Il dovere di salvare il #Mezzogiorno

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Lo scarto nelle condizioni di vita fra il Mezzogiorno e il resto del paese non riguarda solo la dimensione economica, ma anche molti elementi relativi ai servizi pubblici, e alla dimensione sociale e civile.

Lo certifica, fra gli altri, il bel rapporto dell’Istat sul Benessere Equo e Sostenibile reso noto il 2 dicembre 2015. Ciò che più preoccupa è che diverse dimensioni di questo scarto non si vanno riducendo, come pure in altri periodi storici è avvenuto, ma sono invece crescenti. Questo preoccupa, appunto; ma non sorprende: alla luce tanto delle distanze storiche, quanto, soprattutto, delle politiche recenti.

Il riferimento è in primo luogo alla quantità e alla qualità degli interventi che si vanno realizzando nei grandi servizi pubblici, che riguardano i fondamentali diritti di cittadinanza tutelati dalla Costituzione, e che dovrebbero essere uguali per tutti gli italiani indipendentemente da dove nascono e vivono. C’è stata la grande crisi, e le conseguenti misure di austerità: questo lo sappiamo. Ma l’austerità, quantomeno dal 2011 e ancora oggi, è asimmetrica territorialmente: ha colpito e colpisce di più le regioni del Sud.

Questo avviene per un coacervo di norme: che attengono ad esempio alle regole di finanziamento degli enti locali, alla strutturazione dei servizi di insegnamento (scuola e università), alla sanità. Tante norme, ma un risultato chiaro: i tagli alla spesa, che sono divenuti tagli ai servizi, sono stati più forti al Sud. Certo, in molti casi, specie nel Mezzogiorno, vi è un problema di qualità per gli utenti e di efficienza nell’utilizzo delle risorse.

Ma purtroppo non vi è evidenza che alla riduzione degli interventi stia corrispondendo un aumento della loro qualità. Si guarda necessariamente ai risparmi, per quadrare i conti pubblici; ma non si guarda a sufficienza (in alcuni casi per niente) alla loro ripartizione territoriale e alle azioni necessarie per aumentare l’impatto di ciò che si fa. In secondo luogo, il riferimento è agli investimenti pubblici. Sono le vere vittime della crisi: quando le risorse sono scarse, è più semplice tagliare spese di investimento che spese correnti. Si è arrivati così a livelli estremamente bassi, anche in un confronto storico lungo.

Da alcuni anni, gli investimenti pubblici netti italiani sono negativi: cioè il loro flusso non compensa nemmeno il fisiologico consumo del capitale. Detto rozzamente: non solo non si costruiscono nuove strade, ma non si riesce neanche a curare la manutenzione di quelle che ci sono. E’ un tema nazionale. Ma, naturalmente, di impatto maggiore nel Mezzogiorno, dove le dotazioni (di infrastrutture economiche, sociali, civili) sono minori, e di conseguenza più alta la necessità di investimento. In terzo luogo, ci sono gli andamenti dell’economia. A partire dal 2011 si è aperto uno scarto negli andamenti economici fra il Sud e il Nord che non ha paragoni nel dopoguerra.

Non parliamo dei livelli di reddito – da sempre distanti – ma dalle loro dinamiche. L’ultima crisi è stata diversa dalle precedenti; ha colpito molto più la domanda interna che quella internazionale; l’operatore pubblico non l’ha contrastata con le sue politiche fiscali, ma l’ha aggravata, con l’austerità. L’esito è chiaro a tutti nei numeri, ad esempio, del mercato del lavoro. Non sono congiunture infelici. E’ una nuova condizione strutturale del nostro paese, che potrebbe durare a lungo. Tutti ci auguriamo che la ripresa sia vivace: ma vi sono purtroppo dubbi sia sulla sua tenuta complessiva; sia, ancor più, sulla circostanza che riguardi, almeno in egual misura, tutta le aree del paese. Così non sembra essere: tutte le previsioni disponibili indicano che questi scarti potrebbero permanere anche nel prossimo biennio. Di fronte a questa situazione ci si aspetterebbe un’assunzione di responsabilità da parte della politica. Non si tratta di togliere ad alcuni per dare ad altri.

Ma di riconoscere vecchie e nuove disparità che ci sono nel paese; di disegnare – per quanto possibile con le risorse che ci sono – interventi per tutti, ma che siano più intensi laddove è più necessario. Risorse che non sono inesistenti: negli ultimi giorni abbiamo visto destinare stanziamenti non indifferenti, sia all’Istituto Italiano di Tecnologia per il nuovo polo di ricerca di Milano-Expo, sia a tutti i diciottenni, per la loro formazione culturale.

Evidentemente obiettivi prioritari dell’azione di governo. Il Mezzogiorno, ci dicono i fatti, non lo è. Ce lo dicono le vicende assai discutibili di un Masterplan che avrebbe dovuto – prima della legge di stabilità – indicare priorità e destinare risorse; ce lo dicono le vicende della legge di stabilità: nella quale tutti si aspettavano – perché annunciati da responsabili dell’esecutivo ad alto livello – interventi con una particolare intensità nel Mezzogiorno. Che invece non erano nel documento iniziale, e ancora non ci sono.

Gli scarti documentati dall’Istat hanno certamente radici antiche; derivano, per parte non piccola, da un’efficacia nell’azione pubblica nel Mezzogiorno, tanto delle istituzioni locali quanto di quelle nazionali, che è stata assai più modesta di quanto avrebbe dovuto essere. Richiedono capacità di autocritica, e soprattutto ogni sforzo per migliorare l’utilizzo delle risorse disponibili. Ma sono il frutto anche di scelte e di politiche economiche e sociali anche molto recenti. La storia conta; ma conta, molto, anche la politica contemporanea. I divari non si cancellano da un giorno all’altro; ma se non ci si prova nemmeno, non possono che aumentare.

Gianfranco Viesti

Economista italiano (n. Bari 1958). Laureatosi in Economia politica (Università Bocconi), ha intrapreso la carriera universitaria insegnando presso gli atenei di Firenze, Foggia e Bari. Esperto in Commercio estero e in Sviluppo locale e dei settori industriali, è stato consigliere reggente della Banca d’Italia (sede di Bari, 2002-07), consigliere di amministrazione della Cassa Depositi e Prestiti S.p.A. (2007-10) nonché assessore al Mezzogiorno e al Diritto allo studio della Regione Puglia (2009-10). V. fa parte del comitato direttivo della rivista il Mulino e del comitato di indirizzo della Fondazione Italianieuropei; insegna Politica economica (Università di Bari) ed è presidente della Fiera del Levante di Bari (dal marzo 2011). Tra le sue pubblicazioni si ricordanoMezzogiorno a tradimento (2009), Più lavoro, più talenti (2010) e «Il Sud vive sulle spalle dell'Italia che produce». Falso! (2013).

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