Alla ricerca della verità per la memoria dei miei cari. E per il Sud che porto dentro

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La mafia uccide il futuro

Quando Giuseppe Caporale mi scrisse se mi andava di partecipare al loro progetto, ovvero quello di una manica di blogger che volevano raccontare il Sud Italia, senza nemmeno pensarci ho risposto di sì.

Solo dopo mi sono chiesto: ma io, cosa c’entro? Io che sono uno “scappato”, come quei boss che avevano perso la seconda guerra di mafia, quella degli anni ’80, e che erano stati costretti a fuggire negli Usa per scampare alla furia ignorante e assassina dei corleonesi di Riina.

Certo, io stavo dall’altra parte, ma comunque sono fuggito, ho abbandonato la nave. Lo avevo deciso da tempo.

Dopo quel maledetto 1992, quando mio zio e mio nonno furono uccisi da cosa nostra per essere stati dei bravi e liberi imprenditori, non vedevo l’ora di scappare. Non potevo rimanere in una terra che aveva dimenticato il loro sacrificio, una Sicilia indifferente a quel sangue, a quel dolore. Prima, quando nell’esplosione vitale della mia adolescenza pensavo davvero che avremmo vinto noi, ero fermamente convinto che chi nasceva nella mia terra avesse qualcosa in più. Perché nasceva nella terra di Giovanni Falcone, di Paolo Borsellino, di Ninnì Cassarà, di Rocco Chinnici.

Era come avere un’eredità, un patrimonio da tutelare.

Poi ho capito che così non era. Che in Sicilia l’antimafia è davvero riservata ai professionisti in senso buono, a quelli che ne fanno una ragione di vita. Per gli altri è un hobby, uno spot, un momento tra tanti. Loro poi tornano a casa, gli altri, i professionisti, rimangono lì, a combattere e morire avvolti in una bandiera.

Cosa avrei dovuto scrivere io in un sito che si chiama Resto al Sud?

Così lo scrissi a Giuseppe: “io non sono restato al Sud, ma sono andato via disgustato a 19 anni, in rotta con la Sicilia e con quello che essa aveva fatto alla mia famiglia… scrivere su un blog che va esattamente dalla parte opposta è strano, non so cosa potrei dire, anche di fronte a quelli che sono rimasti a combattere”.

E lui: “ma tu il Sud lo porti dentro con te. La legalità è la chiave e questa terra ne ha bisogno”.

Ora non so quanto Giuseppe abbia studiato questa frase. E non so nemmeno se mi abbia del tutto convinto. Però rimango. In fondo la mia famiglia vive ancora tutta lì, in provincia di Agrigento. Mio nonno e mio zio sono seppelliti lì. E io sto combattendo affinché mio zio venga di nuovo riconosciuto vittima innocente della mafia dopo le infamie di un pentito dichiarato inattendibile.

Per questo, anche se solo su questo sito, devo restare al Sud. Quantomeno provarci, fosse anche solo per l’ultima volta, fino a quando non mi passerà la voglia, quando decollo da Palermo in una delle mie rare trasferte sicule, di guardare per l’ultima volta dal finestrino.

Foto da internet

Benny Calasanzio Borsellino

Sono un giornalista non iscritto all'albo, blogger e scrittore. Collaboro con Il Fatto Quotidiano e con i siti web Ilfattoquotidiano.it, Cadoinpiedi, Micromega e 19luglio1992. Mi occupo prevalentemente di criminalità organizzata. Mio nonno e mio zio, Giuseppe e Paolo Borsellino (omonimo del giudice), imprenditori, nel 1992 sono stati uccisi da cosa nostra: la mia battaglia quotidiana è per la loro memoria. Per Editori Riuniti ho scritto "Sotto Processo" nel 2010 e "Mafia Spa" nel 2011. Per Aliberti ho pubblicato "Fino all'ultimo giorno della mia vita", scritto a quattro mani con Salvatore Borsellino e "Capitano Ultimo. Il vero volto dell'uomo che arrestò Totò Riina".

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