Breve guida a come cambiare davvero

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In questo post ho raccolto il testo del mio intervento a ‘Classe Democratica’, la Scuola di formazione del Partito Democratico’, il 2 aprile 2016 a Roma.

La parola cambiamento è una delle parole più utilizzate nella nostra quotidianità. Il bisogno di cambiamento è diffuso e intergenerazionale. Siamo al centro di un cambiamento che ha pochi precedenti nella storia dell’umanità. Forse solo l’invenzione della scrittura e quella della stampa a caratteri mobili possono essere paragonati per effetti alla profonda trasformazione che si sta diffondendo in seguito all’affermazione del mondo digitale.

Cambia il modo di comunicare, di lavorare, di vivere. Tutto avviene con una straordinaria velocità e in un ambito globale. Tutto cambia, potremmo dire mentre ci siamo risvegliati da quello che è stato definito «il sogno dogmatico della perfezione del mercato». La crisi del capitalismo globale finanziario che stiamo ancora vivendo è una crisi politica e culturale prima che economica da cui, sono convinto, uscirà anche qui un mondo profondamente cambiato.

La prima domanda che credo occorra farsi è: quale sarà il posto dell’Italia in questo mondo? Riuscirà la politica ad interpretare questi cambiamenti e dare risposte alle molte attese che vengono dalla società?

Siamo di fronte ad un paradosso: da una parte un bisogno forte di politica dopo anni in cui il dominio dell’economia si è accompagnato all’antipolitica, al disprezzo per le istituzioni sovranazionali, dall’altra un atteggiamento di distacco, di crescente sfiducia nella politica, di crisi del concetto di rappresentanza.

Nel Discorso al XIX Congresso della Fgci del marzo del 1971 Berlinguer richiamava con parole premonitrici i giovani alla battaglia sul fronte ideale nella quale “bisogna tener conto della crisi che investe tutta la cultura contemporanea, frutto di una più generale crisi dei valori, che a sua volta è il prodotto della società capitalistica giunta alla sua fase più avanzata”. E continuava facendo presente che per vincere una simile battaglia non ci si poteva ridurre agli slogans che dovrebbero produrre come dal nulla una cultura politica alternativa. Richiamandosi ad un discorso del 1920 di Lenin all’Unione della gioventù comunista russa, Berlinguer sottolineava l’importanza della conoscenza indispensabile per pensare e progettare un mondo nuovo. Questo, continuava, è il solo modo rivoluzionario di intendere lo studio, sapendo bene la fatica che questo richiede. Solo così, scriveva, è possibile diventare uomini che sanno e che sanno fare”. Sembra di cogliere nelle parole di Berlinguer qualcosa di più di una semplice eco gramsciana, di quel Gramsci che scrive nel Q 12, a proposito della formazione politica: “… lo studio o la parte maggiore dello studio deve essere (o apparire ai discenti) disinteressato, non avere cioè scopi pratici immediati o troppo immediati, deve essere formativo, anche se istruttivo, cioè ricco di conoscenze concrete” (Q12, 2, 1546).

Perdonerete questa digressione, ma spero sia utile per leggere insieme una situazione storica complessa, e, allo stesso tempo, ricca di opportunità. Una situazione che pone il nostro Paese e l’Europa di fronte a grandi sfide.

Ripensando alle parole Enrico Berlinguer, viene alla mente che già negli anni Trenta del secolo scorso, di fronte alla grande crisi, l’America seppe reagire con il New Deal mentre in Europa prevalevano il nazionalismo, i regimi autoritari e la spinta verso la guerra.

Eppure in un clima ben più grave del presente, la grande maggioranza degli intellettuali europei non perse l’amore per una patria comune e per un dovere comune. Non ci fu solo La Germania che abbiamo amata di Benedetto Croce, che uscì a Berna, in tedesco, nel 1936: si videro preti e intellettuali cattolici dialogare con teologi protestanti, e intellettuali eredi del mondo protestante, come Thomas Mann, emozionarsi davanti al successore di Pietro; la diaspora ebraica continuò a sopravvivere, e a circolare e a vivificare la cultura e l’arte, benché decimata dalla catastrofe persecutoria.

Non si sarebbe potuto assistere, dopo la fine del conflitto, all’avvio di nuove relazioni fra i popoli, alla decolonizzazione e al processo dell’europeismo, se gli intellettuali e gli artisti non avessero mantenuto fede a un tacito giuramento di fedeltà a valori comuni e a comuni speranze, o quanto meno al diritto e dovere di discutere se ve ne fossero.

