Mezzogiorno, Regioni unite: più investimenti dall’’Ue

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Le anticipazioni del Rapporto Svimez 2016 sull’’Economia del Mezzogiorno hanno un carattere di profonda novità. Pensare solo per un momento al clamore dello scorso anno sul felice, dal punto di vista della comunicazione, paragone tra la crescita dell’’economia greca e di quella del Mezzogiorno d’’Italia negli ultimi quindici anni, stride con il sia pur cauto ottimismo di quest’’anno. Ma è pur vero che quando le inversioni di tendenza ci sono, e per fortuna di tanto in tanto ci sono, vanno salutate con il dovuto riconoscimento e l’’attenta analisi delle cause per cercare di trasformarle in componenti strutturali dell’’economia di un territorio.

Tra queste cause, c’’è sicuramente una decisa ripresa degli investimenti pubblici nel Mezzogiorno. Sicuramente favorita dalla chiusura del ciclo di spesa della programmazione comunitaria 2007-2013, ma con un evidente elemento di considerazione. Se la spesa pubblica per investimenti fosse meglio distribuita nel tempo, gli effetti sull’’economia territoriale potrebbero essere sicuramente maggiormente apprezzabili e continui.

Anche perché a fare da contraltare a questo cauto ottimismo sull’’economia meridionale c’’è vivo il ricordo della tragedia ferroviaria in Puglia, sulla quale molte accuse sono state rivolte proprio alla capacità delle amministrazioni pubbliche di realizzare investimenti pubblici per il miglioramento infrastrutturale e la sicurezza in tempi adeguati, che fa esplodere il risentimento più incontrollato contro elìte e classi dirigenti politiche, registrato da un sondaggio SWG, che descrive il Mezzogiorno come una polveriera pronta ad esplodere.

In questo quadro di elementi contrastanti, le classi dirigenti del Mezzogiorno hanno il dovere di organizzare delle risposte immediate, affinché il quadro della nuova programmazione delle risorse europee non accumuli più ritardi nell’’avvio dell’’attuazione e che, anzi, possa costituire anche il momento per sfruttare al meglio la disponibilità di risorse pubbliche per attivare efficacemente anche investimenti privati, quando questi possano e debbano efficacemente contribuire alla competitività di quest’’area del Paese.

In altri termini, è fondamentale nel Mezzogiorno riuscire a guardare alle risorse dei fondi strutturali (i cosiddetti fondi SIE) anche come leva per attirare investimenti privati da poter ricondurre sotto il cappello del Piano Juncker, con il Fondo Europeo per gli Investimenti Strategici (il cosiddetto FEIS). Tenere scisse le due tipologie di fondi nel Mezzogiorno non può condurre a risultati apprezzabili soprattutto con riferimento al FEIS.

Ad auspicare questa sinergia tra fondi strutturali e fondo per investimenti strategici è la stessa Commissione Europea, e qualche regione in Europa, come la Regione Nord-Pas-de-Calais, ha già cominciato a farlo, utilizzando i propri fondi strutturali per cofinanziare gli investimenti privati coerenti con il Programma strategico TRI (Terza Rivoluzione Industriale) con l’obiettivo di trasformare la regione impatto zero nel 2050, disegnato con il supporto di Jeremy Rifkin. Il programma vede la partecipazione attraverso i fondi strutturali di 15 milioni di euro per la partecipazione ad un fondo che attiverà 220 milioni di investimenti al 2020.

Elemento fondamentale per avviare questo tipo di processi è, tuttavia, la consapevolezza delle caratteristiche distintive dei fondi strutturali e del fondo per gli investimenti strategici.

Infatti, la prima considerazione è che i finanziamenti del Piano Juncker, seppur supportati da risorse pubbliche sono finanziamenti a «condizioni di mercato», erogabili solo a fronte di progetti bancabili realizzati da soggetti valutati come affidabili, siano essi pubblici o privati.

