla cultura televisiva.

Un Sud che finalmente cercava da un genitore una carezza e rigettava lo stupido autoritarismo.

La generazione nata nel 1940, ha pagato lo scotto dei costumi sociali ereditati da quella degli inizi del novecento. Ovvero la generazione del pater familias, delle donne che prendevano uno schiaffo se parlavano troppo e dei figli picchiati come metodo d’insegnamento.

Il rifiuto di quelle case, ora tutte vuote, è stata una vendetta inconscia e a volte conscia di una generazione che ha detto: basta!

I genitori classe ’40 del nostro Sud, hanno temuto di esprimere l’amore con le parole, perché poteva essere un senso di cedimento del potere verso i figli.

Ma sono stati genitori incolpevoli, in quanto gli ultimi eredi un altro Sud. Quello della povertà vera, che ha abbrutito gli animi e stemperato i sentimenti, risucchiati dall’asprezza del vivere quotidiano.

Perdoniamoci a vicenda.

N.d.a. Per uscire dal qualunquismo, preciso che l’analisi rifugge “ogni genitore”, ma inerisce ad una moltitudine consistente.

Gianvito Pizzi

Gianvito Pizzi, filosofo, scrittore, storico, studioso di psicanalisi, ha dedicato l’intera vita agli studi. Collaboratore per decenni di riviste specializzate, si è occupato in particolare dei rapporti tra psicanalisi e filosofia, Medievalismo e Questione Meridionale. Nato a Napoli, ha vissuto sino a vent’anni in un paese dell’appennino sub-dauno: S. Bartolomeo in Galdo (Bn). Twitter: https://twitter.com/gianvito_pizzi

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