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La vincita maledetta

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Giocare al Totocalcio è stato dal dopoguerra un rito di massa. Sopratutto al Sud.

Altro che Superenalotto e calcioscommesse! Durante la settimana si studiava come fare tredici, cioè centrare tutti i risultati. Poi ci si poteva accontentare del dodici. Ma non ti cambiava la vita.

In una città della Calabria, nemmeno troppo grande, un vecchietto, scrivendo numeri a casaccio, vinse due miliardi di lire. Era il 1978 e la cifra era alta. Una Bmv berlina, costava  nove milioni.

Il signore anziano comunicò la notizia perché costretto da una serie di circostanze. Ed iniziò il solito via vai di parenti.

Era d’uopo all’epoca, infatti, elargire piccola parte della vincita, a consaguinei. La si pretendeva.

Quindi l’uomo finì al centro di dibattiti e attenzioni, su cosa fare dei miliardi. E alla fine, seppellito dai consigli, decise di acquistare cinque garage di grandi dimensioni al centro della città.

Aveva lavorato per quarant’anni negli uffici postali ed aveva maneggiato tanto denaro non suo. Non voleva più maneggiarne, ma investire la cifra. E la scelta dei garage, per l’epoca ed i parenti, appariva bizzarra.

Tutte le centinaia di auto ricoverate in essi, dovevano pagare una cifra modesta, ma alla fine del mese faceva massa.

Il vecchietto era un ricco con rendita.

Allora comincio la sua piccola rivoluzione. Allontanò tutti i parenti,  prese a servizio una domestica, una cuoca per l’ora del pranzo, comprò l’auto e si dotò di autista per le occasioni di uscita. Andava alle terme di Montecatini alloggiando al Kursal. Frequentava nei fine settimana l’Excelsior di Napoli, dove andava a prendere un caffè la sera al Gambrinus.

Mensilmente era a Roma in via Veneto, ai tavoli del Caffè di Paris, notte al Parco dei Principi. Frequentava anche qualche intraprendente signorina, che pagava, anche se tutto finiva in poco più che nulla.

Il signore si era calato interamente in un nuovo ruolo, senza preoccuparsi dei suoi garage, che divennero quattro e poi tre. Un dimagrimento occorso in un solo anno dalla vincita.

Anche se nella vita non era stato un cattivo uomo, era diventato sospettoso e autoritario, scorbutico ed altezzoso. Un tipo da stare alla larga. Ma negli alberghi recitava la parte del gentiluomo e diceva di essere un barone. Si era sdoppiato.

Strappò la tessera del Partito Comunista e si scoprì monarchico, nostalgico dei Savoia e pronto a pagare per un titolo di cavalierato.

Quella cifra aveva scoperchiato un vaso di Pandora, dove erano usciti fuori: desideri repressi, rabbia e rancore, voglia di umiliare il prossimo, sfrenate voglie di successo.

Ma i garage finirono ed il vecchietto tornò con la sua piccola pensione. Via la cuoca, l’autista, la domestica, i viaggi, l’auto, le signorine d’accompagnamento. Tornò al suo cane e a guardare la televisione.

Aveva scimmiottato tutti i vizzi ed i vezzi della vecchia aristocrazia del Sud, ed aveva conosciuto: un uomo diverso, una parte di se stesso, o forse se stesso o magari il contrario di se stesso.

L’uomo morì solo, perché nessuno gli aveva perdonato: la mancata elargizione, la vita da ricco, la fortuna di aver vinto.

In giro si disse che fu un malocchio di una fattucchiera, su commissione di un parente, ad averlo fatto perire.

Una storia del Sud.

Gianvito Pizzi

Gianvito Pizzi, filosofo, scrittore, storico, studioso di psicanalisi, ha dedicato l’intera vita agli studi. Collaboratore per decenni di riviste specializzate, si è occupato in particolare dei rapporti tra psicanalisi e filosofia, Medievalismo e Questione Meridionale. Nato a Napoli, ha vissuto sino a vent’anni in un paese dell’appennino sub-dauno: S. Bartolomeo in Galdo (Bn). Twitter: https://twitter.com/gianvito_pizzi

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