Quindi il Piano Juncker interviene nella realizzazione di investimenti con garanzie su prestiti senza un vincolo di destinazione territoriale (quindi con una competizione a 28 Stati), per realizzare progetti di taglia minima di 25 milioni di euro, che abbiano un rientro economico, con un minimo intervento privato sempre richiesto, in sette settori strategici (Trasporti, Ambiente, Energia, Ricerca e Sviluppo, Infrastrutture sociali, Digitale e Piccole e Medie Imprese), e potendo utilizzare strumenti come le Piattaforme di investimento (Investment Platform), che possono essere settoriali o geografiche (sovranazionali, nazionali, multiregionali e regionali), e promosse da istituzioni pubbliche, private e banche promotrici nazionali, come la Cassa Depositi e Prestiti in Italia.

Un esempio di piattaforma di investimento è quella costituita in Spagna, riferita ai 13 porti principali del paese per la realizzazione di investimenti di infrastrutturazione dei sistemi retro-portuali, la Accessibility Ports Infrastructure Platform, che con 105 milioni di euro del piano Juncker ha creato il Port Accessibility Fund (PAF), per la realizzazione di strade e ferrovie di accesso ai porti per un investimento complessivo stimato di 485 milioni di euro tra il 2015 e il 2020.

I fondi strutturali, dal canto loro, intervengono in tutti settori nei quali si interviene con il Piano Juncker, solo che lo fanno attraverso investimenti a fondo perduto, con una determinata destinazione territoriale, senza vincoli di scala minima degli investimenti, ma possono farlo anche attraverso strumenti finanziari.

Allora, gli ingredienti ci sono tutti, e le domande da porsi sono: è opportuno attivare tutti gli strumenti affinché nel Mezzogiorno i fondi strutturali possano essere utilizzati anche come volano per attivare anche il Fondo Europeo per gli Investimenti Strategici? E, in che modo nel Mezzogiorno si possono attivare risorse del piano Juncker per intervenire nel sostegno alla realizzazione di investimenti in settori strategici dell’’economia europea?

La risposta alla prima domanda è: certamente sì. A meno di non concludere che nel Sud Italia non ci siano investimenti infrastrutturali che siano bancabii e realizzabili attraverso la partecipazione dei privati.

La risposta alla seconda domanda è una proposta operativa possibile.
In primo luogo, è necessario guardare al Sud nella sua interezza per avere una scala territoriale adeguata. Ecco perché sarebbe necessario un coordinamento centrale del Governo e la partecipazione di tutte le Regioni nella promozione di una Piattaforma di Investimento geografica, da proporre insieme con la Cassa Depositi e Prestiti per realizzare investimenti nei settori strategici previsti dal Piano Juncker, come ad esempio nel settore energetico, quando i Programmi Operativi ne prevedono la realizzazione attraverso strumenti finanziari.

La Investment Platform sarebbe alimentata dalle amministrazioni titolari di Programmi Operativi co-finanziati dai fondi strutturali e dalla CDP, con l’attivazione di risorse del FEIS, e sostenuta da un’azione di Assistenza Tecnica qualificata per la selezione dei progetti da poter candidare.

Di più, nell’ambito del Masterplan per il Sud, il quadro di riferimento degli interventi dei Patti con le Regioni e le città metropolitane del Mezzogiorno che si sta disegnando, potrebbe costituire il grande contenitore progettuale per selezionare e realizzare gli interventi per i quali una piattaforma di investimento creata nell’’ambito del Piano Juncker può attirare investimenti privati aggiuntivi agli investimenti pubblici assolutamente necessari per sostenere la stabilità della crescita dell’economia meridionale.

A ciò che si può fare per massimizzare gli interventi realizzabili con l’efficace sinergia tra fondi strutturali e nazionali e il FEIS, è tuttavia necessario che si realizzino le condizioni di riforma del FEIS che sono la sua proroga temporale, il suo non impatto sulla stabilità e l’effettivo finanziamento di interventi con un profilo di rischio più alto rispetto a quelli normalmente finanziati dalla Banca Europea per gli Investimenti.

Su questo terreno si potrà testare la definitiva capacità del Governo e delle Regioni meridionali di qualificare la spesa pubblica per investimenti, di attrazione di investimenti privati, oltreché della capacità di cooperare tra amministrazioni pubbliche istituzioni finanziarie, principali caratteristiche per la conferma di un trend di ripresa dell’’economia meridionale che tutti auspichiamo.

