Il momentaneo rifiuto di varcare “La porta rossa”. Intervista a Lino Guanciale

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Questa sera torna un appuntamento imperdibile su Rai2: in prima serata verrà trasmessa l’ultima ed entusiasmante puntata de “La porta rossa”, la fiction noir che vede al centro di tutto il commissario Leonardo Cagliostro che, anche da morto, continua a indagare sulla propria morte, ancora senza un colpevole.

Grazie a una giovane medium, cercherà di capire chi è il suo assassino, cercando però di proteggere sua moglie Anna, certo che sarà la prossima vittima. A vestire i panni del commissario è un volto oramai tra i più amati del piccolo schermo e del teatro italiano, ovvero Lino Guanciale. La serie tv che ha tenuto incollati milioni di telespettatori ha trattato una tematica delicata e forte allo stesso tempo, cioè quella della vita dopo la morte. Cagliostro è infatti un fantasma che ha scelto, per il momento, di non andare nell’aldilà, di non varcare la soglia di quella porta che lo condurrebbe in un’altra dimensione. La morte non viene vista come un addio, un momento di una fine definitiva, ma viene vista come un’occasione di riflessione e di rinascita per riparare ai propri errori, facendo comprendere soprattutto che l’amore, quello vero, può superare qualsiasi tipo di confine. Resto al Sud ha già avuto modo di intervistare Lino in varie occasioni; anche questa volta il bravissimo attore abruzzese non si smentisce per la gentile umanità che lo contraddistingue.

In queste settimane ti stiamo vedendo su Rai2 in un’interessante fiction, “La porta rossa”. Ci sono motivi precisi per i quali hai detto sì a questo progetto televisivo?

Ho voluto questo ruolo con una determinazione mai avuta prima per altri ruoli televisivi. Ho visto in Cagliostro una grande opportunità: è il protagonista di una serie innovativa sotto diversi punti di vista e di grande qualità realizzativa, avevo bisogno di accreditarmi come protagonista possibile per progetti di questo tipo.

In molti la definiscono una serie tv totalmente innovativa per il panorama Rai, perché?

Lo è per la scrittura, per i canoni di composizione delle immagini, la tipologia di inquadrature, la recitazione dei protagonisti, la composizione musical; è una serie costruita guardando con ambizione ai prodotti televisivi inglesi, americani e nordeuropei. Di sicuro è il tentativo più coraggioso fatto finora dalla televisione pubblica di confrontarsi con quei modelli.

Perché proprio “La porta rossa” come titolo?

Si sono fatte diverse ipotesi di titolo in questi mesi, ma nessuna risultava davvero convincente. Alla fine, questo ha messo d’accordo tutti per la sua concretezza e semplicità: in effetti tutto ruota attorno a quel limite che Cagliostro ha deciso di non valicare.

Interpreti un commissario di polizia, più precisamente vesti i panni di Leonardo Cagliostro. Ci racconti meglio di lui?

Il personaggio mi somiglia molto, caratterialmente: solitario, riservato fino alla chiusura completa. Siamo molto lontani solo sul fronte “educazione”: io mi pongo molto più di Cagliostro il problema di rispettare gli altri, anche quando non mi piacciono le loro idee o il loro carattere, lui se ne frega.

Come ti sei preparato per questo personaggio?

Ho riletto molti romanzi che avevano fatto parte del mio paesaggio di lettore adolescente, soprattutto Dostoevskij, Conrad e i grandi intellettuali anarchici: in qualche modo il personaggio è figlio di quelle atmosfere psicologiche. Cagliostro è un eroe “sporco”, perseguitato dal ricordo dei suoi errori, spinto da una disperata necessità di rimediare al dolore che ha causato e di vincere i suoi rimorsi.

La fiction è firmata da Lucarelli, un grande giallista, ed è ambientata a Trieste. Quanto sono state importanti queste due componenti?

