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Marco dei #ManettiBros: “Non bisogna abbandonare il #Sud. Occorre combattere”

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Due persone assolutamente uniche, irripetibili, che si distinguono  nel panorama cinematografico italiano per la loro cinefilia e per il loro amore per i film di genere. Sto parlando di Marco e Antonio Manetti o, più semplicemente, i #ManettiBros. Hanno un modo di fare #cinema tutto loro, molto personale, che li contraddistingue, perché hanno la straordinaria capacità fare cinema, un cinema artigianale ma di forte impatto, disciplinato ma veloce. Hanno debuttato alla regia nel 1995 con il film “DeGenerazione”, per poi passare  a “Torino Boys”, prodotto dalla Rai, a “Piano 17”, a “L’arrivo di Wang”, a “Paura 3D”. Nel 2014, esce nelle sale cinematografiche il film “Song ‘e Napule”, ricevendo un consenso all’unanimità, sia di pubblico che di critica. I Manetti Bros. hanno anche diretto l’ottava stagione di “Rex”, tre episodi della serie tv “Crimini”, oltre che diversi videoclip musicali di cantanti come Alex Britti, Max Pezzali e i Tiromancino. Ho raggiunto telefonicamente Marco Manetti, dopo una faticosa giornata di lavoro; il regista si trova, infatti,  in Emilia, più precisamente a Bologna sul set della nuova stagione de “L’ispettore Coliandro”. Nell’attesa di risentirlo in occasione della messa in onda nella prossima stagione televisiva, più precisamente a ottobre, dell’amatissima serie targata Rai2, ho fatto una bella chiacchierata con Marco, soffermandomi sulla sua passione per il cinema, sul Sud e su quei film che, tra i tanti, hanno lasciato il segno, un segno indelebile nel mondo del cinema.

Chi sono i Manetti Bros. oggi?

I Manetti Bros. sono oggi quello che sono sempre stati, cioè una coppia di registi che si esprimono in campi molto diversi, dal cinema alla fiction televisiva, dai video musicali a webserie fino ad arrivare a cortometraggi; seguono una strada del tutto personale per fare cinema cercando sempre di metterci tanta passione perché, attraverso questa, si può fare molto. Cercano di fare al meglio il proprio lavoro; ci sono momenti in cui le cose vanno un po’ meglio e momenti in cui vanno un po’ peggio, diciamo che ora stanno andando abbastanza bene.

Come nasce il sodalizio dei Manetti Bros?

Posso dirti che sia io sia mio fratello siamo cresciuti con una grande passione per il cinema; abbiamo cominciato a girare piccole cose con le prime videocamere, anche se separatamente all’inizio. Nel corso del tempo, abbiamo cominciato sempre più a lavorare insieme, anche se non avremmo mai pensato di diventare una vera e propria coppia di registi. Tutto è iniziato quando Antonio ha scritto un cortometraggio. Ricordo che, dopo averlo letto,  ho deciso di girarlo insieme a lui;  questo ha portato a realizzare il film a episodi “DeGenerazione”. Da quel momento, abbiamo sempre lavorato insieme.

Come e quando è nato l’amore per il cinema?

Beh, abbiamo da sempre amato il cinema. Onestamente, non so se il nostro lo definirei proprio amore, perché quest’ultimo prevede fedeltà e noi siamo più spettatori che cinefili. Sono sempre stato affascinato dal racconto, da un certo tipo di racconto in particolare, un racconto che in qualche modo riesca a lasciare un’impronta.

Il tuo esordio nel cinema avviene con “Torino Boys”, un film che vede per protagonisti dei ragazzi nigeriani trapiantati poi in Italia. Perché hai scelto proprio questa storia per il tuo primo film? Avete girato in Nigeria?

Innanzitutto perché ci è capitata l’occasione, un’ottima occasione! Marco e Pier Giorgio Bellocchio sono nostri amici da ormai diversi anni. E’ stato portato a Marco un progetto dal titolo “Un altro paese nei miei occhi”, un’idea di fare storie su extracomunitari che vivevano in Italia. E’ piaciuta molto questa proposta, così io e mio fratello, su indicazione di Pier Giorgio, consapevole della nostra conoscenza del mondo nigeriano, abbiamo scritto un soggetto che è poi stato scelto. Non abbiamo girato in Nigeria perché considerata troppo pericolosa, bensì  in Sud Africa. In questo film, abbiamo raccontato lo straniero in Italia non come colui che scappa o come colui che si nasconde. Nonostante tutti i problemi che affliggono gli stranieri, abbiamo preferito focalizzarci su un’altra faccia della stessa tematica, ovvero sulla vita di  persone che vivono la loro esistenza nella tranquilla normalità.

Nel 2005 dirigi  “Piano 17”, un thriller in piena regola, ambientato per la maggior parte dentro un ascensore. Qual è stata la genesi di questo film?  In che modo siete riusciti a coniugare semplicità e freschezza in un film di fatto claustrofobico?