(Articolo pubblicato su il Mattino del 4 agosto 2016)

Gianni Pittella

Come il padre, l'ex senatore Domenico Pittella, e il fratello Marcello, presidente della Regione Basilicata (18 novembre 2013), si laurea in medicina e chirurgia per poi impegnarsi principalmente in politica; è infatti stato consigliere comunale di Lauria (1979), consigliere e assessore della Regione Basilicata (1980), segretario regionale dei Giovani Socialisti. Membro del Partito Socialista Italiano, al suo scioglimento passa nella Federazione Laburista. Viene eletto alla Camera dei Deputati nell'aprile del 1996, per l'Ulivo, sconfiggendo, nel collegio uninominale di Lauria, il candidato del Polo per le Libertà col 55,6% dei voti contro il 37,3% della coalizione avversaria[2]. Nel 1998 segue la confluenza della Federazione Laburista nei Democratici di Sinistra, di cui diventa membro della Direzione nazionale, nonché responsabile nazionale per gli Italiani nel Mondo. Si dimette da deputato nazionale nel 1999, quando viene eletto deputato al Parlamento europeo. Riconfermato deputato europeo alle elezioni del 2004, è stato eletto all'unanimità presidente della delegazione italiana dei DS nel gruppo del PSE al Parlamento Europeo nel novembre 2006 e ha svolto tale incarico fino alle successive elezioni del 2009. Dal 14 luglio dello stesso anno è vice presidente vicario del Parlamento Europeo[3], dopo essere stato rieletto per la terza volta con il Partito Democratico nella circoscrizione Italia meridionale, ricevendo 136 455 preferenze[4]. È iscritto al gruppo parlamentare dell'Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici fino al febbraio 2014, quando aderirà, insieme al PD di cui è membro, al gruppo parlamentare del Partito del Socialismo Europeo. Il parlamentare riceve la nomina di vicepresidente vicario al primo turno con un totale di 360 su 684 voti validi, risultando il più votato tra i 14 vicepresidenti; riconfermato alla carica il 18 gennaio 2012 riscuote ancora il maggior consenso con 319 voti di preferenza. Fa parte dei comitati di conciliazione tra Parlamento europeo e Consiglio dell'Unione europea. È membro della Commissione per i bilanci, della Commissione per i problemi economici e monetari, della Commissione temporanea sulle sfide e i mezzi finanziari dell'Unione allargata nel periodo 2007-2013, della Delegazione alla commissione parlamentare mista UE–Romania, della Delegazione alla commissione di cooperazione parlamentare UE–Moldavia. Nell'ottobre 2013 si propone come candidato alle primarie del Partito Democratico[5] ma, alla fine, è Matteo Renzi ad essere eletto segretario in quanto Pittella, classificatosi all'ultimo posto, il quarto, con solo il 5,8% di preferenze fra gli iscritti, non è neppure designato a partecipare alla competizione elettorale[6]. Il suo partito successivamente approva in direzione nazionale una deroga che gli consente di candidarsi per la quarta volta al Parlamento Europeo[7] e, uscendo primo dalle elezioni europee del 2014, tra gli eletti del PD nella Circoscrizione Italia meridionale[8], centrare così l'obiettivo con 234 011 preferenze[9] davanti alla capolista Pina Picierno[10]. Dal 2 luglio 2014 è capogruppo dell'Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici (S&D) al Parlamento Europeo[1] subentrando all'austriaco Hannes Swoboda. Pittella, conclusa la breve esperienza di presidente ad interim dell'assemblea parlamentare dopo l'elezione ufficiale e la riconferma di Martin Schulz, è il primo italiano a guidare il gruppo dei socialisti all'Europarlamento[11]. Tra le sue battaglie politiche l'idea di unificare politicamente gli stati membri dell'Unione europea per attuare l'annoso progetto, mai avviato e sul quale ha anche scritto un libro[12], degli Stati Uniti d'Europa.

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