Raccontare storie attraverso la magia dell’umanità. Intervista a #GiampaoloMorelli

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Da questa sera in prima serata su Rai 2 andrà in onda “L’ispettore Coliandro, il ritorno”, la fiction, diretta dai Manetti Bros. e ispirata al personaggio nato dalla penna di Carlo Lucarelli,  giunta alla quinta stagione.

Coliandro sarà sempre lo stesso, ritroveremo infatti un ispettore imbranato con le donne e pasticcione nel lavoro, irresistibilmente simpatico, onesto e pieno di pregiudizi, ma sempre  pronto a rinunciarci, testardo ma divertente, profondamente convinto che per avere giustizia sia necessario battersi  costantemente. Dopo anni di assenza, torna il poliziotto nell’anima più simpatico delle tv, impersonato ancora una volta dal bravissimo Giampaolo Morelli.

In quest’occasione, ho fatto qualche domanda proprio a lui che, tolti i panni di uomo delle forze dell’ordine dall’immancabile giacca di pelle e  ray ban, ha accettato di raccontarsi in quelle che sono state per me le tappe fondamentali della sua carriera. L’abbiamo visto in molti progetti televisivi e cinematografici, oltre che teatrali, da “L’uomo perfetto” a “Piano 17”, da “ Il Capitano” a “Una ferrari per due”, passando per “Butta la luna” e per “Braccialetti Rossi”, tutti ruoli che sono sempre riusciti a lasciare in segno indelebile nel cuore degli spettatori.

Ne esce un ritratto sincero di un uomo che ha inizialmente tentato la strada della magia, scelta rivelatasi poi non propriamente un successo ma che gli ha permesso però di capire quale fosse realmente il suo sogno, ovvero quello di avere un pubblico, di stupire, di far emozionare. D’altro canto, essere attore vuol dire proprio questo, non soltanto regalare forti emozioni, ma anche riceverne altrettante perchè la bellezza di potersi calare in tante altre vite permette un forte scambio di emozioni con il pubblico e Giampaolo Morelli ci è sempre riuscito pienamente.

Chi è Giampaolo Morelli oggi?

E’ prima di tutto un papà, una persona che ha famiglia e che ha scelto un mestiere che ama.

Perchè hai scelto di fare l’attore? Com’è nata questa passione?

Sai, non c’è una spiegazione ben precisa, per lo meno non razionale. E’ una passione che viene da dentro. E’ una gran fortuna  poter fare un lavoro che piace, dal medico al muratore; l’importante è svolgerlo con passione, perchè è lei il vero motore della nostra esistenza, senza quella ahimè si vivrebbe soltanto in parte credo. Posso dirti che ho iniziato a fare giochi di prestigio a 13 anni, forse era un modo per superare una mia timidezza. Non che tra la magia e la recitazione ci fosse un legame molto forte, ma credo sia stato il primo passo per avvicinarmi al mestiere che faccio. La vera passione si è consolidata ai tempi dell’università; studiavo giurisprudenza e contemporaneamente facevo un corso di teatro finanziato dall’università; da lì è partito tutto.

Il vero debutto è con i Vanzina in “Anni ’60”. A loro devi anche la tua partecipazione in “South Kensington”. Cosa ricordi di quell’esperienza?

Posso dirti che dirò sempre Grazie a Carlo per questo mio primo ruolo in “Anni ’60”. Qualche tempo dopo è arrivato anche South Kensington”, girato a Londra con Rupert Everett, interpretavo un giovane ragazzo napoletano che viene mandato dal padre a studiare l’inglese a Londra. E’ stata una grande gioia avere un ruolo da protagonista al cinema, non smetterò mai di ringraziare i Vanzina per la fiducia che mi hanno dato.

Da questa sera ti rivedremo nel ruolo dell’ispettore più amato della televisione, ovvero “L’ispettore Coliandro”. Ci racconti com’è avvenuto l’incontro con i Manetti Bros.?

