La pandemia ha generato gli “invisibili” del Sud

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Molti luoghi del Sud hanno insiti in un ambito della società, gente che vive di saltuarietà.

Una porta cigolante, una tapparella dispettosa, un cancello da sbloccare, un ingresso da diserbare, una fila da evitare. Quanta gente v’era che prendeva in carico piccole incombenze, per qualche euro.

Tali individui, nati in ambienti difficili, non hanno avuto accesso al minimo studio e la vita li ha posti in condizione di inventarsi. È il popolo degli invisibili, quelli di cui ci si ricorda quando c’è il piccolo problema. Ve ne era uno al mio paese, che emigrato al Nord e senza la capacità di svolgere un lavoro, era stato adottato da una grande piazza cittadina e comprava le sigarette a chi non poteva muoversi, portava i fiori ad una fidanzata, montava la guardia al negozio per qualche minuto, si occupava del caffè per tutti. In tale maniera guadagnava un po’ di soldi per vivere.

Ora la pandemia ha chiuso le case. Ognuno ha imparato a cavarsela da sé. Si rimanda tutto. Si fa entrare solo chi ti è necessario. Una scelta obbligata, giusta. Ma di conseguenza, chi viveva di estemporaneità, non ha avuto più risorse. E molti si sono chiesti, di cosa vivono ora.

Per tale genere di persone non vi sono ristori, perché non esistono inquadrature giuridiche che li possano includere.

Chi segue la tv mi ha detto che non ne sente parlare. Invisibili erano e tali sono rimasti. Sappiamo solo che sono da qualche parte, ma cosa fanno, di che vivono, come trascorrono il tempo?

La loro condizione, costruita negli anfratti e nei dedali della società, rischia  di essere peggiore delle corvé feudali. Quando chi nulla aveva, in cambio della protezione nelle mura di un feudo, si prestava a lavori massacranti, da mane a sera. Protezione e un pezzo di pane.

In tale caso la sicurezza fisica è assicurata, ma il pezzo di pane no.

Per avere minima idea di tale popolo, ho attinto all’esperienza di mio zio. Classe 1936, laurea in giurisprudenza, per decenni presidente di una grande associazione di commercianti di un comune della cintura metropolitana di Napoli. Quale migliore testimonianza di un luogo dove l’arte di arrangiarsi è famosa in tutto il mondo?

“Parlo in generale per sentito dire. Ora queste persone si sono reinventate, occupandosi di altro tipo di incombenze. Per esempio nel fare la spesa a chi non può uscire e chiede un aiuto. Ma soprattutto vedo persone in strada, pronte a sfruttare ogni occasione per guadagnare qualche euro. Per esempio, se una ruota di auto si buca, li vedi spuntare e dare una mano. Se una persona è affaticata nel portare i pacchi a casa, gli si affianca portando il carico. Ti guardano l’auto se devi fare una commissione.”

Ho ascoltato il racconto silente.

“Comunque noto soprattutto una grande solidarietà. Un giorno mi trovavo davanti ad un convento e vidi una suora uscire con un grosso pentolone e dare un mestolo di minestra ad ogni piatto che gli veniva protratto. C’era una lunga fila. Mi fermai a guardare. Al terzo pentolone la suora disse che era tutto finito. Ma in strada vi erano ancora decine di persone rimaste senza.”

“Un altro giorno ho visto una signora che aveva calato giù dal balcone un paniere. Dentro vi erano dei soldi ed una scritta: “Chi ha metta, chi vuole prenda. E le persone che passavano si regolavano di rimando.”

Quella frase è da ascrivere nella grande poesia.

“Ma vi è anche la grande opera delle organizzazioni dei cittadini, nel portare cibo nelle case di chi ne ha bisogno e l’attività di alcune persone che all’uscita di un supermercato recano in mano una busta con degli alimenti, pronta a dispensarla a chi fuori aspetta e sa che c’è chi dona.”

Dalle parole di mio zio è venuto così fuori un ritratto di una società che si organizza, tra il pubblico ed il privato, per il sostentamento quotidiano di chiunque. È una situazione di equilibrio che si è creata nei mesi di pandemia, per permettere anche agli invisibili di sopravvivere.

Lo stato ha fatto la sua parte, con i tanti ammortizzatori sociali, non ultimo il reddito di cittadinanza, ma non può prevedere tutte le fattispecie e situazioni.

Ricordo un grande capitano d’industria che diceva qualche decennio fa: “La società è cambiata. Ora al Nord non vi è più Antonio del Sud, che per 20.000 lire ti spala la neve davanti casa.” Parlava ovviamente degli invisibili, ma Antonio invece c’era e c’è. E ora, senza la 20.000 lire, è in difficoltà.

Ringraziamo dunque chi si prende cura di queste anime e ci sta mettendo il suo buon cuore, ringraziamo chi lo faceva da sempre e ora ha preso in carico altra gente che non ha più niente. Aiutiamo chi aiuta. E ricordiamo questo piccolo popolo nelle nostre preghiere.

Foto: https://www.fiopsd.org/

Gianvito Pizzi

Gianvito Pizzi, filosofo, scrittore, storico, studioso di psicanalisi, ha dedicato l’intera vita agli studi. Collaboratore per decenni di riviste specializzate, si è occupato in particolare dei rapporti tra psicanalisi e filosofia, Medievalismo e Questione Meridionale. Nato a Napoli, ha vissuto sino a vent’anni in un paese dell’appennino sub-dauno: S. Bartolomeo in Galdo (Bn). Twitter: https://twitter.com/gianvito_pizzi

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