Ripartiamo dalla cultura per rifondare l’integrazione

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La situazione sociale e politica che abbiamo di fronte merita di essere valutata con attenzione.

Non ci si può, a mio avviso, rifugiare in interpretazioni riduttive e, parzialmente, tranquillizzanti, ascrivendo ciò che sta accadendo sotto l’etichetta di «populismo». Siamo di fronte a forme di protesta generalizzate che investono gran parte del mondo occidentale. Un filo rosso lega gli avvenimenti che si sono succeduti cronologicamente negli Stati Uniti, in Grecia, in Spagna, in Francia, in Austria e in Italia. E le risposte che i governi hanno sino ad ora saputo dare si sono dimostrate in tutti i casi insufficienti. L’impoverimento della classe media, ormai ridotta a sopravvivere è un’emergenza che, bisognosa di urgenti risposte, sta rischiando di diventare strutturale. Le persone hanno paura, reagiscono all’insicurezza che pervade la loro esistenza con forme di intolleranza e non vogliono rinunciare a ciò che rimane delle conquiste sociali raggiunte nel Novecento.

Non era mai accaduto che i cittadini del nostro Paese perdessero così diffusamente la fiducia nelle classi dirigenti, che queste fossero addirittura viste come il nemico da sconfiggere. Il voto delle ultime amministrative in Italia evidenzia che il governo è visto come il rappresentante dei poteri costituiti, incapace di ascoltare, interpretare e dare risposte alle richieste dei cittadini. Serve a poco, credo, dire se questa reazione, così diffusa e dilagante, sia giusta o sbagliata. È il momento di chiedersi perché si è giunti a questa situazione, e questa domanda devono porsela principalmente i riformisti. Abbiamo di fronte alcuni problemi congiunturali che non possono essere ignorati (penso a quelli delle banche e del debito pubblico), ma non possono essere gli unici nostri obiettivi. Occorre definire una politica che rilanci lo Stato sociale, creda negli investimenti pubblici, aumenti il potere di acquisto dei cittadini, ridando in questo modo fiducia e speranza. Occorre proporre con coraggio un nuovo modello di Europa. Quello che è accaduto con la Brexit è il rifiuto di una globalizzazione che ha impoverito le tradizioni, le storie e le lingue nazionali, creando un’ulteriore sovrastruttura burocratica e amministrativa.

Se si vuole creare un sentimento di appartenenza delle donne e degli uomini che vivono nei Paesi dell’Unione è necessario mettere in primo piano quell’insieme di valori culturali e politici che, per quanto diversi nelle singole tradizioni nazionali, hanno comunque elementi comuni e tali da rendere credibile un vero progetto di integrazione.

La cultura può essere uno straordinario strumento per ricostruire i rapporti di fiducia all’interno di una comunità. Alla cultura, alla scienza e all’arte si richiede uno sforzo ulteriore, come in altri momenti della storia, in cui il pensiero ha saputo trovare nella solidarietà e nell’unione la capacità di attenuare quelle forme di intolleranza che rischiano di uscire vincitrici.

La cultura può essere lo strumento giusto, perché è più rispettosa delle tradizioni, delle storie, delle identità, perché ha più immaginazione, più creatività. Perché le molte esperienze che si sono già affermate nel nostro Paese colgono il valore e la forza dei modelli partecipativi che partono dalla condivisione di un progetto (sociale e di impresa).

Siamo di fronte a una grande sfida per i democratici e per i riformisti.

Quale progetto politico stiamo elaborando per il nostro Paese? La mia convinzione è che una grande prospettiva di cambiamento debba muovere dalla capacità di avere visione, dalla forza di alcune idee fondamentali: le forme della democrazia, il bisogno di maggiore eguaglianza, un’etica per la politica.

Occorre una riforma intellettuale e morale, agire sulle coscienze, porre un problema di antropologia culturale. Se il Partito democratico non sarà in grado di dare al più presto risposte appropriate, credo che non sia difficile prevedere che nelle prossime elezioni politiche possa ripetersi ciò che è accaduto nelle amministrative. E non appartengo a quelli che ritengono tale risultato il castigo di Dio, ma il risultato della difficoltà di leggere ciò che nel Paese e nel mondo occidentale sta accadendo. Se non faremo presto, la protesta e la speranza cercheranno altre vie democratiche, diverse da quelle a cui siamo soliti pensare.

Massimo Bray

Massimo Bray è nato a Lecce, ha studiato a Firenze, vive a Roma. Dopo la laurea in Lettere e Filosofia, conseguita nel 1984 e un itinerario da borsista a Napoli, Venezia, Parigi, Simancas, nel 1991 entra all’Istituto della Enciclopedia Italiana fondato da Giovanni Treccani, come redattore responsabile della sezione di Storia moderna dell’Enciclopedia La Piccola Treccani. Non lascerà più l’Istituto, fino all’elezione al Parlamento: nel 1994 ne diviene il direttore editoriale. In questo ruolo, mantenendo intatto il rigore che contraddistingue un’istituzione culturale di così grande prestigio, ne ha seguito l’apertura al web con grande entusiasmo. Il progetto di definire l’Enciclopedia degli italiani online è il modo di interpretare la missione della Treccani nel XXI secolo. La scelta è quella di mettere a disposizione di un numero sempre maggiore di utenti un patrimonio di conoscenza di alta qualità; la convinzione è che il nostro Paese debba elaborare nuove forme di gestione del patrimonio culturale, coniugando la forza dei contenuti con le innovazioni tecnologiche. Massimo Bray è stato anche direttore responsabile della rivista edita dalla Fondazione di cultura politica Italianieuropei, che ha tra i suoi principali obiettivi quello di elaborare analisi e riflessioni pubbliche sui nodi cruciali dell’innovazione politica ed economica europea. La fondazione è un luogo di incontro tra le diverse tradizioni culturali del riformismo italiano. Sull’edizione italiana di Huffington Post è autore di un blog dedicato all’esperienza della cultura, con particolare attenzione all’editoria tradizionale e digitale. Ha presieduto il consiglio d’amministrazione della Fondazione La Notte della Taranta, che organizza il più grande festival europeo di musica popolare, dedicato al recupero della pizzica salentina e alla sua fusione con altri linguaggi musicali, dalla world music al rock, dal jazz alla sinfonica. Grazie al lavoro del gruppo di competenze che gestisce la Fondazione e soprattutto alla straordinaria coralità dei talenti musicali coinvolti nell’Ensemble Notte della Taranta, il festival è divenuto, negli anni, un riconosciuto modello culturale che, di edizione in edizione, non cessando di produrre nuove forme di elaborazione artistica, ha cominciato a produrre interessanti economie per il territorio. Alle elezioni politiche del 2013 è stato eletto deputato nelle fila del Partito democratico e il 28 aprile 2013 è stato nominato ministro per i Beni, le attività culturali e il turismo del governo presieduto da Enrico Letta. Su Twitter è @MassimoBray.

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