Oggi gli scenari non sono certamente così drammatici, tuttavia il rischio di un arroccamento conservatore intorno agli Stati nazionali è ben presente in uno scenario europeo dominato più dall’egoismo e dalla paura che non dalla speranza, dal coraggio, dalla voglia di cambiamento.

Siamo di fronte una grande sfida per i democratici e per i riformisti; quale deve essere la nostra risposta alla crisi? Quale progetto politico stiamo elaborando per il nostro Paese? La mia convinzione è che una grande prospettiva di cambiamento debba muovere da alcune idee fondamentali: le forme della democrazia, il bisogno di maggiore eguaglianza, l’innovazione.

Democrazia perché l’assenza di regole, di controlli, di trasparenza e di legalità che la crisi finanziaria ha messo in drammatica evidenza nasce innanzitutto dalla asimmetria fra la crescita di un capitalismo globale e l’assenza di istituzioni in grado di regolarne lo sviluppo e di bilanciarne il peso e il potere. Questo ruolo fu svolto nei secoli scorsi dagli Stati nazionali che seppero far quadrare il cerchio della compatibilità tra sviluppo capitalistico, democrazia politica e coesione sociale. Oggi ci troviamo di fronte ad un vuoto di democrazia. Non credo che sarà il ritorno agli Stati nazionali a colmare questo vuoto. È sicuramente vero che gli Stati non hanno esaurito la loro funzione, che restano nodi essenziali della rete istituzionale. Ma la vera sfida è quella della costruzione di una dimensione democratica sovranazionale. Questa è stata la grande scommessa che ha dato vita all’Europa, anche se oggi ci appare debole di fronte alla crisi, incapace di cogliere l’opportunità per un salto di qualità sul terreno delle politiche comuni nel campo dello sviluppo, della finanza e della coesione sociale.

Il secondo tema è quello dell’eguaglianza necessaria a riequilibrare la distribuzione della ricchezza.

Lo sviluppo degli ultimi decenni ha creato diseguaglianze crescenti, non solo tra Paesi ricchi e Paesi poveri, ma all’interno stesso dei Paesi più ricchi. La diseguaglianza non è soltanto ingiusta; ma è un impedimento per la crescita economica: concentrando la ricchezza in poche mani frena la crescita dei consumi e mina la coesione sociale. Nel caso dell’Italia, dove ci sono pochissime opportunità di promozione sociale e dove il lavoro non viene valorizzato e retribuito in modo adeguato, vengono meno gli stimoli a competere, a promuovere i talenti e le qualità di ciascuno. Eppure proprio sulle politiche dello Stato sociale, sulle nuove strategie di lotta alla povertà e all’esclusione che siano in grado di ispirarsi egualmente ai valori della giustizia sociale e della promozione delle qualità individuali si giocherà una sfida importante per la cultura politica di una rinnovata forza riformista. Tutto ciò va attivato in uno scenario ambientale che sia in grado di gestire una dimensione umana nuova.

Infine, la terza condizione necessaria a leggere il cambiamento è quella di puntare sull’innovazione. È necessario confrontarsi con i grandi cambiamenti indotti dalla tecnologia e valutando quelli che saranno gli impatti sul nostro modo di vivere. La sfida decisiva torna ad essere quella sul terreno della competitività. In particolare puntando sulle tecnologie ambientali, sulle fonti alternative di energia, riducendo la dipendenza dal petrolio; sulla ricerca biomedica volta a combattere le malattie e a migliorare la vita delle persone, sulla la formazione, per definire un nuovo modello di scuola. Insomma, lo sviluppo si orienta verso obiettivi di qualità, con lo scopo di proteggere l’ambiente naturale, di migliorare la vita delle persone combattendo la fame e le malattie. Per fare questo bisogna dirottare grandi risorse verso l’innovazione, la formazione, la cultura.

Anche qui la domanda è ricorrente: è in grado la politica di affrontare questa sfida? La crisi può e deve essere, dunque, l’occasione di un grande cambiamento nel modo di pensare la politica?

L’occasione per riforme coraggiose tanto più necessarie in un Paese come il nostro, capaci di sprigionare pienamente e liberare le sue potenzialità e le sue energie, deve accompagnarsi a un nuovo modello culturale.