Carlo è stato fondamentale: dalla sua penna e da quella di Regosi, vengono le idee strutturali che fanno di questa serie una grande novità. Il miracolo in cui sono riusciti è quello di tenere altissima l’attenzione su una linea orizzontale di giallo lunga dodici episodi. Ancora ho vivo nella memoria il ricordo della nottata in bianco che feci per leggere tutte insieme le sceneggiature: volevo sapere subito chi fosse il colpevole! Quanto a Trieste, beh… non poteva esserci città più giusta per questo racconto. Trieste è il personaggio in più de “La porta rossa”, non mi stancherò mai di ripeterlo. Quella città può diventare il paradiso di chi fa cinema o televisione: c’è tutto quello che scenicamente può servire fra mare, montagna, realtà urbana elegante e periferie di grandissimo fascino… non vedo l’ora di tornarci!

In questa serie tv, sei il partner di Gabriella Pession e sei diretto da Carmine Elia, con i quali hai già lavorato ne “Il Sistema”. Com’è stato ritrovarli?

Ormai è come se fossimo una compagnia! Lavorare con colleghi con i quali esiste già grande affiatamento e stima è la cosa più bella, quella che da subito ti consente di stare tranquillo sul set permettendoti di dare il meglio.

Il tuo personaggio continua a indagare anche da morto e a fare i conti con i pezzi di una vita non proprio così rosea. Perché?

Perché la visione di Anna in pericolo di vita, quella visione che lo coglie proprio nel momento in cui sta passando la famosa porta rossa, è troppo forte, straziante. Quando muore Cagliostro, nonostante la crisi coniugale in cui si trova con Anna, è ancora innamoratissimo. Lei è ancora la persona che, per citare le sue stesse parole, “gli ha capovolto la vita”.

Esiste un confine più o meno netto tra vita e morte, tra bene e male, tra verità e finzione per te?

I confini sono molto labili, per definizione. Su quello fra realtà e finzione abbiamo esempi quotidiani di quanto le due cose facciano a gara a superarsi, con esiti sempre sorprendenti e lo stesso si può dire sul bene e male. Quanto alla vita e alla morte, beh, lì diventa dura dare un’opinione! Bisognerebbe davvero chiedere a Cagliostro: è l’unico che io conosca che abbia fatto esperienza dell’una e dell’altra.

Cosa vorresti arrivasse al pubblico di questa fiction?

Vorrei che arrivasse la grande potenza di un racconto tutto costruito su emozioni estreme, quelle che per l’appunto solo la perdita di qualcuno che ci è caro può generare. Si è riusciti a costruire una tensione simile giocando su un presupposto surreale, che però mi sembra stia funzionando sugli spettatori.  Tutti hanno perso Cagliostro, ma anche Cagliostro ha perso tutti, e noi seguiamo soprattutto il suo punto di vista. Per di più, lo seguiamo in una missione paradossale: Cagliostro vuole salvare la vita di Anna, pur sapendo che se lei morisse potrebbe riabbracciarla. Ecco che questa è una storia d’amore veramente profonda e assoluta.

Dopo “La porta Rossa”, dove ti vedremo?

Ad aprile, dal 7 al 13, sarò al teatro La Pergola di Firenze con la mia compagnia per le repliche di “Istruzioni per non morire in pace”: non mancate  perché i tre spettacoli (si tratta di una trilogia di cui metteremo in scena ogni giorno un capitolo  diverso) sono davvero bellissimi.

Al cinema a maggio con “I peggiori”, un film in cui interpreto – assieme a Vincenzo Alfieri, che è anche regista e sceneggiatore del film – un “supereroe” a pagamento che ripara torti e punisce frodi a Napoli travestito da eroe napoletano tipico. E poi date un occhio ai palinsesti Rai per la prossima stagione:ci saranno dei sequel interessanti e non escludo che anche certe porte colorate possano ritornare con nuovi sviluppi!

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Giulia Farneti

Giulia Farneti nasce a Cesena il 16 gennaio del 1989. Ha collaborato per due anni con il quotidiano Infooggi occupandosi di attualità e di criminalità organizzata, aprendo anche la rubrica settimanale “Così è (se gli pare)” di cui era anche responsabile con Alessandro Bertolucci. Per quasi altri due anni, ha scritto per il quotidiano La Nostra Voce occupandosi di cinema, teatro e televisione, le sue grandi passioni. Ha sviluppato una vera e propria coscienza antimafia, riuscendo a far approvare nella sua provincia quattro conferenze per sensibilizzare la cittadinanza alla cultura della legalità. mail: [email protected]

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