Ho conosciuto Marco Manetti quando faceva l’aiuto regista e io ancora non ero un vero e proprio attore. Sono passati anni, mi sono trasferito a Roma lasciando la mia Napoli e ho iniziato a fare seriamente questo mestiere. Marco e Antonio mi hanno chiamato perchè da lì a poco avrebbero dovuto essere i registi proprio di Coliandro che all’epoca era un film per la televisione in una puntata unica per Rai2 intitolato “Il giorno del lupo”, tratto dal romanzo di Carlo Lucarelli. Ci siamo conosciuti e mi hanno proposto il ruolo di quello che poi sarebbe diventato “L’ispettore Coliandro”.

Oramai siamo alla quinta stagione, perchè hai detto di sì nuovamente a questo personaggio? Molto spesso accade che chi fa il tuo mestiere possa rimanere intrappolato in un determinato ruolo. Non temi possa accadere?

Per alcuni può accadere di restare imprigionati in alcuni personaggi, mentre per altri no; onestamente mi auguro di no, d’altro canto faccio anche cinema e teatro, ma a Coliandro continuo ad esserci molto legato. In queste settimane, stanno trasmettendo su Sky “Song è Napule” dove interpreto un cantante neomelodico e, a distanza di tempo, le persone continuano a fermarmi per strada per dirmi quanto sia divertente Lollo Love. Questo personaggio non ha nulla a che vedere con l’ispettore di Rai2; forse a volte è anche lo stesso attore che imprigiona se stesso in un determinato personaggio.

Chi è per te Coliandro? Qual è la sua forza secondo te?

La vera bellezza di Coliandro è che è esattamente uno di noi, è l’uomo comune. La fiction ambientata a Bologna ha vinto addirittura il premio del sindacato dei poliziotti ed è la prima volta che viene assegnato un premio così importante a un rappresentante dell’arma in una fiction. A differenza di tutti gli altri poliziotti, eroi in casi di cronaca reale, Coliandro è umano all’interno di casi straordinari, è un uomo molto comune in storie quasi inverosimili, ha un grande spessore ed è molto profondo in realtà, è l’italiano che è in tutti noi ma che è nell’arma. Si permette di dire tutte le cose che noi pensiamo ma che il politicamente corretto non direbbe mai. Ci sono due new entry in questa stagione, ma Coliandro rimane fondamentalmente lo stesso, anche se ora ha 40 anni, un po’ più di pancia, quindi un pochino più appesantito dagli anni ma nella costante ricerca di avere un suo posto nel mondo.

Cosa vorresti arrivasse al grande pubblico di questo personaggio in questa stagione televisiva?

Vorrei che arrivasse la sua grande umanità; Coliandro vorrebbe essere come molti altri suoi colleghi assai noti ma invece il suo talento normalmente non gli viene mai riconosciuto, se di talento si può parlare,è testardo e anche un po’ ottuso,viene anche preso a botte ma riesce a risolvere i casi per caso. Secondo me, questa è una serie tv ancora più bella delle precedenti perchè cresciamo un po’ tutti, Lucarelli nella scrittura, i Manetti alla regia e forse io nell’interpretazione.

Altro grande ruolo, non semplice,  quello in “Butta la luna”.

Vittorio Sindoni, il regista, dopo avermi visto in Coliandro mi ha voluto in questa fiction per un ruolo completamente diverso, ovvero quello di un giudice, un buon padre di famiglia, con una bimba con  problemi e una moglie che viene assassinata. E’ stato un successo inaspettato,  mi ha dato la possibilità di scavare in sensazioni e sentimenti che magari avrei tenuto più per me.

Interpreti un altro uomo delle forze dell’ordine ne “La donna della domenica” su rai1. Che ricordi hai di quella fiction?

E’ un poliziotto molto diverso da Coliandro; si tratta di un commissario del Sud che si ritrova a indagare su un omicidio che avviene nella Torino bene degli anni ’70 incontrando tutte quelle differenze sociali e culturali che ci sono tra un commissario meridionale e la borghesia torinese.

Quest’intervista verrà pubblicata in Resto al Sud, un quotidiano che invita a resistere, a non abbandonare le terre del Sud.  Secondo te, è possibile resistere?

Posso dirti che il fatto di resistere o meno dipende dalle circostanze e anche dal tipo di Sud di cui stiamo parlando. C’è un Sud che resiste, eroico, da ammirare, nonostante le molteplici difficoltà che incontra  e le battaglie che quotidianamente combatte per cercare di lasciare alle future generazioni un mondo più onesto e libero; c’è poi un Sud che suo malgrado viene lasciato perchè purtroppo il cambiamento è difficile da mettere in atto.