Per fare questo la politica ha bisogno di cultura politica e di passione che consentano, scrive ancora Gramsci, di superare il terreno della vita economica, “superarlo, facendo entrare in gioco sentimenti e aspirazioni nella cui atmosfera incandescente lo stesso calcolo della vita umana individuale obbedisce a leggi diverse da quelle del tornaconto individuale…” (Q 8, 132, 1022).

C’è un’incredibile vitalità nel mondo della ricerca, della cultura, del lavoro e dell’impresa che sfida senza timori e con successo le prove dell’innovazione. C’è una società che in parte, purtroppo, guarda con sfiducia, distacco e insofferenza alla politica e non si sente più rappresentata. Occorre con maggiore umiltà, ma con l’orgoglio di una storia importante, ripensare il futuro del nostro Paese. La storia di un Paese importante, unico per la sua storia, per il valore dei suoi beni culturali, la bellezza del suo paesaggio.

Nella legge ‘Valore Cultura’, decidemmo di dedicare il primo articolo a Pompei perché ero e sono convinto che il Mezzogiorno deve essere il simbolo della rinascita del Paese; un Mezzogiorno capace di indicare il valore di tutela del patrimonio storico-artistico, nelle forme idonee a ricreare quel senso di comunità che oggi abbiamo smarrito. Ma sono convinto che nel Mezzogiorno dobbiamo sperimentare forme di sviluppo differente, in grado di conciliare il rispetto del paesaggio con le sfide dell’innovazione e della valorizzazione.
Credo che i progetti non debbano essere calati dall’alto ma debbano contenere tutte le espressioni di una comunità, creando modalità virtuose in grado di mettere un freno alla speculazione, alla corruzione, al diffondersi delle attività della criminalità organizzata.

Ma le scelte che decidiamo di affrontare devono nascere dalla capacità di leggere il cambiamento e – come scriveva Gramsci – della scelta di rispettare e conoscere il passato.

Anche qui una breve digressione (a proposito, avete letto Moll Flanders di Daniel Defoe?).

L’antifascismo, nell’Italia liberata, assunse – grazie all’elaborazione di una classe politica – le forme di un patto costituzionale che trovarono il punto di definizione nell’attuazione della Carta Costituzionale del 1948. I padri costituenti sentirono l’assillo di aiutare la nascita di una nuova Italia, di una nuova classe dirigente capace di pensare un paese nuovo; avvertirono la necessità di elaborare forme e strumenti in grado di tutelare un’identità nazionale.

Definirono le loro scelte sulla capacità di basare la direzione politica sul consenso, orientando le scelte della politica sulla base di una visione della realtà più alta e convincente, capace di coinvolgere i cittadini, di dare un significato e una speranza alle nuove generazioni.

Se penso a quegli anni, vorrei ricordare con voi la figura di un intellettuale che amo molto: Leone Ginzburg. Come ricorda Norberto Bobbio la formazione culturale e politica di Leone avvenne tra il 1927, anno della licenza liceale, e il 1934, anno del primo arresto, ossia tra i 18 e 25 anni. La sua carriera di studioso fu stroncata negli anni in cui normalmente comincia. Uscito di prigione, nel 1936 e sino alla morte, nel febbraio del 1944, il suo lavoro intenso, senza tregua, dà vita al catalogo Einaudi ad un progetto culturale che è, nello stesso tempo, un progetto politico. “L’immensa energia ed intelligenza e capacità critica che prodigò – scrisse Bobbio – come editore per altri, correggendo o rivedendo da cima a fondo traduzioni, testi, prefazioni, commenti: lavoro anonimo di cui non resta traccia che nel ricordo degli amici (quanto deve, ad esempio, la mia edizione de La città del Sole ai suoi suggerimenti, ai suoi incitamenti, alle sue lezioni di correttezza filologica?) e nel robusto e unitario impianto delle collane editoriali che ideò, propose e diresse erano le forme di quella cultura politica che aveva dato forza e valori alla Resistenza e alle lotte contro il fascismo.

“Tra noi compagni, Leone godeva di particolare prestigio non solo culturale ma anche morale e politica. La sua sicurezza era frutto non soltanto di una cultura più ampia e più solida, più agguerrita di fronte alle tentazioni della buona figura a buon mercato, ma anche della consapevolezza del proprio compito già pienamente conquistata nell’età dei primi conflitti, di alcune delle prime lacerazioni, dei compromessi, dei condizionamenti.”

