Il potere finanziario delle banche e la storia d’Italia

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Senza denari non si cantano Messe, dice un antico proverbio. Le vicende greche delle ultime settimane lo dimostrano ancora una volta. I debiti finanziari con l’Unione europea e i rubinetti chiusi alle banche elleniche sono diventati un trauma drammatico per un Paese di così antica storia come la Grecia.

Senza la civiltà greca non ci sarebbe stata la cultura europea e occidentale. Ma la finanza e i calcoli matematici su monete e bilanci sovrastano e annullano tradizioni, identità e gli immortali valori spirituali che hanno costituito l’anima profonda di una civiltà. E’ la modernità, ci piaccia o no. E’ la convivenza ridotta a moneta, la solidarietà a optional.

Una trasformazione che nel mondo capitalistico occidentale ha almeno due secoli di vita, Naturalmente, anche nell’Italia dell’800 certi princìpi furono applicati e suggellati da chi era proiettato, con la sua cinica politica, verso il nuovo offerto dalla storia: lo Stato del Piemonte e il suo primo ministro Camillo Benso conte di Cavour.

Si esaltano sempre le opere pubbliche che fu in grado di realizzare il piccolo Stato con capitale Torino, ferrovie in testa. Quelle opere, naturalmente, furono possibili solo attraverso grossi debiti con le banche e sovraesposizioni finanziarie che fecero scrivere a Francesco Saverio Nitti: “Nel Regno di Sardegna, le imposte avevano raggiunto limiti elevatissimi, dove il regime fiscale rappresentava una serie di sovraesposizioni continue fatte senza criterio; con un debito pubblico enorme, su cui pendeva lo spettro del fallimento”.

A seguire, lo statista lucano inserì un’aggiunta, che offre interessanti chiavi di lettura finanziarie all’unificazione italiana, raccontata quasi sempre come risultato unico di un’idea-forza dalle spinte ideali e dagli alti valori culturali-politici: “Senza togliere nessuno dei grandi meriti che il Piemonte ebbe di fronte all’unità italiana, bisogna del pari riconoscere che, senza l’unificazione dei vari Stati, il Regno di Sardegna per l’abuso delle spese e per la povertà delle sue risorse era necessariamente condannato al fallimento”.

Così come si disse che, senza euro, unificazione monetaria e regole comuni di politiche di bilancio, gli Stati europei sarebbero stati condannati a perdere economicamente contro l’offensiva di Cina, Stati asiatici e Stati Uniti, così anche sull’unificazione italiana pesò la minacciosa ipoteca dello stato di necessità finanziario della Nazione che la pilotò.

Il tremendo 1853 di crisi economica costrinse Cavour a contrattare un prestito con le banche del barone Rothschild per oltre 66 milioni nominali al tasso del 3 per cento. Fu concluso “a condizioni assai onerose” riconosce Adriano Viarengo, biografo e studioso di Cavour, fruttando solo 45 milioni. Quell’anno, le previsioni di bilancio a Torino calcolavano 147 milioni di spesa per poco più di 107 milioni di entrate. La formula risolutiva fu quella ricorrente anche oggi: riduzioni di spese e aumento di tasse.

Nel 1855, all’avvicinarsi dell’ipotesi di partecipare alla guerra di Crimea, le entrate in Piemonte erano di 129 milioni con spese di 158 milioni. La spedizione militare fu una necessità diplomatica, sollecitata dall’Inghilterra per esigenze militari e politiche delle Nazioni alleate contro la Russia. Per dire sì, naturalmente, Cavour aveva bisogno di soldi. Prestiti bancari che, manco a  dirlo, arrivarono dall’Inghilterra.

Scrisse Cavour al suo ambasciatore a Londra, Emanuele D’Azeglio: “Se non posso annunciare alla Camera che l’Inghilterra ci ha trasmesso la prima rata del prestito prima che le truppe partano per la Crimea, sarò lapidato. Cercate di ottenere subito le 200mila sterline”. E, per l’importanza di quei soldi da ottenere, Cavour curò personalmente le trattative sui prestiti con le grandi case bancarie Hambro e Rothschild.

Alla fine, arrivarono 25 milioni di crediti bancari inglesi ad un tasso di interesse del 3 per cento. A quello, seguirono altri due prestiti, sempre dalle stesse banche, con interessi versati fino agli inizi del Novecento. Li pagarono, attraverso le tasse, tutti gli italiani, non solo quelli che nel 1855 erano sudditi dello Stato piemontese.

