Ci allontaniamo dalle cose che odiamo dell’Italia ma ce le portiamo dentro

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Ho un appuntamento con una inglese alle 9:30 in un ufficio in centro a Londra.

Quindi arrivo, seppur trafelata, alle 9:28.

Però – mannaggia – all’accoglienza c’è la fila. Chiedo venia, sarei dovuta arrivare un po’ prima per sicurezza.

Mi avvicino al bancone e mi presento dicendo di avere un appuntamento. Mica posso essere annunciata in ritardo per rispettare la lunga fila di persone che invece è lì per altri mille motivi, no?

Il tipo dell’accoglienza è italiano pure lui. In qualche occasione, una scoperta del genere fa irrigidire entrambi. Forse pensa che sono sono la solita italiana saltafila e io un pochino me lo sento.

Forse lui non è multitasking e l’ho interrotto mentre stava risolvendo un problema. Fa una mezza telefonata e poi, con fare burocratico da cattivo impiegato delle Poste, pronuncia la frase degli onnipotenti, quella a cui è difficile replicare: “Please, take a seat” (prego, si sieda). In inglese, educatissimo.

Allora mi siedo e aspetto, giudiziosa. Passano dieci minuti, sono le 9:40. Non ho saputo più nulla, sono in ritardo e il tipo si è dimenticato di me. Per fortuna arriva una sua collega inglese, quindi torno alla carica e parlo con lei che prende appunti e alza il telefono: finalmente parla con quella dell’appuntamento (che ormai mi aspetta da un quarto d’ora…).

Si scopre che l’italiano aveva sbagliato persona (o forse non aveva nemmeno telefonato facendo finta di farlo?). Lui protesta in inglese. Io ribatto in inglese educatissimo che forse c’è stato un misunderstanding.

Allora lei taglia corto e dice al telefono: “Miss Marchese wants to let you know that she was here on time” (la signorina Marchese vuole farle sapere che era qui in orario).

Grande self-control UK, e il mio amor proprio gioisce: non sono saltafila ma nemmeno ritardataria, qui essere in orario è un valore ed arrivare in ritardo è stereotipo degli italiani appena sbarcati.

La signorina britannica è stata brava a salvare capre e cavoli! Resta il fatto che il misunderstantig è stato tutto tra noi, all’italiana. Non perchè parlavamo inglese tutti e due, ma perchè ci siamo parlati – educatissimamente – con l’aggravante degli stereotipi: suo, che mi ha vista saltafila, e mio che l’ho visto cattivo impiegato alle Poste.

Ci allontaniamo dalle cose che odiamo dell’Italia – entrambi – ma ce le portiamo dentro, pure qua in Inghilterra, nonostante tutto quello che ci circonda. E’ una bella sfida: la vinceremo?

Francesca Marchese

E' una giornalista professionista freelance. Vive e lavora a Londra, dove si occupa di progetti di comunicazione per aziende ed enti culturali. A Catania ha scritto di cronaca per l'agenzie di stampa Italpress, ed ha collaborato con quotidiani cartacei ed online. Ha curato per "RadioCatania" il programma "Catania Report Economia" e per quattro anni è stata un volto del telegionale "PrimaLineaTg" di Telecolor. Il suo Speciale "Emanuele: la sua Facoltà" è stato finalista nel 2009 del Premio Ilaria Alpi nella sezione Giovani. Ha ricoperto il ruolo di ufficio stampa per enti regionali e nazionali. E' un'appassionata di tecnologia, startup, media digitali e food. Le sue passioni sono il cinema ed viaggi, porta sempre con sé l'identità della Sicilia. Vorrebbe scrivere ogni giorno una buona notizia sui beni culturali dell'Isola.

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