Sono in viaggio per raccontare la storia di Stefania Noce, una donna che non era in vendita

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Stefania Noce

CATANIA (esterno, giorno) – Camminavo di corsa per andare a lavoro. In ritardo, gli auricolari del lettore mp3 nelle orecchie, la musica a tutto volume.

Quella mattina di primavera, poco più di un anno fa, camminando di corsa per strada, incontrai Salvo. Ci eravamo conosciuti diversi anni prima, quando avevo pubblicato un racconto con la Villaggio Maori Edizioni, la casa editrice sua e del suo amico Peppe: due giovani editori, coraggiosi ed incoscienti, ché in Sicilia il coraggio necessita dell’incoscienza, sempre.

«Vuoi scrivere un libro su Stefania Noce?», mi domandò. E poi aggiunse: «Abbiamo deciso di dedicare un’intera collana all’autocoscienza femminile, si chiama La Modesta. Un libro vogliamo dedicarlo a lei. Stiamo cercando una giovane scrittrice che voglia fare questa cosa: vuoi essere tu?»

Non risposi subito di sì, dissi invece che ci avrei pensato. E immagino che la mia risposta suonò alle orecchie di Salvo come il più classico Le Faremo Sapere.

In effetti ero orientata per il no. Della storia di Stefania conoscevo solo il finale, e tanto mi bastava a pensare che non potevo essere all’altezza.

Però tornai a casa e mi documentai, perché le storie bisogna conoscerle dall’inizio, pensai.

Stefania Noce aveva ventiquattro anni, gli occhi castani, i capelli mossi e neri.

Sempre in prima linea per i diritti degli emarginati, contro qualsiasi tipo di discriminazione, era una giovane impegnata e militante di sinistra, quella vera, dove non trovano spazi improponibili centri e centrini.

Brillante studentessa di lettere all’Università di Catania, era in particolar modo appassionata di linguistica (disciplina tutt’altro che semplice), letteratura e attualità politica e sociale.

Inoltre Stefania era femminista, una femminista moderna, come ama precisare la sua amica Demetra. Il che significa che Stefania riusciva a definirsi femminista senza portarsi dietro quel senso di stantio che il femminismo pare portarsi dietro nell’immaginario comune. Almeno in questo paese, il nostro. Lei invece l’ideologia femminista sapeva rivendicarla con orgoglio e applicarla, con piglio critico e acuto, alle questioni contemporanee, senza nostalgie e arroccamenti di sorta. Se cercate il suo nome su google comparirà di certo una foto, la sua più celebre, che la ritrae sorridente, ad una manifestazione con un cartello in mano: non sono in vendita, c’è scritto così. Perché nessuna donna può essere proprietà oppure ostaggio di un uomo, di uno Stato, né, tantomeno, di una religione. Parole sue.

In quella foto Stefania sorrideva, con il sorriso che sempre la contraddistingueva.“Potete provare a chiedere chiunque. Non c’è amica, conoscente, vicino di casa, collega, che non la ricordi per quel grande sorriso…” mi disse un giorno suo padre. Oggi posso confermarlo.

Tutti mi hanno raccontato di una ragazza impegnata ma solare, colta eppure scanzonata e sempre allegra.

Stefania è morta la mattina del 27 dicembre 2011, uccisa dal suo ex fidanzato. Quella stessa mattina l’assassino ha colpito e ucciso anche Paolo Miano e ferito gravemente Gaetana Ballirò, nonni materni di Stefania, che avevano tentato di difenderla. Tutto è successo in 10 minuti, in pieno giorno, a Licodia Eubea, piccolo paese tra le colline dell’entroterra siciliano.

Ecco il finale della storia che non volevo raccontare.

Il delitto di Stefania ha scosso una comunità intera, ferendola nel profondo. Quella stessa comunità che ancora oggi, a quasi due anni di distanza, non smette di interrogarsi e renderle omaggio in ogni modo.

Così a Stefania è stata intitolata un’associazione, una piazza a Licodia Eubea, un’aula nella sua università a Catania, una canzone, innumerevoli convegni, eventi, articoli. E poi il libro che, alla fine, ho scelto di scrivere.

QUELLO CHE RESTA – Storia di Stefania Noce, Villaggio Maori Edizioni, Catania 2013.

Il libro è già stato presentato a: Catania (La Feltrinelli), Siracusa (Hmora, caffè letterario), Palagonia (Arcivik, circolo Arci), Ancona (La Feltrinelli), Montefano (piazza Bracaccini), Cupramontana (CupraLiberaCupra, associazione Culturale), Osimo (libreria Il Mercante di Storie), Fermo (libreria Ferlinghetti), Ortona (Ortona Città delle Donne), Francofonte (La Tegola, caffè letterario), Licodia Eubea (villa comunale).

Prossimamente anche a: Milazzo (21 settembre, Sbavaglio – festival del giornalismo indipendente, Castello – ex Convento delle Benedettine), Figueira da Foz (Portogallo, progetto europeo contro la violenza di genere), Roma (30 ottobre, associazione DaSud).

Le tappe di questo viaggio saranno raccontate su Resto a Sud.

Maria Serena Maiorana

Scrittrice e giornalista free lance, ha collaborato con diverse testate (tra le quali La Sicilia, La Gazzetta del Sud e Il Giornale di Sicilia) occupandosi prevalentemente di cronaca e critica culturale e di cronaca sociale. È autrice di “Quello che resta – Storia di Stefania Noce” (2013, Villaggio Maori Edizioni), già presentato in molte città italiane. Con la stessa casa editrice ha pubblicato il racconto “L'abbandono e la polvere nera”, con cui ha vinto la prima edizione del concorso letterario “Raccontare il Monastero” (Catania, 2007). Nel 2008, per la sua tesi sperimentale di laurea triennale, ha trascorso un periodo di studi a Roma, presso le redazioni giornalistiche delle trasmissioni Anno Zero (Rai2), Report (Rai3) e La guerra infinita (Rai3). Dal 2009 si interessa attivamente di discriminazione e violenza di genere, sviluppando ipotesi per una nuova comunicazione sociale. È euro-progettista e laureata in Scienze della Comunicazione (laurea specialistica). Dal 2010 si dedica all'attività di addetta stampa e organizzazione eventi culturali, collaborando, tra gli altri, con l'ufficio stampa del Teatro Stabile di Catania e del Teatro Coppola, spazio catanese che ha contribuito ad occupare-liberare nel dicembre 2011. Ormai in prossimità dei trent'anni continua a barcamenarsi tra lavori troppo precari e malamente retribuiti, ma si ostina a voler vivere al Sud.

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