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Il Sud, sopravvivenza e vita di un pianeta immortale

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Meditavo l’altro giorno sul Sud. La fotografia dei suoi contorni, nei fatti, si è fermata a circa due anni fa. Quando si è persa la speranza che questo governo avesse reali capacità d’intervento.

Troppi problemi affliggono il pianeta Italia, per avere risorse consistenti per rilanciare una parte della nazione in estrema difficoltà.

I governatori delle regioni ricorrono ad una finanza creativa, per cercare di non far bloccare il sistema. Ma spesso si trovano soli. Non sempre, ma spesso.

L’incertezza politica, sempre più galoppante, sotto i colpi di una legge elettorale che non riesce a decollare, un PD sempre più in discesa nei numeri, un centrodestra ringalluzzito ma che oscilla tra PPE e no-euro, un Movimento 5 Stelle sempre arroccato nella suo solipsismo, non creano premesse per cercare un aiuto strutturale.

È stato creato anche un Ministero per il Mezzogiorno. Ma tutto è troppo grande per essere risolto o anche analizzato con dovizia.

Ma contro questa crisi maledetta, che ci attanaglia dal 2007, è scesa in campo la caratteristica principale dell’italiano: la creatività, stretta parente dell’arte di arrangiarsi. E su esse si poggia attualmente il Sud, senza lamenti e senza drammi, ma con la sua atavica rassegnazione, frutto della sua storia.

È stata rispolverata l’agricoltura, ma non quella produttiva aziendale, bensì quella dell’orto, per cercare di diventare autonomi nell’approvvigionamento. Tutto ciò, se pur abbandonato 60 anni fa, ripristinato con velocità e disinvoltura. Una sorta di piano “b” sempre presente nel cassetto. Come di chi si attende una guerra sempre alle porte.

Mi diceva una persona che abita sugli Appennini, quella parte degli Appennini che declinano verso la Puglia, che nel suo paese c’è gente anziana che vive con 500 euro al mese e ne riesce a risparmiare anche 300. Tutto questo grazie alla piccola corte che si è creata, con la frutta, le verdure, il pollame.

Se non è arte sublime questa, non vedo perché debba essere arte l’alta finanza.

Il Sud sopravvive.

Al netto delle floride macchie di leopardo, dove l’economia funziona per la capacità di sfruttare i finanziamenti europei, per il talento di alcuni imprenditori, per le capacità di alcuni politici, il Sud è quello della sopravvivenza. Una sopravvivenza a volte più che dignitosa, a volte dignitosa a volte fatta di stenti.

Una vita con prospettive è implausibile, tutto è cagionevole, tranne quell’orto. Quell’orto secolare, strutturale, rassicurante, autonomo, non soggetto a bizzarie e megalomanie.

Non ho mai letto economisti che ne parlassero. Me ne ha parlato la gente, come un fatto presente o come risorsa futura.

È solo questo il Sud?

Non è questo, ma ci aiuta a capire come la nostra storia ci ha insegnato a vivere nelle estreme difficoltà. Un “lusso” che non può permettersi il Nord. Perché vivere a due passi dalla Germania, dall’Austria, dalla Svizzera, dalla Francia, ha reso tutto più agevole.

Noi viviamo circondati dal mare, anzi viviamo in mezzo al mare e per vendere un nostro prodotto dobbiamo sobbarcarci 1000 km per raggiungere i mercati europei.

In questa distanza c’è tutta la differenza delle due Italie. Non è questione di più o meno capacità, come qualcuno blatera senza senso, è un problema di lontananza dai cicli produttivi. Quella non l’ha inventata il Sud.

Gianvito Pizzi

Gianvito Pizzi, filosofo, scrittore, storico, studioso di psicanalisi, ha dedicato l’intera vita agli studi. Collaboratore per decenni di riviste specializzate, si è occupato in particolare dei rapporti tra psicanalisi e filosofia, Medievalismo e Questione Meridionale. Nato a Napoli, ha vissuto sino a vent’anni in un paese dell’appennino sub-dauno: S. Bartolomeo in Galdo (Bn). Twitter: https://twitter.com/gianvito_pizzi

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