Le “città metropolitane” sono la chiave dello sviluppo. E della buona politica

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“Nei territori di Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli e Reggio Calabria dal 1° gennaio 2014 nasceranno le Città metropolitane. Che si occuperanno di pianificazione strategica, servizi pubblici, viabilità, trasporti, sviluppo economico e prenderanno il posto delle rispettive Province. Da quel momento comincerà l’iter per l’adozione dei nuovi statuti che dovrà concludersi entro sei mesi. Dal 1° luglio le Città metropolitane saranno infatti effettivamente in carica con i loro tre organi: il sindaco metropolitano, cioè il sindaco del comune capoluogo che insieme ai primi cittadini di tutti i municipi con più di 15mila abitanti e ai presidenti delle unioni di comuni con più di 10mila abitanti formerà il consiglio metropolitano accanto al quale opererà anche una conferenza metropolitana formata dall’insieme dei sindaci. In alternativa lo statuto potrà prevedere un sistema di elezione a suffragio universale sulla base di una legge elettorale nazionale”. 

Tratto da Il Sole 24 Ore.

Questa rivoluzione istituzionale, più volte annunciata e mai entrata in vigore prende corpo nel nuovo decreto del Consiglio dei Ministri per l’abolizione delle Province. Le città metropolitane italiane coinvolte sono 9. Le più grandi per popolazione, ma anche le più dinamiche dal punto di vista economico, sociale e culturale.

Nel mio viaggio cinese, ospite del governo, ho capito l’importanza della gestione centralizzata di ampi territori popolosi. Il mondo contemporaneo, con le sue complessità, non può essere governato dai mille campanili e dai mille dialetti (i quali vanno preservati) serve una strategie di governance più vasta. I servizi di raccolta dei rifiuti, la gestione energetica, la mappa dei trasporti pubblici, la pianificazione territoriale, la programmazione strategica, funziona se dentro un “sistema istituzionale largo” che governa la complessità dentro una politica di efficientamento dei servizi e risparmio dei costi su larga scala.

Ora, in meno di un anno, le nove città metropolitane assieme ai comuni dell’hinterland devono gestire la transizione. Il rischio è quello di non attuare la riforma fino in fondo e di non far nascere istituzioni a suffragio universale e quindi legittimati dai cittadini, ma si rischia di non cogliere questa opportunità strategica lasciando che le città metropolitane siano dei semplici enti di secondo livello, come se fossero delle riunioni di condominio dei sindaci.

Immaginate cosa potrebbero essere le città metropolitane senza l’elezione diretta dei sindaci metropolitani e dei consigli comunali. Rischiamo che la pianificazione non sia strategica ma di campanile, ovvero di mercanteggiamento tra i sindaci dei comuni che faranno parte del consiglio. Rivendicazioni territoriali, seppur legittime, ma non sistemiche.

Invece io vorrei che le città metropolitane fossero sul serio delle istituzioni di coordinamento e pianificazione della governance territoriale. Se penso alla mia provincia, Bari, oggi ci sono in 48 comuni oltre 100 società a partecipazione pubblica (ex municipalizzate) che gestiscono i servizi, una città metropolitana autorevole ed eletta dai cittadini avrebbe la forza di unificare in 3 o 4 aziende tutti i servizi con un risparmio su larga scala enorme, oltre al miglioramento degli stessi servizi ai cittadini. Basterebbe fare l’esempio dei componenti dei CDA che passerebbero da 300 attuali a 12-15 per capire quante risorse si risparmierebbero.

Ma non solo, oggi da comune a comune, le differenze di raccolta differenziata sono enormi perché si utilizzano metodi di raccolta differenti. Nei trasporti potremmo razionalizzare le decine di aziende e rendere il servizio più celere e proficuo per le casse pubbliche. Oppure immaginate se si unificassero le aziende pubbliche del gas Metano quale risparmio per le casse pubbliche e dei cittadini avremmo. E questo vale per i piani urbanistici, per la gestione degli acquedotti, dei servizi di manutenzione del verde, dell’illuminazione etc.

In oggi settore che ho enunciato ci sono interessi e lobby che perderebbero potere, le quali vedrete si opporranno all’elezione diretta dei sindaci e dei consigli, ma a me non interessa, a me interessa che questa riforma sia colta come una opportunità di crescita e di sviluppo nel nostro paese. E quindi continuerò a pensarla così, sempre e solo per far vincere la buona politica.

Foto di Venezia Città Metropolitana

Domenico De Santis

Domenico De Santis, fondatore dell’associazione di STUDENTI.NET negli anni Novanta, ha ricoperto diversi incarichi nella Sinistra Giovanile, nei Democratici di Sinistra e nel PD. Attualmente è componente dell’Assemblea nazionale del PD e dell’esecutivo regionale pugliese. Sensibile ai temi sociali, della scuola e dell’immigrazione, attento osservatore dei processi d’integrazione europea dei paesi balcanici, è stato promotore dell’istituzione dell’anagrafe degli eletti nei comuni, della legge per l’accesso universale ai saperi “open source” e della proposta per l’accesso gratuito della rete wifi. Ha pubblicato con caratterimobili “La sinistra che vota Grillo” (maggio 2013).

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