E poiché la memoria è importante nella costruzione del futuro, vorrei leggere le parole che Natalia Ginzbug scrisse del marito poco tempo dopo averlo riconosciuto su un tavolo di obitorio, dopo essere stato ammazzato dai nazifascisti.

“Memoria.

Gli uomini vanno e vengono per le strade della città. Comprano cibi e giornali, muovono da imprese diverse. Hanno roseo il viso, le labbra vivide e piene. Sollevasti il lenzuolo per guardare il suo viso e ti chinasti a baciarlo con un gesto consueto. Ma era l’ultima volta. Era il viso consueto, solo un poco più stanco. E il vestito era quello di sempre. E anche le scarpe erano quelle di sempre. E le mani erano quelle che spezzavano il pane e versavano il vino.
Oggi, ancora nel tempo che passa, sollevi il lenzuolo a guardare il suo viso per l’ultima volta.

Se cammini per strada nessuno accanto.

Se hai paura nessuno ti prende la mano.

E non è tua la strada, non è tua la città. Non è tua la città illuminata. La città illuminata è degli altri, degli uomini che vanno e vengono, comprando cibi e giornali. Puoi affacciarti un poco alla quieta finestra. E guardare in silenzio il giardino nel buio. Allora quando piangevo e c’era la sua voce serena. Allora quando devi cedere il suo riso. E deserta la tua giovinezza, spento il fuoco, vuota la casa.”

(Natalia Ginzburg, 8 novembre 1944).

Credo che la possibilità di ricreare un rapporto di fiducia, quel rapporto che ora sembra gravemente spezzato, derivi in gran parte dai valori che mettiamo in campo. Questi valori si manifestano nella storia, nella cultura, nelle politiche che si perseguono all’interno del Paese e nel mondo, nelle scelte di politica estera.
Fondare le scelte di governo e la posizione dell’Italia su un nucleo di valori condivisi, può costituire infatti la base sulla quale si definisce e si costruisce il contributo e il ruolo dell’Italia dell’Europa in questo progetto di mondo nuovo. Perché l’Europa nasce, prima di tutto, da un’idea e dai valori. La nostra identità di europei non affonda le proprie radici nella terra ma ha anzitutto un’origine culturale e morale, solida nel perseguire un proprio nucleo di valori e principi che, con alterne vicissitudini, sono giunti fino a noi.

Un’Europa dove l’ideale democratico, fin dalla sua comparsa, si combina con le ragioni dell’uguaglianza e della solidarietà. Quest’insieme di ideali e di valori hanno caratterizzato la nostra storia.

Per affrontare queste sfide, l’Europa deve convincersi delle opportunità che le si offrono, combattendo al tempo stesso contro i propri fantasmi e contro l’angoscia di scoprirsi, presto o tardi, orfana della propria funzione storica. Dobbiamo reagire con forza all’immagine di un’Europa chiusa su se stessa, che diviene sempre più vecchia perché non ha fiducia nel futuro, che appare priva di entusiasmo e di passione.

La democrazia, il rispetto dei diritti umani, la libertà di ciascun individuo di realizzare il proprio progetto di vita, la tutela dei valori devono essere al centro dell’Europa che vogliamo.

Questo significa porre al centro delle nostre riflessioni la centralità della cultura, il valore del patrimonio culturale della nazione, che ha un significato e degli effetti profondi per il benessere complessivo della società, ben più delle sole componenti monetizzabili, come l’inclusione sociale, i fondamenti democratici dell’ordinamento, il ritrovare un senso di appartenenza e dignità, la capacità creativa, l’innovazione delle comunità e degli individui. E’ una delle principali sfide della modernità con cui ci misuriamo tutti e su cui poter costruire risposte comuni e alleanze inedite.

Ho vissuto in prima persona il valore di questa sfida, di una richiesta forte di cambiamento, quando mi è giunta da più parti la proposta di candidarmi a sindaco di Roma. Ho scritto che non potevo accogliere questa proposta perché non volevo essere elemento di divisione, ma allo stesso tempo ho sentito forte intorno a me la partecipazione di donne e uomini che vogliono davvero contribuire a cambiare questa bellissima città, che vogliono mettere al centro dell’attenzione una visione della politica differente, un desiderio di scrivere insieme un progetto per rigenerare Roma, per contrastare opportunismo e corruzione, l’assenza di obiettivi generali, la sostituzione del concetto di cittadinanza con quello di sudditanza e la difesa dei beni comuni. Credo che su alcune scelte non possiamo essere ambigui: dobbiamo dire con chiarezza che siamo contro la mafia e che vogliamo spezzare i legami tra criminalità e politica.

