Lo smart working: tra evoluzione e controindicazioni

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Con l’arrivo del Covid-19 e la pandemia mondiale che ne è scaturita, si è fatto un gran parlare di Smart working visto l’ingresso catapultati in una nuova era (Leggi anche “Coronavirus: l’inizio di una nuova era).

Dello Smart working ormai ne usufruiscono enti pubblici e aziende ma ci sono delle controindicazioni di cui si è parlato inizialmente in maniera superficiale è dozzinale per poi non averne più traccia nelle ultime settimane in cui questa modalità di lavoro sconosciuto alla maggior parte delle persone, sarà sempre più la modalità più utilizzata.

Lo smart working e il lavoro usurante.

Lavorare in smart working per un dipendente o un lavoratore autonomo ha delle controindicazioni notevoli e potremmo equipararle al lavoro usurante.

I motivi sono semplici perché lavorare da sedi diverse rispetto a quelle più tradizionali significa sviluppare delle caratteristiche che portano al non saper staccare e quindi a non saper determinare una periodo di lavoro giornaliero ben preciso, ad esempio le otto ore giornaliere.

Le controindicazioni sono già ben note ad esempio ai freelance e lavoratori autonomi mentre sono meno conosciute per i lavoratori dipendenti.

Se calcoliamo che gli strumenti più utilizzati sono i social con le loro applicazioni di messaggistica istantanea, WhatsApp e Telegram e con la più professionale email che ovviamente possiamo configurare sul proprio smartphone, si rischia di avere un’interazione con il cliente, il collega o il proprio superiore che potrebbe significare un orario di lavoro ben oltre le 8 ore canoniche. 

I freelance, le partite IVA e il “telelavoro”

I freelance e le partite IVA, ad esempio, sono individualità che già ben prima di questa più “accurata” conoscenza di questo nuovo mondo di lavorare, potevano arrivare a una concentrazione sul lavoro e sulla propria produttività che può, ancora oggi, arrivare anche a 14 ore di lavoro e di 7 giorni la settimana con un notevole affaticamento causato dal tenere sempre ad un livello di attenzione molto alto sulla propria produttività che porta inevitabilmente ad avere meno tempo libero e meno riposo psicofisico.

Detto questo, dobbiamo iniziare a pensare di dover avere delle regole ben precise per chi lavora e lavorerà in smart working perché potrebbe portare ad uno sviluppo lavorativo contrario a quello utopistico delle tanto famigerate 6 ore al giorno della filosofia, sempre utopistica e mai messa in atto del “lavorare meno, lavorare tutti”.

Le nuove norme a tutela dei lavoratori 4.0

Quello che dovrebbe fare la politica italiana ed Europea sarà inevitabilemtne dover mettere in agenda lo sviluppo delle normative, ancor più strutturate, da inserire nei contratti collettivi nazionali per quanto riguarda lo smart working e a tutela dei lavoratori della nuova era digitale perché, come detto sopra, se non razionalizzato con una vera e propria guida per il lavoratore si rischia che il lavorare in Smart working sia il modo per sottrare ancor più tempo soprattutto ai dipendenti e che potrebbe inevitabilmente portarloa danni psicofisici visto che il lavoro è Smart working e tutti gli strumenti che l’era digitale ci ha messo a disposizione porta ad una reperibilità continua oltre ad un mentalità che fa pensare che si possa produrre molto di più rispetto a quando il lavoro veniva svolto in maniera più tradizionale dalla sede fisica dell’azienda,’ente pubblico o del proprio studio.

Mentre i lavoratori autonomi hanno già un’attività continuativa per tutta la settimana a causa anche della pressione fiscale arrivato ormai a sfiorare il 50% e che quindi li porta a dover fatturare più possibile e produrre quindi più possibile e avere una dignità economica derivante dal lavoro, i lavoratori dipendenti rischiano di avere danni psicofisici che potrebbero costare non poco alle casse dello Stato.

Salvatore Imperio

Salvatore Imperio, nato a Foggia il 14 Luglio 1982, appassionato di musica, Digital Journalism e social media. Blogger, fonda il sito di informazione dedicato esclusivamente alla musica indipendente “MIE Musica Italiana Emergente” in cui, insieme ad altri appassionati e ricercatori di musica, si occupa di raccontare e informare del vero fermento che la musica italiana sta vivendo. “La musica mi ha già salvato più di una volta e io non posso che raccontarla alla gente” questa è la visione che Salvatore Imperio ha in mente perché “non si può vivere di tormentoni e canzoni che non dicono niente”. Diplomato in Informatica, è iscritto al corso “Culture digitali e della comunicazione” del Dipartimento di Scienze Sociali dell’Università Federico II di Napoli.

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