L’assurda tesi del giurista di Palermo che afferma che la trattativa Stato-mafia è legittima

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Le trattative Stato-mafia sono rami dello stesso albero, che avviluppandosi tra loro impedisce ogni tentativo di potatura. L’albero, simile ad una quercia, non teme intemperie ad opera di sbirri o magistrati, talchè la ramificazione è talmente radicata che nemmeno il grido di dolore delle famiglie delle vittime della mafia riesce a scuotere le radici. L’albero si nutre del sangue degli innocenti e dell’ipocrisia politica che da decenni e decenni da linfa all’albero.

Ritengo, che nel processo in corso a Palermo riferito alle stragi del 92/93, la locuzione trattativa Stato-mafia sia stata usata per semplificare l’identità temporale di un disegno criminoso che vede coimputati personaggi delle Istituzione e mafiosi: tutti insieme col fine di raggiungere degli obiettivi. Pertanto, è giusto nel caso di specie, parlare di “trattativa”, ma occorre, tuttavia, affermare che le “trattative Stato-mafia” ci sono sempre state.

Non voglio qui citare sentenze di Tribunali dove si evidenziano responsabilità penali o comportamenti disdicevoli di taluni politici. Mi limito a sottolineare il mio vissuto, allorquando da ragazzo prima e da poliziotto poi vidi il materializzarsi di rapporti sodali che altri non erano che vere e proprie “trattative” tra politici che rappresentavano lo Stato e uomini di spessore come il Capo di Cosa nostra, ancor prima dell’avvento irruento e violento di Salvatore Riina.

Appare infantile e grottesco negare le trattative post 1992, così come appare opinabile e mi si consente il termine “avventate” le dichiarazioni del giurista palermitano Fiandaca, laddove afferma in riferimento al processo sulla trattativa Stato-mafia, che la trattativa tra pezzi dello Stato e uomini di Cosa nostra è da considerarsi legittima.

Lo stesso professore in una sua intervista rilasciata a Repubblica, afferma anche che pagare il “pizzo” è un fattore normalissimo, quasi un’esigenza del quieto vivere.

Veda prof Fiandaca, lei è una persona colta, giurista di fama internazionale con un passato di docente di Diritto penale e Criminologia, e quindi mi guarderei bene di paragonarmi a lei, quale umile poliziotto che mi ha visto a fianco di grandi uomini. A noi due prof Giovanni Fiandaca, ci accomuna il luogo di nascita, per il resto, me lo lasci dire con franchezza, ci divide una distanza siderale sulla valutazione delle vicende legate al mondo mafioso, e segnatamente alla trattativa Stato-mafia e al pizzo. Immagino, che lei sia espertissimo di criminologia per averne studiato genesi e dinamiche della mafia siciliana.

Invero, io che provengo da una piccola borgata dove sono cresciuto a pane e mafia con “mutu devi stari”; ho conosciuto de visu mafiusetti, mafiosi e capi mafia. Ebbene, in quel contesto ho assimilato e carpito nozioni e comportamenti dei mafiosi che mi consentano di dissentire sulle sue affermazioni, sia in ordine alla trattativa che sul pagamento del pizzo.

E poco m’importa se il partito che fu del Galantuomo Siciliano Pio La Torre, che purtroppo vidi crivellato di colpi d’arma da fuoco, è d’accordo con lei sulla legittimazione della trattativa: le alchimie politiche non m’interessano. Prof Fiandaca, glielo dico con tutta onestà, mi ha fatto sobbalzare dalla sedia, quando ho letto la sua legittimazione alla trattativa per fermare le stragi. No! Non accetterò mai questa sua impostazione, per il semplice fatto che proprio a causa della trattativa fu accelerata la strage di via D’Amelio.

E badi bene che non l’accetto perché sino al venerdì 17 luglio ero col dottor Paolo Borsellino o per aver lavorato intensamente col dottor Giovanni Falcone e col giudice Rocco Chinnici, no! Ero contrario e lo sono tutt’ora che pezzi dello Stato si siano seduti nel medesimo tavolo coi mafiosi per trattare la “resa” di uno Stato imbelle e impotente di fronte alla violenza della mafia. Recentemente ho scritto che chi ha trattato con la mafia, di fatto si è procurato il diritto di un seggio nella Cupola di Cosa nostra e spero che il seggio gli venga assegnato anche all’interno del carcere. Altro che legittimare la trattativa prof Fiandaca.

L’unica trattativa da compiere era una sola, ovvero che lo Stato si riappropriava di quel territorio dato per troppi lunghi anni in comodato d’uso gratuito a Cosa nostra. Di contro, la mafia ha elargito vagoni e vagoni di voti e picciuli. E non mi dica il contrario prof Fiandaca, altrimenti mi sorge il dubbio che lei abbia letto libri di testo diversi dai miei o ha visto un altro film. Io ho letto solo libri della “strada”, ed ho visto un film drammatico e crudele intriso di sangue dei miei colleghi, carabinieri e magistrati, compresi inermi cittadini.

Pippo Giordano

Palermitano, ispettore della Dia in pensione. Ha collaborato con il giudice Paolo Borsellino fino al 17 luglio 1992, due giorni prima della Strage di via D'Amelio.

Comments (2)

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    pantano

    21 Aprile 2014 - 22:12

    probabilmente, vivendo in un contesto malsano, ciò che per una persona NORMALE è ritenuto un crimine per qualcun’altro è normale…..il buon gusto di tacere invece andrebbe appreso indipendentemente dal contesto in cui si vive…

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    Luka

    22 Aprile 2014 - 11:28

    A parte che il giurista in questione si chiama Fiandaca, comunque l’articolo è poco chiaro; in ogni caso secondo me quello che intendeva dire è che in quel contesto storico e culturale gli accordi tra Stato e mafia erano espressione di una certa mentalità tutta italiana particolarmente radicata al sud d’Italia tutto qui.

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