Nella riforma intellettuale e morale Gramsci ci invitava ad agire sulle coscienze, sulle emozioni per cambiare la situazione storica senza nessuna esitazione. Dobbiamo rendere reali i suoi insegnamenti.

In questo periodo ho raccolto alcuni appunti su quelli che sarebbero stati i temi principali di un programma per rigenerare Roma. Al centro avrei posto il tema della sicurezza, che significa restituire serenità alle persone e decoro alla città, capacità di garantire i diritti ma anche definire i doveri dei cittadini. La mia attenzione si sarebbe rivolta alla cura delle comunità locali, ad un grande progetto di rigenerazione delle periferie, alla valorizzazione dei punti di accesso in città: sono 800.000 le persone che vengono ogni giorno a Roma e sono convinto che il loro percorso per arrivare al lavoro non debba essere un’odissea ma uno spostamento confortevole come accade a Londra o a Parigi.

Un sistema di investimenti mirati e trasparenti deve consentire di incrementare il turismo. Un turismo consapevole e rispettoso della storia della nostra città. Pensate che ogni anno a Civitavecchia sbarcano circa 3 milioni di croceristi e ancora non si è in grado di intercettare con efficacia questa enorme possibilità di crescita economica.

Roma deve essere la capitale d’Italia. Questo deve comportare uno sforzo per una riforma legislativa. Un grande sforzo avrei voluto dedicare alla cultura: agli spazi sociali e al ruolo delle associazioni – che costituiscono un presidio di civiltà nel nostro Paese – ad una valorizzazione dei luoghi di socialità – biblioteche, teatri, cinema. Riaprire i teatri di cintura sarebbe stato il segno di un cambio di passo.

Ho immaginato a lungo la nascita di una città dell’innovazione alle porta di Roma capace di essere la nostra Silicon Valley. Sono convinto, e la mia esperienza me lo ha dimostrato, che tutto questo si può fare.

Il rilancio di un territorio è un’esperienza che deve coinvolgere tutta la comunità, innescando un meccanismo virtuoso in grado di mettere un freno alla speculazione, alla cementificazione, all’inquinamento, al diffondersi di attività di criminalità organizzata.

L’impegno sulla Reggia di Carditello rappresenta un esempio e un modello da questo punto di vista: un bene comune troppo a lungo trascurato e lasciato in condizioni di abbandono, che viene restituito alla comunità e deve essere valorizzato dal punto di vista culturale e turistico, sino a diventare un punto di riferimento positivo per il territorio, polo di coesione sociale e opportunità dal punto di vista occupazionale.
Ci vogliono competenze, idee, una chiara scelta di coinvolgere i cittadini e soprattutto visione di quello che la città – il Paese – deve essere nei prossimi anni. Ma servono passione e coraggio.
Ricorderete Sacro GRA, è stato il primo documentario a vincere il leone d’oro a Venezia. Racconta di vite intorno al raccordo anulare di Roma. Un giorno raccogliendo l’invito degli autori del libro decisi di farmi accompagnare per i luoghi del film, volevo vedere con i miei occhi.

Scesi alla metro di Cinecittà davanti agli studios da dove sarebbe iniziato il nostro tourz. Scoprii quel giorno le vite che si intrecciavo in quel non luogo che segna e scandisce il tempo di molti romani.
Sotto, intorno, era sorto incontrollato negli anni un universo sub urbano che aveva trovato un suo equilibrio, fra disperazione, criminalità, arte di arrangiarsi.

Ecco pensavo e lo penso tutt’ora che il dovere di una grande forza riformista che vuole avere l’ambizione di amministrare la capitale d’Italia dovrebbe partire da lì da quelle storie, trasformando quella rassegnazione in speranza.