E’ la finanza che influenzava le politiche anche di quel tempo, costringendo a scelte violente e interventi militari, per ampliare i mercati e piazzare titoli pubblici necessari a dare ossigeno alla produzione delle industrie indebitate con le banche. Lo scenario greco ed europeo di oggi è sotto gli occhi di tutti. Giornali e tv martellano anche con speciali notturni, ognuno può documentarsi, approfondire e ricavarne convinzioni personali. Lo scenario di ieri, quello legato alla storia dell’unità d’Italia, è meno conosciuto. Ognuno, però, se ne è incuriosito, può approfondirlo. Basta rivedere, con qualche curiosità in più, un po’ di nostra storia.

Fonte: Blog Controstorie su Il Mattino.it

Gigi Di Fiore

Gigi Di Fiore (Napoli, 2 gennaio 1960) è un giornalista e saggista italiano. La sua attività di scrittore è in prevalenza focalizzata sulla camorra, sulla storia del Mezzogiorno e sul revisionismo del Risorgimento. Si laurea nel 1983 in giurisprudenza e diviene giornalista professionista nel 1985. Per tredici anni lavora come cronista di cronaca giudiziaria a Napoli per Il Mattino, per lo stesso giornale è inviato speciale dal 1994. Ha lavorato a Napolioggi, Napolinotte, il Giornale di Napoli e il Giornale, sotto la direzione di Indro Montanelli, come redattore. Collabora con il settimanale Oggi e con il mensile Focus storia. È uno dei blogger del giornale online de Il Mattino, dove cura la rubrica Controstorie. Nel 1995, per la pubblicazione di verbali di indagini in alcuni suoi articoli, è pedinato e controllato per un mese dai carabinieri su richiesta della procura della Repubblica di Napoli.[1]. Oltre all'attività giornalistica, si dedica alla ricerca storica, soprattutto su due argomenti: la criminalità organizzata e la storia del Risorgimento italiano e del Mezzogiorno in generale, con attenzione alla fine del regno delle Due Sicilie e al brigantaggio post-unitario. Su questi temi ha pubblicato, tra gli altri: "Potere camorrista" (Age, Napoli); "Io Pasquale Galasso" (Tullio Pironti, Napoli); "1861-Pontelandolfo e Casalduni un massacro dimenticato" (Grimaldi & C., Napoli). Poi, con la Utet: "I vinti del Risorgimento" (Torino, 2004) e "La camorra e le sue storie" (Torino, 2005). Nel 2007, per Rizzoli, "Controstoria dell'unità d'Italia"[2], "L'impero"[3] nel 2008, "Gli ultimi giorni di Gaeta" nel 2010 e Controstoria della Liberazione nel 2012. Con una diversa copertina, il libro "Controstoria dell'unità d'Italia" è stato allegato al mensile "Focus storia" in edicola nel gennaio del 2013.[4]. Per queste attività ha ricevuto riconoscimenti e partecipato a seminari, conferenze, convegni e inchieste sulla criminalità organizzata e il Mezzogiorno, il Risorgimento e il brigantaggio. Ha partecipato a trasmissioni televisive come ospite o intervistato: Samarcanda, Maurizio Costanzo show, il Processo del Lunedì, l'appello del martedì, Chi l'ha visto, Italia che vai, Uno mattina, Sabato e domenica, Blu notte, History channel, La storia siamo noi e altri. Compare da intervistato nel Dvd-libro 'O sistema.

Comments (6)

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    carmelo

    13 Febbraio 2016 - 17:04

    complimeti qualcuno ci informa sulla nostra storia, passa il tempo ma le cose sono sempre le stesse ma ultimamente stiamo peggio, non esiste paese al mondo (a MENO CHE non sia colonizzato) che scrive le leggi dello stato in inglese e contemporaneamente la propria lingua l’ITALIANO non è più una materia obbligatoria nelle scuole meditiamo meditiamo

