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Alla fine furono gli strumenti musicali a portarmi via

C’era da provarci, ed era meglio farlo prima con l’atletica leggera. Del resto sapevo bene che col calcio sarebbe stato tutto inutile, non puoi vincere il pallone d’oro mentre la miopia ti piaga e l’astigmatismo ti sfoca tutto, anche se Antonio Rauso, il padreterno calcistico di quando non eravamo nemmeno una cittadina, mi aveva preso in simpatia: quando facevamo allenamento con le ACLI in quella palestra infestata di topastri che più tardi diventò il Museo dei Misteri, mi preferiva in porta persino a Gianni Pinto.

Con l’atletica era tutto diverso: Tonino Bussone era stato l’allenatore di mia madre, e sembrava avere in serbo per me un futuro radioso nelle fila della magica PolMol, che non era una marca di sigarette ma la Polisportiva Molise, emblema sacro dell’atletica regionale da mezzo secolo. Mio padre mi portò al camposcuola di Fontana Vecchia perché, secondo lui, facevo dei gran salti in lungo sulla spiaggia di Termoli; Bussone mi mise alla prova: corsa, lancio della palla, lancio del disco, ostacoli, infine sulla pedana e vide che invece di saltare in lungo io tendevo a saltare in alto. Perciò, sì, poteva anche andare bene il lungo, ma il ragazzo è meglio che gli facciamo fare il salto in alto, che pare predisposto meglio e poi z’ammena, non ha paura di farsi male.

Al camposcuola ci stavano tutti: noi della Polisportiva Molise eravamo parecchio più coatti, costruiti in casa, più ‘contadini’, per via di quel glorioso passato della squadra, tirata su con i metodi ultra tradizionali e i leggendari massaggi di Tonino. Poi c’erano quelli della Virtus, eterni rivali, si vedeva subito che erano professionisti: più organizzati, allenamenti serrati, risultati certi. Poi erano molti, ma molti di più. Però noi, scalzacani arronzoni, avevamo Mario Perna che era il campione italiano, che aveva fatto i record regionali di 800, 1000 e 1500, che quando si allenava lui si svuotavano tutte le corsie, e sebbene assomigliasse a una specie di ranocchio aveva quelle gambe affusolate e muscolosissime, che fendevano l’aria e appoggiavano le chiodate sulla terra rossa (non c’era ancora il tartan) con una specie di rumore elastico – fran, fran, fran… C’erano pure Pinuccio Serafini e Teodoro Simone, detto Rino, compagni delle partitelle in villa, grandissimi mezzofondisti.

In effetti col mezzofondo eravamo imbattibili. La nostra altista di riferimento era Fabrizia Amici, il cui corpo rappresentava, oltre alla plastica rappresentazione della poesia in movimento, nello scivolare archetipico sull’asticella, pure un sogno erotico per parecchi di noi.

Non durò molto: in pedana c’era sempre qualcuno più forte di me. Quel pazzo di Fabio Petti, che saltava come un forsennato, addirittura in ventrale. Quella gazzella di Massimo Mancini, che volava anche perché era leggerissimo. E poi quello di Termoli, Melogli, imbattibile. Infine quella maledetta televisione a colori in casa di mia nonna materna che prendeva Koper Capodistria, e alle due e mezza del pomeriggio un tizio alluccava come un ossesso con marcato accento americano mentre faceva la telecronaca delle partite NBA. Il nome del tizio era Dan Peterson e quando c’era qualche azione fantascientifica lui dava letteralmente di matto, e la cosa era pure mortalmente contagiosa.

Il fatto era che le azioni fantascientifiche si sprecavano: era l’epoca di Doctor J, Kareem, Magic, Larry Bird, Isiah Thomas e via discorrendo. Tutte cose che continuavano a ripetermi, nel sottofondo della mia vitarella da liceale in panne, che era il momento di cambiare.

In prima liceo, nelle ore di educazione fisica, la mia classe era abbinata alla prima B e nella prima B c’era un ragazzo alto, con le mani enormi e il naso ad uncino: era la figura imponente e vagamente monastica di Luciano Carrieri. Luciano era timido e taciturno, anticipava già allora la sua scomparsa pubblica dopo lustri di fondamentale importanza per ognuno di noi. Ma mi si avvicinò lui per primo perché vide che io, con l’allenamento specifico del salto in alto, mi appendevo con facilità all’anello del canestro. E fu lui a portarmi per la prima volta ad un allenamento di basket. Avrei voluto un paio di Converse come quelle di Erving, ma niente. Almeno un paio di Nike con la striscia a strappo, ma costavano troppo. Mi dovetti accontentare di un paio di Adidas Jabbar, che erano comode, ma Jabbar era ormai sulla via del tramonto, perciò non potevano essere considerate ‘di moda’. Per fare basket c’era da andare al Palazzetto dello Sport di Vazzieri, perché lì agiva l’unica squadra che allenava i ragazzi un po’ più grandi.

Quella squadra era il Nuovo Basket e il nostro allenatore era l’indimenticato Leo di Marzio. Io non sapevo niente di Nuovo Basket, non sapevo niente del basket italiano, tanto che mi stupiva molto non vedere sul campo la linea dei tre punti, che ancora non veniva istituita nel basket internazionale. Quando finivamo l’allenamento arrivavano quelli grandi. Quelli grandi erano grandi sul serio: Mario Romolo, Lillo Sabelli, Michele Cefaratti, Fabietto Ladomorzi, allenati da uno che sul campo di Vazzieri era considerato una specie incubo: Ugo Storto. Ugo Storto veniva anche a vedere i nostri allenamenti, e qualche volte ci faceva fare il suicidio, quella cosa ignobile di correre da una linea all’altra del campo, sopra e sotto, al tiro libero e ritorno, al centrocampo e ritorno, all’altro tiro libero e ritorno, alla linea di fondo opposta e ritorno. E poi morivi, appunto.

Anche a basket ero una pippa, naturalmente. Sapevo solo saltare, il che voleva dire che ogni tanto usciva qualche bella stoppata, tutto qui. Ma il contorno, l’ambiente, era meraviglioso. Tutto succedeva in quel momento intorno a quel palazzetto: nell’estate del 1984 sostituirono il tartan obsoleto con un fantastico parquet, aggiunsero la nuovissima linea del tiro da 3 punti, quindi arrivarono i famigerati canestri sganciabili, così che non c’era più pericolo (se mai ci fosse stato) di rompere il cristallo del tabellone.

Poi arrivarono giocatori da tutta Italia, tecnici, massaggiatori, la società si ingrandì, arrivò Foreste Molisane, poi La Molisana. Mai più dimenticata quella promozione in serie B e mai più dimenticato l’organico 84/85, con Servadio, Grasselli, Bardini, Cardinale e la colonna di sempre, Alfio Romito. Massimo Corazza e Dino Del Sole vennero da Termoli, e dopo di loro si presentarono due ragazzetti che parevano due fenomeni: Gianluca Perrone e Fabrizio Brienza, altrimenti detto ‘Molletta’. Giocavamo a basket sempre, e se non potevamo andare al palazzetto andavamo alla Mater Ecclesiae, oppure all’Antoniano a fare i cretini coi canestri del minibasket. Quando tutto andava male scendevamo alla palestra dietro la GS (oggi non è più una GS) ma un cazzo di canestro dovevamo sempre trovarlo. Alla fine furono gli strumenti musicali a portarmi via: invecchiato precocemente per i troppi salti e le caviglie deboli, per le prime sigarette e l’assenza di talento, pensai di essere più capace con uno strumento musicale, ma questa è ancora un’altra storia.


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