Il capoluogo jonico continua ad essere al centro del dibattito nazionale ed internazionale. Da un lato, per la nota vicenda dell’Ilva che divide chi la vuole chiudere e chi vorrebbe tenere ancora accessi i suoi altiforni; dall’altro per il susseguirsi di appuntamenti di sensibilizzazione e di formazione per rinsaldare la consapevolezza che un cambiamento è possibile, seguendo un approccio integrato e sistemico economico-ecologico-etico. Una delle ultime iniziative, inauguratasi ieri, è “Taranto, una passeggiata. Paesaggio e acqua”, ideata e realizzata dallo storico e teorico del paesaggio Michael Jakob con la collaborazione dell’architetta del paesaggio Maria Cristina Petralla.

Da chi, come e con quali finalità nasce questo workshop? Quali i suoi punti di forza e perché il format proposto è innovativo?
L’iniziativa, che proseguirà fino al prossimo primo giugno, nasce con l’idea di approcciarsi diversamente ai problemi urbani e periurbani, sviluppandosi poi sui dettami della tutela e valorizzazione del paesaggio. La rassegna ha ricevuto da subito il patrocinio dell’ambasciata svizzera di Roma, nel segno di una partnership internazionale tra questo Paese e il nostro, ma anche nel disegno di trasferire il know how elvetico sul caso studio di Taranto. Il laboratorio progettuale si articolerà in diversi momenti di confronto durante i quali non ci saranno distinzioni tra professori e studenti, ma ciascuno eleverà la qualità della proposta esaltando i propri talenti professionali. La finalità del workshop, perciò, è soprattutto esplorativa e divulgativa: abbiamo la convinzione che, prima di progettare, occorra studiare molto e nel caso specifico che serva approfondire la situazione locale. Occorre moltiplicare i punti di vista e non promettere soluzioni facili. Siamo soddisfatti del format ideato perché ci proponiamo: di far dialogare istituzioni e persone che solitamente non lo fanno agendo in solitaria; di ibridare i saperi multidisciplinari e trasversali dei partecipanti per l’elaborazione di una visione sistemica e sinergica che potrà essere ulteriormente approfondita tramite il contributo dei cittadini che vorranno contribuire proattivamente.

Perché è stata scelta Taranto? Cosa rappresenta oggi il capoluogo jonico per chi vuole occuparsi di rigenerazione urbana sostenibile? Può esserci una convergenza tra gli esiti del concorso internazionale sulla riqualificazione del centro storico con quelli attesi dal prossimo laboratorio?
In un Paese nel quale l’architettura del paesaggio non è una disciplina particolarmente frequentata, Taranto è oggi una scelta obbligata per chi studia il metabolismo urbano. Taranto, infatti, per il suo endemico sistema ambientale e relazionale, rappresenta l’icona di cosa non devono più essere le città, ma anche di quello che potrebbero diventare le città con una progettazione qualitativamente alta capace di affrontare i problemi quotidiani di chi vive lo spazio antropizzato e pubblico. Taranto è oggi, poi, un patrimonio universale, di tutti: non solo dei residenti e dei pugliesi. Risolvere o mitigare le sue diffuse vulnerabilità, per esaltarne le potenzialità, secondo un approccio integrato e interdisciplinare, produrrebbe un nuovo modello urbanistico replicabile altrove. Ma non parliamo più, per favore, di sostenibilità, con il cui termine oggi si coprono anche grandi e gravi mistificazioni ecologiche. Ciò che serve è una credibile rigenerazione urbana, ossia quell’attività riparatrice che noi pensiamo di poter e vorremmo mettere in atto, attraverso la quale la città jonica superi, con un insieme articolato ma organico di micro-interventi riparativi adeguatamente studiati e calibrati, il suo presente a tratti disumano per un futuro decisamente più a portata dei desideri e diritti di tutti. Il laboratorio rappresenta, dunque, almeno per i due ideatori e organizzatori, il prolungamento logico del concorso. Si tratta, da una parte, di difendere l’impalcatura del progetto vincente; dall’altra di oltrepassarla per dialogare più efficacemente con i cittadini per coglierne i fabbisogni.

Oggi si parla di costruzioni o paesaggi anfibi, ma anche di smart city o land nelle quali le infrastrutture blu sono asset strategici, a causa dei cambiamenti climatici. Quale è la vostra visione? Come l’acqua può diventare strumento progettuale per la conversione ecologica ed etica dello spazio pubblico e antropizzato?
Ancora prima di usare termini tecnici alla moda o formule altisonanti occorre prestare attenzione al contesto reale. Ciò che è sempre mancato a Taranto è semplicemente il common sense più immediato. La nostra visione è quella di prendere in considerazione tutti i dati, scientifici, empirici, sistemici, e di elaborare dei sistemi conoscitivi prima ancora di proporre modifiche concrete. Questa non è una smart city, è una città martoriata: qui c’è stata poca smartness. Sull’acqua, si fa presto a dire che è “un blu asset”, ma cosa significa? Niente, se non si fa l’analisi bio-ecologica dello stato dell’acqua a Taranto.

L’amministrazione comunale, a pochi giorni da un incontro internazionale con una delegazione di Pittsburgh, punta a diventare una capitale europea della sostenibilità, una volta risolte le sue attuali criticità industriali e sociali. Quali per voi le priorità e su cosa dovrebbe intervenire o puntare il Comune per realizzare questo sogno?
L’uso di slogan quali “capitale europea della sostenibilità” mi preoccupano moltissimo perché si punta a ciò che è straordinario, quando qui manca, soprattutto, l’ordinario, una normalità fatta anche di cose piccole e semplici. Risolvere le criticità industriali e sociali è già per sé un tema enorme che richiederà per la sua risoluzione tanto tempo. Per decenni si è lavorato sull’oggi senza pensare al domani: ma il domani è arrivato e non siamo in grado di gestirlo per quanto è complesso non essendoci mai stata una attitudine alla prevenzione e alla protezione delle risorse naturali e sociali. Si è lavorato, inoltre, quasi sempre in assenza di una verificabile trasparenza. Si pensi al progetto della copertura dei parchi minerari: perché oltre all’aspetto pratico non è mai stata assimilata la dimensione ecologica ed estetica? Perché la valenza paesaggistica di un intervento non solo visivamente impattante non è stata considerata? Noi non sottovalutiamo le difficoltà terribili che il Comune ha dovuto e deve affrontare ogni giorno, ma riteniamo che ora più che mai serva, per il bene di Taranto, una rete solidale e trasversale composta da tutte le forze sane della città e del territorio capace di liberare l’energia rinnovabile del cambiamento e di trasformare le possibilità in opportunità di sviluppo. I tarantini devono potersi sedere al tavolo del loro futuro, intorno ad un tavolo permanente, sul quale siano poste con chiarezza e trasparenza tutte le sfide che potrebbero rilanciare nel mondo l’immagine di questa città dal fantastico potenziale. Noi vogliamo essere nel nostro piccolo un primo catalizzatore di questo genere.