Questo film è nato da un’idea di Giampaolo Morelli. Parlavamo con lui  del fatto che noi pensavamo (in quel momento era molto più rivoluzionario rispetto ad ora) che si potesse produrre un film con delle semplici telecamere digitali a bassissimo costo. Volendo riuscire a dimostrare questo, nell’intervallo di tempo che avevamo a disposizione dato che si stava già parlando di una possibile seconda serie de “L’ispettore Coliandro”, Giampaolo ci ha portato una sua idea, ovvero la storia di tre persone chiuse in un ascensore con una bomba che sta per esplodere. Mio fratello ed io stavamo pensando invece di raccontare la storia di un gangster che indagava su alcuni delitti. Unendo le due trame, è nato “Piano 17”.  E’ sicuramente un film claustrofobico dato che si svolge tutto all’interno di un ambiente chiuso intervallato da flashback che fuoriescono dall’ascensore. “Piano 17” è un thriller in piena regola, un noir con protagonista una banda di rapinatori; per questo genere di film, il sentimento claustrofobico è sicuramente un sentimento positivo.

Nel 2014, hai fatto “Song ‘e Napule”, una commedia esilarante che vede al centro il fenomeno dei cantanti neomelodici degli ultimi anni nel capoluogo partenopeo, com’è nata l’idea di fare questo film?

Anche in questo caso, si tratta di un’ idea di Giampaolo Morelli, ci ha dato lo spunto per raccontare la storia di un poliziotto che sa suonare il piano e che viene introdotto nella band di un cantante  neomelodico legato alla camorra. Un giorno, quasi per caso, abbiamo raccontato quest’idea al produttore Luciano Martino, da qualche anno scomparso purtroppo, con il quale noi abbiamo convissuto diversi anni di collaborazione molto intensa, ma anche difficile. E’ stato lui il primo a crederci, a insistere che quello era il film che dovevamo fare; era convinto del potenziale di questa storia e l’ha sostenuta fino alla fine.

Oltre a raccontare una storia poliziesca e di amicizia, si dipinge una Napoli fresca, leggera e allegra nonostante sia presente anche la camorra. Come siete riusciti a raccontare questa città anche nei suoi aspetti più reali e drammatici regalando anche un sorriso?

Guarda, secondo me, un regista dovrebbe  innanzitutto raccontare il suo punto di vista senza troppe ideologie e velleità cinefile, dovrebbe cioè esprimere il suo pensiero così com’è. Io e mio fratello abbiamo cercato di fare questo! Posso dirti che mi sono innamorato di Napoli girando il film e mi piace ancora oggi. La città partenopea è la vera protagonista del film. Amiamo immergerci nelle realtà che andiamo a raccontare. Inoltre, molto spesso Napoli viene dipinta come la terra della camorra, dei  quartieri malfamati e degradati; in  realtà non è così. Ho raccontato la Napoli che vedo io, ovvero una città in cui è certamente presente la camorra, ma anche una Napoli divertente, leggera, intelligente, bella, intensa ma anche molto complessa.

Sei romano ma racconti la realtà di Napoli, è stato difficile?

E’ stato interessante perché sia io sia mio fratello abbiamo dovuto approfondire una città che ci piace. Quando il cinema ti dà la possibilità di studiare qualcosa che già ti piace, è bello, molto bello.

Quest’intervista verrà pubblicata nella testata giornalistica Resto al Sud che, oltre che essere un giornale, è anche un movimento culturale. Invita, a non lasciare le terre del Sud alle mafie e all’ignoranza.  Quali possono essere i motivi per non lasciare il Sud secondo te? Qual è il tuo rapporto con queste terre?

Conosco ormai molto bene il Sud, Napoli in particolare; inoltre sono per metà calabrese. Conosco abbastanza bene anche la Puglia e la Sicilia. Credo che tutti i luoghi abbiano i loro problemi, più o meno gravi che siano; penso che la bilancia sia alla pari circa, oggi come oggi. Secondo me il Sud non deve essere abbandonato, si deve lottare, sempre. E’ la vita con la sua unicità che normalmente impone di spostarci, soprattutto per  lavoro.

Cosa consiglieresti a quei giovani che vorrebbero entrare a far parte del mondo della regia?

Direi loro di prendere sempre più dimestichezza con una telecamera, di riprendere anche con un cellulare. Direi loro di fare, di non fermarsi mai, di non avere timore e di lottare per quello in cui credono, sempre e comunque.

Nuovi progetti?

Da ottobre, vedrete i nuovi episodi de “L’ispettore Coliandro”, assolutamente da non perdere!

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Giulia Farneti

Giulia Farneti nasce a Cesena il 16 gennaio del 1989. Ha collaborato per due anni con il quotidiano Infooggi occupandosi di attualità e di criminalità organizzata, aprendo anche la rubrica settimanale “Così è (se gli pare)” di cui era anche responsabile con Alessandro Bertolucci. Per quasi altri due anni, ha scritto per il quotidiano La Nostra Voce occupandosi di cinema, teatro e televisione, le sue grandi passioni. Ha sviluppato una vera e propria coscienza antimafia, riuscendo a far approvare nella sua provincia quattro conferenze per sensibilizzare la cittadinanza alla cultura della legalità. mail: [email protected]

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