Peppino Impastato, 35 anni e non sentirli

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Peppino Impastato

Trentacinque anni sono un tempo abbastanza lungo per dimenticare. Abbastanza lungo per domare anche il dolore più violento, quello che nasce in quel punto profondo fra lo sterno e lo stomaco, e leva il respiro a ogni pompata di sangue.

Trentacinque anni dopo, un figlio non piange più un padre morto. Lo ricorda, immagina come sarebbe stata la sua vita se il genitore fosse ancora lì, cosa avrebbe fatto, che consigli avrebbe saputo ricevere. Trentacinque anni dopo, un ricordo può trasformarsi in bellezza. Un pianto può diventare un sorriso.

Peppino Impastato lo fecero fuori 35 anni fa. Lo uccise la Mafia siciliana, quella dei legami con la politica di certi senatori a vita che non rimpiangeremo.

Oggi, 35 anni dopo, di Peppino Impastato rimane una memoria collettiva che è patrimonio di un’antimafia che non esiste più, logorata dal fraintendimento del Superuomo, che non è quello nietzschiano. Un’antimafia svenduta per un piatto di lenticchie, o per una poltrona, quando va bene.

Peppino sapeva “scassare la minchia“, che poi è quello che dà fastidio alle organizzazioni criminali. Lo faceva con coraggio e follia, a Cinisi, Sud del Sud. Le sue denunce sono diventate simbolo della bellezza, in un posto imbruttito dalle mafie.

Quel fuoco che Peppino aveva dentro non riescono a domarlo. Neanche 35 anni dopo. Neanche da morto.

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