Il tuo rapporto con Napoli?

E’ la mia città, le mie radici; è un rapporto profondo e viscerale. E’ il mio tutto.

Sei attore, ma ti piace anche molto scrivere. Penso alle sceneggiature di “Piano 17 2 e Song’e Napule”, scritte con i Manetti bros, oltre che a romanzi e  una commedia teatrale.  Hai mai pensato che la scrittura potesse essere davvero un lavoro a tempo pieno?

Ammetto che in diverse occasione, come appunto hai accennato, mi sono affacciato alla scrittura, mi sono anche piacevolmente divertito ma è stata una breve incursione; essere attore continuerà ad essere il mio mestiere.

Molti artisti sostengono che il teatro sia fondamentale nella vita di un attore. E’ così? Cos’è il teatro per te?

Ho iniziato facendo teatro ed credo sia davvero una tappa fondamentale. E’ sicuramente una scuola, una grandissima scuola. E’ una palestra, è un costante incontro con il pubblico, è l’adrenalina, il calore, la paura dietro le quinte, è il profumo inconfondibile che solo un teatro può avere, è l’emozione e la luce negli occhi.

Sei entrato anche nella terza stagione di “Una grande famiglia”, fiction seguitissima con un cast eccezionale. Cosa ci dici di Alberto Magnano, il personaggio da te interpretato e molto amato dal pubblico?

Sono entrato in questa squadra collaudata da diverso tempo ma con un’accoglienza davvero incredibile. Sono l’uomo dei conti dell’azienda, ma estremamente goffo e imbranato nella vita sentimentale che si innamora del personaggio interpretato da Isabella Ferrari, esattamente l’opposto. Alberto non ha filtri o maschere ma è esattamente come sembra. E’ stato davvero molto divertente impersonarlo, è un ruolo diverso dagli altri, anche perchè mi piace molto cambiare.

Hai interpretato ruoli diversissimi tra cinema, teatro e televisione ma tutti con una forte carica umana, in che modo riesci a calarti così bene in ruoli così fortemente umani?

Innanzitutto, Grazie Giulia! Non credo di saperti rispondere, nel senso che dipende sicuramente da noi attori, ma anche dalle sceneggiature e dai registi. Il personaggio scritto ti deve dare la possibilità di cogliere uno stato d’animo, poi tu ci devi entrare cogliendone una sfumatura e attingendo quelle che sono le tue emozioni e la tua umanità.

Cosa vuol dire secondo te essere un attore oggi come oggi?

Posso dirti che è fondamentale crederci davvero fino in fondo. E’ un mestiere meraviglioso che va fatto con trasporto e amore, oltre che con grande umanità perchè quest’ultima, in un modo o nell’altro, verrà sempre fuori, anche con personaggi diversissimi tra loro. Fondamentalmente noi attori raccontiamo storie che vorremmo rimanessero in qualche modo nel cuore di coloro che sono disponibili ad ascoltarci, storie anche che possono far passare piacevolmente un’ora e mezza facendo compagnia in un momento magari non proprio bello della vita. Ho sempre cercato di regalare emozioni, ma altrettanto di riceverne, perchè la bellezza di essere attore è proprio questo, un forte scambio di emozioni.

Dopo Coliandro, dove ti vedremo prossimamente?

Uscirà “Nemiche per la pelle”  di Luca Lucini con Margherita Buy e Claudia Gerini al cinema, poi “Miami Beach” di Carlo Vanzina e “Quel bravo ragazzo” di Enrico Lando.

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Giulia Farneti

Giulia Farneti nasce a Cesena il 16 gennaio del 1989. Ha collaborato per due anni con il quotidiano Infooggi occupandosi di attualità e di criminalità organizzata, aprendo anche la rubrica settimanale “Così è (se gli pare)” di cui era anche responsabile con Alessandro Bertolucci. Per quasi altri due anni, ha scritto per il quotidiano La Nostra Voce occupandosi di cinema, teatro e televisione, le sue grandi passioni. Ha sviluppato una vera e propria coscienza antimafia, riuscendo a far approvare nella sua provincia quattro conferenze per sensibilizzare la cittadinanza alla cultura della legalità. mail: [email protected]

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