Renzi rottama anche l’apprendistato

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Se una politica del lavoro non funziona, meglio eliminarla piuttosto che intervenire e correggerla. Sembra questa la convinzione del Governo Renzi, almeno a leggere il primo intervento normativo presentato dal ministro del Welfare Giuliano Poletti,  il decreto legge 34/2014, già entrato in vigore dal 21 marzo.

Il provvedimento interviene a gamba tesa sulla natura del contratto di Apprendistato, da anni sbandierato come il contratto di lavoro “finalizzato alla formazione e all’occupazione dei giovani” ma, di fatto, mai decollato, per svariati motivi, nel nostro Paese. È definito contratto “a causa mista” perché prevede che l’azienda formi, durante il rapporto di lavoro, l’apprendista assunto alle proprie dipendenze.

Rispetto alla legge Fornero, Poletti interviene aumentando la flessibilità per le imprese: fa cadere il divieto di non assumere nuovi apprendisti se non ne sono stati confermati almeno il 30 per cento dei precedenti.

Ma fa cadere anche l’obbligatorietà, per il datore di lavoro, di assicurare all’apprendista di secondo livello una formazione “trasversale”, ovvero di garantirgli la frequenza di corsi regionali, se ci sono, o di organizzarglieli su misura per le sue esigenze. Questa formazione, prima obbligatoria a scapito di multe salate in termini di contributi versati, ora sarà solo discrezionale.

Ma, allora, ha senso parlare ancora di apprendistato? Senza un piano formativo il percorso di apprendimento è meramente ipotetico. Mi sembra, a caldo, la solita scorciatoia all’italiana: non funziona la formazione e allora la eliminiamo. Solo che non è, non dovrebbe essere, la formazione, un’inutile scocciatura burocratica, ma lo strumento concreto per la reale qualificazione del giovane.

E poi: se non c’è formazione, gli sgravi fiscali concessi alle aziende per assumere gli apprendisti diventano aiuti di Stato illegittimi? Le aziende non rischiano, prima o poi, di doverli restituire? Non è fantasia, è già successo con il vecchio CFL, il contratto di formazione lavoro.

L’Italia è stata condannata, con sentenza della Corte di Giustizia europea del 17 novembre 2011, a pagare una multa di 80 milioni per “non aver recuperato presso i datori di lavoro gli aiuti per l’assunzione dei lavoratori mediante i contratti di formazione”, dal momento che senza un programma di formazione gli incentivi fiscali sono stati considerati aiuti di Stato.

Semplificare è buona cosa. L’eccessiva semplificazione, senza la giusta visione d’insieme, può fare danni.

Tommaso Di Rino

Si interessa di Politiche del Lavoro e per lo Sviluppo Economico. E' convinto che la Pubblica Amministrazione possa funzionare, anche al Sud. Vive a Pescara.

Comments (2)

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    heritagesicilia

    24 Marzo 2014 - 11:54

    Ricordo che il D.L 34/2014 ha reso facoltativa la formazione pubblica ma non ha abbrogato la formazione di base e trasversale. Per cui se tale formazione è disciplinata dai CCNL andrebbe, secondo alcune indicazioni recenti, fatta comunque. Visti i bassi costi di tale formazione e l’alto rischio in caso di interpretazioni restrittive della norma consigliamo di integrare la formazione professionalizzante con la formazione di base e trasversale in particolar modo se disciplinata dai CCNL. Ho scritto una scheda dettagliata su http://www.apprendistatoitalia.it/

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    pietro

    25 Marzo 2014 - 19:15

    I numeri sono evidenti: l’apprendistato così come concepito dal testo unico e modificato dalla Fornero non ha dato risultati positivi. Liberi di pensare che si possa andare avanti così, magari con qualche aggiustamento normativo. Ma quanti ce ne sono stati negli ultimi anni ? E quale effetto hanno prodotto ? La verità a mio parere è che la formazione trasversale è stata efficace solo per gli enti di formazione e non per gli apprendisti. Le modifiche vanno nella direzione giusta ma non sono sufficienti. Rimangono zone d’ombra, come segnalato dal post precedente che ostacolano, insieme ai costi troppo alti, il decollo di una forma contrattuale che non è appetibile per le imprese.

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