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    RC

    13 Febbraio 2016 - 17:37

    Un po’ di giri di parole ma l’essenza c’è. Una storia che viene raccontata piuttosto diversamente nei banchi di scuola. Dei Savoia che “eroicamente ed altruisticamente” vengono a liberare il Sud dal giogo dittatoriale dei Borbone. Questa la versione ufficiale, quella vera, invece, accessibile solo a chi ha voglia di crescere, sapere, aprire la mente a nuovi orizzonti intellettuali e culturali, racconta cose diverse. Uno stato avido, indebitato con i banchieri inglesi fino al collo che, come sempre, aveva come unica via d’uscita, quella di fare una bella guerra!!!
    La maggior parte della gente, però, impigrita e fiaccata intellettualmente dal cosiddetto progresso, preferisce “lasciar pensare” ad altri, limitandosi, nel migliore dei casi, ad inveire contro questo o quell’immigrato clandestino o contro questo o quel partito politico che, di volta in volta all’opposizione, “impedisce alla maggioranza di governo di fare le necessarie riforme”.
    Comunque, Sig. Di Fiore, mi consenta una correzione. La prima ferrovia in Italia (e seconda in tutta Europa solo all’Inghilterra) fu costruita proprio dai tanto vituperati Borbone (la linea Napoli-Portici). Il legno delle traversine per costruire la tanto decantata rete ferroviaria dei Savoia, guarda caso, SOLO AL NORD, è stato ottenuto proprio disboscando selvaggiamente il Sud. La cosa aveva una doppia valenza: strategica (militare) ed economica. I “briganti” (oggi sarebbero stati chiamati “terroristi”), coloro cioè che ancora non si rassegnavano all’idea di subire passivamente un’aggressione militare, trovavano rifugio e sostegno proprio nei boschi, per sfuggire alla caccia delle “squadraccia” savoiarde. Disboscare rispondeva così alla duplice utilità di togliere terreno alla “resistenza” e di fornire legna per farsi “belli” d’avanti all’Europa con una ferrovia di fatto rubata ai Borbone.
    I risultati sono sotto gli occhi di tutti ma come sempre succede, quando si cancella la memoria collettiva, si presuppone che la situazione attuale sia “sempre” stata così: “Lucania”, antico nome della Basilicata, significava appunto “terra dei boschi”. Oggi, vastissime zone della Lucania e della Puglia sono aride e brulle (rileggiamoci la descrizione di quei paesaggi fatta da Carlo Levi nel suo “Cristo si è fermato ad Eboli”) e nessuno si chiede il perché. Si da per scontato che è sempre stato così!

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    gbravin

    13 Febbraio 2016 - 19:28

    Monti-Letta-Renzi hanno operato solo ed esclusivamente pro banche ed assicurazioni dal 2011 in poi.
    Loro interventi in altri settori sono stati solo diversivi che si mostrano inconcludenti.
    Tagli e diminuzione del debito pubblico: NESSUNO!
    L’unica preoccupazione è che il rapporto PIL-deficit non peggiori.
    In caso contrario NUOVE TASSE…..

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    mexsilvio

    13 Febbraio 2016 - 20:11

    Dimentica di dire che in quel tempo i soldi dei prestiti furono investiti , in opere , costruttive , invece oggi vengono introitati e portati nei paradisi fiscali , ed il –risparmiatore — rimane con il cerino in mano ..!!
    a parte che quando ,oggi, e anche ieri , si va in banca a chiedere soldi vogliono beni in solido in garanzia , per un valore nettamente superiore al credito che si ottiene ..??
    quindi la domanda resta …??
    dove sono finiti i soldi , a chi le BANCHE HANNO FATTO CREDITO SENZA GARANZIE , E PERCHE’ QUESTI FAVORITISMI DA MEDIOEVO ..???

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      RC

      18 Febbraio 2016 - 10:48

      Evidentemente non hai letto il mio commento. Prestiti usati per opere costruttive? Una guerra di aggressione e colonizzazione la chiami “opera costruttiva!? Mi spiace per te ma le cose non stanno come tu sostieni: Da allora non è cambiato NULLA!!!

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        mexsilvio

        18 Febbraio 2016 - 17:23

        Eventualmente deve rileggersi cosa ha fatto Cavour , lui i soldi avuti dai banchieri inglesi li ha spesi per migliorie agricole (risaie) e per costruire case , (( se va a Torino ci sono ancora in stile vittoriano …))
        poi se rilegge la storia e’ Garibaldi che con un misero gruppo di 1000 uomini ha avuto l’ardire di attaccare la sicilia ed il sud italia , se inoltre si rilegge la storia di Teano , vede che per evitare uno scontro fratricida , regala a Vittorio emanuele , le terre conquistate …!!! e come premio viene spedito in sardegna con due sacchi di fagioli …!!
        infine i briganti ed il brigantaggio sono endemici nel sud e centinaia di anni piu’ vecchi dell’unione dell’italia , e’ stato un problema irrisolto dai Borboni , che ai tempi non andavano per il sottile … ..!!
        evidenziando anche che i Borboni hanno fatto molto per il sud , in particolare per la campagna , migliorie agricole che neanche oggi le fanno , (( vedi il sistema si idraulico di Sarno )) , che ha continuato a funzionare per secoli senza manutenzione .!!e’ andato al collasso solo pochi anni fa …???

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