Ma avverto che l’aria che si respira è pesante. La gente si allontana, non crede più a niente e a nessuno. Quanto può reggere la fiducia nelle istituzioni democratiche se il fenomeno della corruzione è visto sempre più come fenomeno ineluttabile, quasi un modo di essere degli italiani. Io non credo che sia così. È un modo troppo facile per autoassolversi.
Roma ha bisogno di una forza che organizzi le sue straordinarie risorse, che tuteli il suo immenso patrimonio antico, che valorizzi le molte espressioni creative contemporanee, che dia voce e speranza al popolo di sinistra, al popolo democratico, ai giovani che fanno cultura e la consapevolezza di un compito e di una missione capaci di rimettere Roma al centro delle sfide del mondo nuovo.
Dovremo sicuramente, come una delle priorità, riempire le buche e pulire i quartieri ma dovremo ricordare che l’idea che avremo di Roma sarà l’idea che avremo dell’Europa.

Forse adesso mi è più chiara la ragione per cui oggi sono venuto qui a parlare davanti a voi, è perché credo che l’idea che ho di Roma è la stessa del Partito Democratico che vorrei: quella di una comunità di donne e uomini, di un luogo capace di accogliere, ascoltare, di mettere in pratica progetti condivisi da una comunità.
Un partito i cui dirigenti sappiano cogliere quelle idee e quei progetti capaci di contribuire al cambiamento del Paese, sappiano valorizzare le donne e gli uomini che lavorano per il raggiungimento di questi obiettivi per il loro valore e non per l’appartenenza, perché solo in questo modo saremo capaci di rispondere alla crisi della politica e della democrazia.
C’è bisogno di risposte capaci di coinvolgere la società, di suscitare (come si diceva un tempo) un “protagonismo delle masse”, di dare il senso del nostro cammino nel mondo nuovo perché, citando Simone Weil, “un futuro che non racchiude nulla di desiderabile, è impossibile”.

Massimo Bray

Massimo Bray è nato a Lecce, ha studiato a Firenze, vive a Roma. Dopo la laurea in Lettere e Filosofia, conseguita nel 1984 e un itinerario da borsista a Napoli, Venezia, Parigi, Simancas, nel 1991 entra all’Istituto della Enciclopedia Italiana fondato da Giovanni Treccani, come redattore responsabile della sezione di Storia moderna dell’Enciclopedia La Piccola Treccani. Non lascerà più l’Istituto, fino all’elezione al Parlamento: nel 1994 ne diviene il direttore editoriale. In questo ruolo, mantenendo intatto il rigore che contraddistingue un’istituzione culturale di così grande prestigio, ne ha seguito l’apertura al web con grande entusiasmo. Il progetto di definire l’Enciclopedia degli italiani online è il modo di interpretare la missione della Treccani nel XXI secolo. La scelta è quella di mettere a disposizione di un numero sempre maggiore di utenti un patrimonio di conoscenza di alta qualità; la convinzione è che il nostro Paese debba elaborare nuove forme di gestione del patrimonio culturale, coniugando la forza dei contenuti con le innovazioni tecnologiche. Massimo Bray è stato anche direttore responsabile della rivista edita dalla Fondazione di cultura politica Italianieuropei, che ha tra i suoi principali obiettivi quello di elaborare analisi e riflessioni pubbliche sui nodi cruciali dell’innovazione politica ed economica europea. La fondazione è un luogo di incontro tra le diverse tradizioni culturali del riformismo italiano. Sull’edizione italiana di Huffington Post è autore di un blog dedicato all’esperienza della cultura, con particolare attenzione all’editoria tradizionale e digitale. Ha presieduto il consiglio d’amministrazione della Fondazione La Notte della Taranta, che organizza il più grande festival europeo di musica popolare, dedicato al recupero della pizzica salentina e alla sua fusione con altri linguaggi musicali, dalla world music al rock, dal jazz alla sinfonica. Grazie al lavoro del gruppo di competenze che gestisce la Fondazione e soprattutto alla straordinaria coralità dei talenti musicali coinvolti nell’Ensemble Notte della Taranta, il festival è divenuto, negli anni, un riconosciuto modello culturale che, di edizione in edizione, non cessando di produrre nuove forme di elaborazione artistica, ha cominciato a produrre interessanti economie per il territorio. Alle elezioni politiche del 2013 è stato eletto deputato nelle fila del Partito democratico e il 28 aprile 2013 è stato nominato ministro per i Beni, le attività culturali e il turismo del governo presieduto da Enrico Letta. Su Twitter è @MassimoBray.

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